Messaggi difformi dal mercato del lavoro USA

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Segnali diversi dal mercato del lavoro USA

Chi investe in opzioni binarie è molto attento ai cosiddetti segnali contrastanti. In questo la situazione del mercato del lavoro americano è emblematica visto che di settimana in settimana arrivano dei report carichi di ambiguità. Ma in che senso?

Un buon opzionarista deve distinguere i dati che arrivano dai report. Sicuramente il mercato del lavoro USA sembra in crescita ma dove ci si aspettava una specie di effetto sorpresa, si è rimasti molto delusi. Ecco allora che si parla di segnali contrastanti.

Prendiamo ad esempio i dati di dicembre. Le aspettative degli analisti circa i Non-Farm Payrolls (NFP) sono state rispettate ma se il dato si estrapola dal contesto si scopre appunto che molto si aspettavano un nuovo effetto sorpresa e si sono ritrovati con un pugno di mosche in mano.

L’effetto sorpresa era stato alimentato dal fatto che il dato sulla creazione dei posti di lavoro, stimato a 134 mila unità, era risultato invece di 215 mila unità. Gli investitori avrebbero scommetto di tutto sul fatto che ci sarebbe stato un altro risultato sorprendente.

Invece, considerando il dato medio relativo all’incremento dei posti di lavoro, si poteva smorzare l’entusiasmo rilevando che la lettura dei NFP era stato comunque inferiore alla media. In più i tagli alla spesa aveva determinato il calo di 13 mila posti di lavoro.

Il mercato del lavoro 2020

Questo rapporto annuale è frutto della collaborazione sviluppata nell’ambito dell’Accordo quadro tra Ministero del lavoro e delle politiche sociali, Istat, Inps, Inail e Anpal, finalizzato a produrre informazioni armonizzate, complementari e coerenti sulla struttura e sulla dinamica del mercato del lavoro in Italia. L’obiettivo è valorizzare la ricchezza delle diverse fonti d’informazione sull’occupazione – amministrative e statistiche – per rispondere alla crescente domanda di una lettura integrata dei dati sul mercato del lavoro.

Gli approfondimenti qui presentati affrontano più tematiche, intrecciando gli aspetti congiunturali e ciclici con l’evoluzione del quadro strutturale – segnato dal progressivo rallentamento della crescita economica – in un contesto di una maggiore incertezza globale dovuta alle guerre commerciali, attenuate ma non scomparse in seguito al recente accordo Usa-Cina, e alle accresciute tensioni geopolitiche. La comparsa del coronavirus Covid-19 a gennaio 2020 e la sua rapida diffusione in Cina e nel resto del mondo stanno inoltre indebolendo ulteriormente le prospettive di crescita economica con un prevedibile impatto sfavorevole anche sul mercato del lavoro.

Il quadro che emerge presenta diversi aspetti positivi insieme alle criticità che la ripresa economica degli ultimi anni ha solo in parte attenuato. Se, infatti, da un lato emergono evidenze di un miglioramento del mercato del lavoro in cui fattori di fondo – demografici e sociali, di selezione interna e risposte ai mutamenti tecnologici delle imprese – e di più breve periodo hanno contribuito a una prolungata ripresa che ha portato i livelli occupazionali ai massimi storici; dall’altro permane un’ampia area di inoccupazione e sottoccupazione dove spicca l’utilizzo del part time involontario, accanto all’aumento dei divari con l’Ue e l’acuirsi degli squilibri territoriali.

Complessivamente, il rapporto intende fornire una base empirica e analitica utile a favorire lo sviluppo del dibattito pubblico sul tema del lavoro.

clicca sull’immagine per scaricare il pdf

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Il valore di lavoro e relazioni, e il re nudo. La Quaresima del capitalismo

La crisi del nuovo coronavirus sta svelando anche la natura ambivalente dell’economia. Di fronte alla difficoltà del lavorare, ci accorgiamo che prima di amare il tempo libero noi amiamo il nostro lavoro.

