Quanto puo andare verso il basso il mercato del Petrolio

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Quanto può andare verso il basso il mercato del Petrolio?

Lo utilizziamo ogni giorno, con la nostra macchina. E lo abbiamo sicuramente tradato su un broker forex almeno una volta nella vita… Il Petrolio!

Negli ultimi mesi, gli italiani, ma soprattuto gli americani, sono stati coccolati con prezzi del petrolio e della benzina relativamente a buon mercato, quando si va a far benzina, di questi tempi, si nota chiaramente che spendiamo molto meno rispetto a qualche anno fa, nonostante tutte le accise. Quelle purtroppo, ce le dobbiamo sorbire.

I prezzi del petrolio stanno passando un periodo di minimi record e i prezzi della benzina sono ai livelli più bassi che il mercato ha visto dal 2020, con alcune aree degli USA che godono di prezzi anche a meno di 2 dollari al gallone. E pensate che la cosa assurda è che un gallone è ben 4 litri. Quindi in pratica è come se in america la benzina la pagassero solo 50 centesimi/litro. Come andare a comprare l’acqua al supermercato ��

Questa è quindi una bella notizia per i consumatori, ma non proprio per le multinazionali petrolifere.

Chi regola il mercato del petrolio

Anche se le varietà di greggio sono innumerevoli, ci sono due “mercati” che servono come benchmark di settore: il West Texas Intermediate (WTI) e il Brent. WTI, Il West Texas Intermediate (WTI), anche noto come Texas Light Sweet, è un tipo di petrolio prodotto in Texas e utilizzato come benchmark nel prezzo del petrolio, sul mercato dei futures del NYMEX, il WTI è anche uno strumento importantissimo per i report degli Stati Uniti, e ha superato quasi il 60% di calo dei prezzi al barile. In un periodo di nove mesi terminato a metà marzo 2020, i prezzi del petrolio del Texas occidentale è sceso a 44 dollari al barile da 107 dollari. Assurdo. Il Brent ha perso circa il 50%.

Perché il prezzo del petrolio è sceso così tanto?

Semplice. Domanda e offerta. Il mondo e gli Stati Uniti, sono pieni di petrolio. Anche grazie allo Scisto, L’olio di scisto o petrolio di scisto (in inglese shale oil) è un petrolio non convenzionale prodotto dai frammenti di rocce di scisto bituminoso mediante i processi di pirolisi, idrogenazione o dissoluzione termica. Grazie a questo olio, c’è un eccesso di petrolio, anche per l’utilizzo futuro. Gli inventari di petrolio hanno raggiunto i più alti livelli in 80 anni. Maggior quantità, eccesso, maggior eccesso, minor prezzo.

L’economia rallenta negli Stati Uniti, e quindi è diminuita la richiesta d’olio. Minor richiesta, minor prezzo.

Anche il dollaro ci ha messo del suo. In quanto è forte, molto forte. Come tanti altri beni, il petrolio è valutato in dollari, e quindi costa meno proprio in USA, rispetto agli altri paesi. I prezzi quindi, cadono meno per i paesi che hanno più bisogno di petrolio a basso prezzo. Che ingiustizia, vero? Tutto questo porta ad un dislivello, che porta le altre economie a ridurre la loro domanda.

Ma i prezzi del petrolio, torneranno verso l’alto?

Almeno per i prossimi anni, i dirigenti del settore ritengono che i prezzi rimarranno bassi più a lungo. Negli Stati Uniti, la produzione continua anche se le compagnie petrolifere incominciano mese dopo mese a ridurre il numero di impianti attivi. Il numero di impianti di perforazione statunitensi è sceso questa settimana al livello più basso dal 2020. Tuttavia, le scorte di greggio non sono mai state così alte dal 1930.

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Il petrolio scenderà ancora di prezzo?

L’Arabia Saudita, sta pompando petrolio al massimo, per battere la concorrenza.

Dei prezzi più bassi porterebbero a interruzione dell’approvvigionamento nel mercato iraniano, iracheno, e libico, tutti questi paesi infatti hanno bisogno di prezzi del petrolio sostenibili per fare profitti. Dei prezzi più bassi danneggiano anche lo scisto USA, che potrebbero non essere economicamente sostenibile sotto certi livelli.

In conclusione

Fermo restando che qua in Italia, almeno alla pompa di benzina, continueremo a pagare la benzina a questi livelli altissimi. Quello che possiamo dire, del Petrolio è che la produzione ha superato di gran lunga il consumo. I membri dell’OPEC (Organization Of Petroleum Exporting Countries) non hanno sistemato i livelli di produzione commisurati al surplus in produzione petrolifera, e il boom dello Scisto sta generando 4 milioni di barili al giorno, rispetto al 1.2 milioni dell’anno scorso.

