Se si parte dai consumi, si rischia la depressione

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Se si parte dai consumi, si rischia la depressione

Quando dobbiamo strutturare degli investimenti in opzioni binarie, è sempre tenere sotto controllo il sentiment della popolazione, magari partendo dai consumi che indicano sia la ricchezza, sia la fiducia dei consumatori. A livello di consumi, il 2020, è stato un anno molto complesso da gestire e da archiviare. Basta vedere quel che dice in proposito la Confcommercio, oggi intenta a registrare il calo dei consumi nel Belpaese. In pratica, ancora una volta, si cercano indizi sulla ripresa e ancora una volta ci si rende conto che non ci sono elementi per dire che siamo in una fase di “rimbalzo”.

Il problema della crisi dei consumi è che non è isolata nel senso che comporta una reazione a catena, con influenze anche nel mercato del lavoro. In particolare si parla della perdita di mezzo milione di posti di lavoro in due anni. Se poi si va a fare lo zoom sul mercato del turismo, sempre particolarmente vivo in Italia, in passato, allora si scopre che dal settore turistico-alberghiero non arrivano buone notizie.

In generale, spiega Confcommercio nel suo report, siamo di fronte alla maggiore contrazione dei consumi mai registrato dagli anni Cinquanta. A calare in modo vistoso ci sono soprattutto il comparto mobilità e comunicazioni che ha subito una flessione del 7,3 per cento e il settore viaggio e vacanze, in flessione del 6,3%.

Allarme Confesercenti sull’Italia

Tra il 2020 e il 2020 i consumi degli italiani si sono ridotti del 4 per cento, la flessione ha bruciato ben 45 miliardi di euro, di cui 35 soltanto nel 2020. Ci siamo lasciati alle spalle un’annata triste ma per il 2020 le prospettive non sono rosee.

Confesercenti lancia l’allarme nel nostro paese. Nell’anno in corso si prevede un calo di 10 miliardi di euro, che si aggiungono ai 35 miliardi già persi nel 2020. In generale la capacità di acquisto delle famiglie si ridurrà di 2000 euro. Tutto dipende dalla crisi che sta praticamente falciando le piccole e le medie imprese.

Confesercenti ha le idee chiare. Molto di questa situazione si deve anche all’aumento delle tasse che per esempio con IMU e TARES alleggeriscono troppo il portafoglio dei consumatori. Il prelievo fiscale, tuttavia, cambierà nel 2020 ma nel senso che aumenterà di 10 miliardi. Ogni nucleo famigliare, quindi dovrà essere in grado di risparmiare altri 800 euro per pagare le tasse.

Secondo Confesercenti deve essere definita un’inversione di tendenza a livello governativo, altrimenti il paese rischia di finire in una recessione pesante da cui sarà difficile divincolarsi. In generale, gli italiani, scegliendo cosa tagliare nel loro budget, saranno portati a rinunciare a bevande alcoliche e tabacchi (-4%), all’abbigliamento e alle calzature (-8,9%), agli alimentari e alle bevande (-4,2%) e alla carne (-5,2%).

La Cina rischia di mandare in depressione l’economia globale, ecco perché

Il rallentamento economico della Cina potrebbe portarsi dietro conseguenze devastanti per il resto del pianeta, essendo la prima gravata da un eccesso di capacità produttiva abbastanza serio.

C’è un allarme suonato da un ex economista dell’FMI e attuale manager in Goldman Sachs, Ha Jiming, secondo cui l’economia in Cina sarebbe oggi più distorta che ai tempi di Mao Zedong. Un’analisi davvero dura quella di Jiming, che crea ulteriori dubbi sulla reale condizione di salute del Dragone asiatico. In effetti, il dato citato dall’economista è indicativo del perché il resto del pianeta inizi seriamente a temere sulla tenuta dell’economia cinese. Qui, gli investimenti lordi fissi ammontano al 46% del pil, una percentuale spropositata, che non si riscontra presso alcuna grande economia. Valori simili si hanno nella relativamente piccola Mauritania, mentre non superano il 33% nell’ancora più piccola Lettonia. Ma se ci limitiamo alle grandi economie mondiali, scopriamo che essi si attestano ad appena il 20% nell’Eurozona, il 21% negli USA e quasi al 22% in Giappone. Ne deriva che ogni anno la Cina investe più di USA ed Eurozona messe insieme, pur rappresentando un terzo delle loro dimensioni congiunte. Un altro dato, non citato da Jiming, ma che aggiungiamo noi, ci fornisce un’idea dell’ampiezza della distorsione. Nell’Eurozona, gli investimenti pubblici rappresentano mediamente il 12% di quelli complessivi, ovvero intorno al 2,5% del pil. In Cina, essi sono il 35% del totale, cioè il 16% del pil, 6 volte e mezza tanto.

Eccesso di offerta in Cina non più assorbibile con l’export

Maggiori investimenti significano più produzione futura, ossia offerta. Questa potrà essere assorbita dai consumi nazionali e dalle esportazioni. Sappiamo che la Cina ha centrato il suo sviluppo negli ultimi 25 anni sulle seconde, mentre risultano relativamente compressi i consumi privati interni. Dunque, se i cinesi continuano a investire a questi ritmi più che doppi di quelli delle economie avanzate, significa che o sono in grado di assorbire da soli tale aumento abnorme prevedibile della produzione o riposano le loro speranze sull’export. Ma queste sembrano essersi stabilizzate, anche a causa del rallentamento dell’economia globale, in parte dovuto alla crisi delle materie prime, che sta destabilizzando i mercati emergenti. Ne consegue che l’economia cinese sta registrando una sovracapacità produttiva, che si denota già nei comparti legati al settore immobiliare, dall’acciaio al cemento, oltre che in quelli legati alle commodities. In effetti, la crescita impetuosa degli investimenti in questi anni è stata causata dal boom del credito, specie immobiliare, spesso finalizzato al finanziamento di progetti pubblici e privati faraonici, che si stanno in parte rivelando poco o nulla redditizi, ossia non sostenibili. Da qui, un tracollo dei prezzi delle case, negli ultimi tempi, che rischia di fare scoppiare la bolla immobiliare.

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Dal rischio deflazione alla depressione delle economie avanzate

Ma se le esportazioni cinesi risultassero insufficienti a coprire l’abbondante offerta, ciò implica la necessità che questa sia assorbita dai consumi interni. Ora, è improbabile che questi possano crescere così tanto da risolvere il problema, ma è evidente che il governo di Pechino ci proverà con stimoli monetari aggressivi più di quelli già attuati negli anni passati. Tuttavia, se i consumi interni si spostano sulla produzione nazionale, si riducono le importazioni dal resto del pianeta e ciò aumenterà le pressioni sui mercati emergenti da un lato e rallenterà ulteriormente la crescita presso le economie avanzate, come USA ed Eurozona. Inoltre, il deprezzamento atteso dello yuan, vuoi per effetto della volontà di Pechino di renderlo flessibile e inserirlo tra le riserve dell’FMI, vuoi anche in conseguenza dell’accomodamento monetario, rafforzerà le valute come euro e dollaro e ciò accrescerà nelle rispettive economie il rischio di importare deflazione. A ciò aggiungiamo che la Cina rappresenta uno dei principali importatori di materie prime, tra cui il petrolio. Se rallentasse la sua crescita, per effetto della minore produzione interna necessaria ad eliminare la sovracapacità, si ridurrebbero i consumi globali di greggio, acciaio, cemento e altri materiali legati al comparto delle costruzioni. I paesi esportatori di materie prime accuserebbero il colpo con una frenata ulteriore del loro pil, mentre l’aumento dei loro deficit commerciali deprezzerebbe le relative valute. Per concludere, se la Cina inizierà a tagliare l’eccesso di investimenti e di offerta, le economie emergenti sarebbero immediatamente esposte e subirebbero una possibile fase di stagflazione, mentre le economie avanzate sarebbero colpite da una crescita zero o, addirittura negativa, oltre che da un calo tendenziale dei prezzi. Entreremmo, cioè, in depressione economica.

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Opzioni binarie: vero o falso?
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