A meno che la produzione non diminuisca, o la domanda dall’estero cresca, i prezzi del petrolio non saliranno nei prossimi mesi. Una gran news per i consumatori, ma non per i CEO delle più grandi compagnie petrolifere.

Il prezzo del petrolio può calare ancora. Intervista a Matteo Verda

Il continuo calo del prezzo del petrolio non ha portato benefici rilevanti agli automobilisti italiani ma, in compenso, sta modificando sensibilmente gli scenari economici mondiali. I Paesi produttori vedono ridursi drammaticamente gli introiti legati alla vendita del petrolio mentre gli investimenti tecnologici nel settore vengono procrastinati in attesa che il prezzo risalga. Sul fronte opposto i Paesi che acquistano petrolio vedono calare la spesa per le materie prime e riducono i costi per le produzioni. Ma vedono anche contrarsi le esportazioni di manufatti verso i Paesi produttori di petrolio. Un equilibrio sempre più precario. Per questo, “Il Nodo di Gordio” ha chiesto a Matteo Verda*, ricercatore associato dell’ISPI (Istituto per gli studi di politica internazionale di Milano), un’analisi sulle prospettive del comparto. Per capire sino a quando questo equilibrio reggerà e cosa dovremo attenderci per un futuro immediato.

Il prezzo del petrolio ha sforato oggi a ribasso i 40 dollari al barile. Ritiene si tratti di un prezzo soglia o, per le informazioni a Sua disposizione, è ipotizzabile un ulteriore calo?

Un ulteriore calo è senza dubbio possibile. All’orizzonte ci sono grosse preoccupazioni circa il tasso di crescita della domanda petrolifera dei Paesi emergenti. E con l’offerta che continua a crescere, meno domanda del previsto vorrebbe dire prezzi ancora in discesa. Gli operatori, finanziari e non, si stanno muovendo nelle ultime settimane sulla base di aspettative di questo genere.

L’Arabia Saudita si è già ritrovata con problemi di liquidità. Quanto può andare avanti con prezzi del petrolio così bassi senza ripercussioni sulla propria economia?

L’Arabia Saudita sta ricorrendo al mercato debito, è vero. Ma controlla enormi riserve di liquidità, oltre che di greggio. Per quanto l’impatto negativo sull’economia sia inevitabile, per il Paese non ci sono al momento rischi specifici di instabilità politica dovuta al taglio delle spesa pubblica. Le finanze saudite sono in grado di andare avanti ancora per parecchi trimestri senza grossi elementi di rischio, anche considerando che le contromisure in termini di ristrutturazione della spesa pubblica sono già in atto. Non tutte le spese, infatti, sono indispensabili per mantenere il consenso e la stabilità politica. In altri termini, le nuove infrastrutture o l’aumento della spesa militare possono essere posticipati senza particolari problemi, a differenza delle erogazioni dello stato sociale.

La ricomparsa sulla scena dell’Iran può penalizzare ulteriormente il prezzo del petrolio o, a Suo avviso, il mercato sta già scontando questo nuovo player?
L’arrivo della produzione iraniana sul mercato è una questione dell’anno prossimo e gli operatori hanno molto chiaro questo aspetto. La discesa dei prezzi di queste settimane ha altre origini, soprattutto nella debolezza della domanda.

L’Algeria pare intenzionata ad aumentare le estrazioni. È un rischio ulteriore?

No, anche un eventuale aumento della produzione algerina non è destinato a cambiare gli equilibri, data la ridotta entità dell’eventuale nuova produzione subito disponibile.

L’economia cinese rallenta. Il basso costo del petrolio può essere un aiuto per i costi di produzione nel breve periodo?
Una bolletta petrolifera più bassa è un elemento positivo per ogni importatore, Cina inclusa. Tuttavia, il rallentamento strutturale dell’economia cinese non ha nulla a che vedere col costo dell’energia e dunque il minor costo del greggio può dare un beneficio marginale, ma certamente non in grado di cambiare la dinamica più generale.

Il vero problema potrebbe sorgere dalle difficoltà in capo ai Paesi emergenti. Gli Emerging Market produttori di petrolio come Venezuela e Russia stanno subendo un grave danno dai bassi prezzi del petrolio. I Paesi consumatori, tuttavia, sono alle prese con una crisi economica non indifferente… Che ne pensa?

Il mercato petrolifero vive continuamente cicli di crescita e calo dei prezzi piuttosto marcati. Purtroppo, spesso li si analizza con una memoria corta e si individuano vincitori e vinti come se fosse un verdetto finale. Ora i vincitori sembrano essere gli importatori, che pagano di meno per le stesse materie prime, ma fino a poco più di un anno fa le parti erano invertite. A prescindere dalla congiuntura, però, gli attori sono sempre gli stessi e in ultima analisi condividono un interesse di fondo alla stabilità dei flussi energetici. Penso che la destabilizzazione politica di uno o più Paesi produttori sarebbe un problema per tutti.

Questi prezzi del petrolio, mettono una pietra tombale sul comparto delle fonti energetiche alternative e delle estrazioni di shale-oil?
Assolutamente no, per ragioni diverse. Le rinnovabili sono importanti soprattutto per la generazione elettrica, settore nel quale il petrolio è marginale fin quasi all’irrilevanza. Inoltre, la spinta dei Paesi industrializzati alla decarbonizzazione delle economie – e del settore elettrico in particolare – sono fenomeni che possiamo definire come irreversibili. Peraltro, le rinnovabili in alcuni mercati sono sempre più competitive anche dal punto di vista puramente economico e credo che la tendenza continuerà. Certo, i bassi prezzi del petrolio possono influire anche sulle altre fonti e rallentare il processo, soprattutto nei Paesi emergenti, ma la direzione presa dai sistemi energetici dei Paesi industrializzati è molto chiara. Per quanto riguarda lo shale oil, anche se i prezzi bassi stanno mettendo in difficoltà molti produttori e faranno ridurre la produzione nei prossimi trimestri, questo non significa la fine. Tra l’altro, i costi di produzione nei diversi campi sono piuttosto eterogenei e negli ultimi dodici mesi la capacità di alcuni produttori di ridurre i costi nelle aree geologicamente più favorevoli ha colpito gli analisti. In altre parole, anche con prezzi in ulteriore discesa, non tutti andranno in bancarotta.

Oltretutto, le riserve restano nel terreno e quando i prezzi inevitabilmente saliranno di nuovo, anche lo shale oil dei campi più costosi da coltivare tornerà competitivo e potrà essere riportato velocemente sul mercato. Questo anche grazie alla curva di sviluppo delle operazioni di coltivazione dello shale oil, che sono molto più rapide rispetto ai giacimenti convenzionali e consentono di iniziare la produzione nel giro di qualche trimestre, quando le aspettative degli investitori sono positive e arrivano i capitali per le operazioni.

Trasporto del petrolio

Il trasporto del petrolio. Le riserve di petrolio sono concentrate in alcune zone del mondo, mentre la domanda è praticamente uniforme da ogni angolo del globo. Ne consegue la necessità di trasportare il petrolio dal luogo di produzione fino al luogo di consumo. Il trasporto del petrolio può avvenire principalmente nei seguenti modi:

  • pipeline e oleodotti
  • trasporto via mare con le navi cisterna (petroliere)
  • trasporto via terra con le auto cisterna

In genere i pozzi petroliferi (luoghi di trivellazione) sono collegati al porto di imbarco (o direttamente alle raffinerie) tramite una rete di oleodotti locali. I tubi hanno una larghezza di circa 10 metri e sono collocati sottoterra o sul fondale marino nel caso delle piattaforme off-shore. A seconda della distanza da colmare e delle pendenze, gli oleodotti sono intervallati da apposite stazioni di pompaggio che forniscono al greggio la giusta pressione per continuare il suo cammino lungo i tubi. Al porto di imbarco il petrolio viene stoccato all’interno dei serbatoi, in attesa di essere caricato nelle navi cisterna (dette ‘petroliere’). Le petroliere sono navi a doppio scafo composte da una serie di serbatoi nella stiva di carico. Il trasporto via mare del petrolio implica elevati rischi. In caso di incidente le conseguenze sull’ambiente marino sono immense e si ripercuotono fino all’uomo tramite la catena alimentare. Per questa ragione, sono fissate apposite regole di sicurezza da seguire nel trasporto del petrolio via mare. Ciò nonostante, nella storia non sono mancati disastri ecologici causati dall’affondamento o da incidenti delle navi petroliere. In questi casi il petrolio si riversa in mare formando il fenomeno della “marea nera” ed inquinando per molti decenni l’ambiente ittico locale. Il trasporto del petrolio tramite un oleodotto è più sicuro. Tuttavia, i costi fissi di realizzazione di un oleodotto sono molto alti. Questo metodo di trasporto è praticato soprattutto in caso di grandi flussi di petrolio concentrati verso un unico polo di raffinerie. Il trasporto via terra del petrolio avviene tramite le auto cisterna. A causa della scarsa capacità di carico delle auto cisterne e degli elevati costi variabili (carburante) quest’ultima via di trasporto è utilizzata soprattutto per colmare piccole distanze e brevi tragitti. E’ invece una scelta antieconomica nelle medie e grandi distanze.

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