Stiamo capendo che ci piace stare a casa la domenica perché poi c’è il lunedì e si torna a lavoro, perché senza i giorni feriali si abbuiano anche i giorni festivi. Anche per questo facciamo tutti una grande resistenza a rinunciare al lavoro per gli evidenti motivi di sicurezza; vorremmo e vogliamo tenere aperte le fabbriche e gli uffici non solo per non ridurre troppo il Pil, non solo per guadagnarci lo stipendio necessario, ma anche perché sentiamo che non siamo schiacciati finché riusciamo ancora a lavorare, e a lavorare insieme. Questa è una dimensione e una vocazione del lavoro, che niente come una grande e grave crisi come quella che stiamo vivendo ci sta svelando: in fondo, se guardiamo bene dentro di noi, quando una forma di morte ci minaccia, il lavoro diventa un suo potente antidoto – perché non c’è solo il conflitto tra eros e thanatos, c’è anche quello tra il lavoro dei viventi e il non lavoro della morte.

È così, anche se nei tempi ordinari non ci pensiamo mai abbastanza, in realtà noi andiamo a lavorare anche per sconfiggere la morte. Creando beni e servizi con la nostra azione collettiva generativa stiamo dicendo, ogni giorno, che la vita è più grande. E non è certo un caso che nella Bibbia molti episodi decisivi per la vita e per la morte accadono mentre le persone lavorano – da Mosè che pascolava il gregge fino agli apostoli, chiamati mentre lavoravano.

Come non è un caso che in alcune lingue il lavoro è accostato al parto, a quell’altro travaglio che tanto gli somiglia, anche nel dolore che accompagna ogni lavoro vero che non sia solo hobby o gioco.

Abbiamo poi capito che quei beni relazionali, tanto derisi dagli economisti e dai politici in tempi ordinari, sono essenziali come e più delle merci. Abbiamo improvvisamente compreso che la gente, gli anziani soprattutto, vanno a comprare il pane anche, e forse soprattutto, per ‘consumare’ la chiacchierata con la gente del quartiere perché al mercato si va anche e soprattutto per ‘scambiare parole’, che non ricevere visite di volontari e amici in carcere è questione di vita e di morte. Le grandi crisi ribaltano le vecchie ‘piramidi dei bisogni’. Tutte le civiltà queste cose le hanno sempre sapute, quella capitalistica lo aveva dimenticato, speriamo lo reimpari dal dolore di questi giorni. Come un ‘male comune’ (virus) ci ha insegnato improvvisamente cosa sia il ‘Bene comune’, la solitudine forzata ci ha insegnato il valore e il prezzo delle relazioni umane, la distanza superiore al metro ci ha svelato la bellezza e la nostalgia delle distanze brevi.

Ma, lo vediamo e lo vedremo sempre di più, l’economia sta mostrando anche un’altra faccia. È quella delle Borse e delle speculazioni, la paura delle perdite di Pil che diventano più importanti delle perdite di vite, che hanno impedito finora di fermare anche quelle attività commerciali e produttive che non sono essenziali per la vita della gente – studi legali, di commercialisti, alcune fabbriche, studi di analisti finanziari, molti tipi di negozi… – attività che sappiamo quanta gente mette assieme ogni giorno soprattutto al Nord. Che ha fatto sì che il ‘fermiamoci tutti’ fermasse subito le scuole ma non il business.

Continuo a pensare e a ripetere ormai da diversi giorni che una ‘quaresima da capitalismo’, dimentica di Pil, spread, debito pubblico e patto di stabilità, sarebbe una terapia efficace per rallentare l’avanzare troppo minaccioso e veloce del virus.

Queste ragioni dell’economia sono molte diverse delle prime ragioni del lavoro- vita, e sono loro nemiche. Perché dicono che abbiamo messo in piedi un sistema sociale dove l’ultima parola, alla fine, sembra avercela il business e non il bene comune, dove la politica non ha abbastanza forza per fare cose ovvie. Tutto ciò è evidente in Italia, ma lo è di più in Europa, in Gran Bretagna e negli Usa dove si sta sottostimando e sotto-raccontando l’entità della crisi sanitaria per ridurre o magari evitare le sue conseguenze sull’economia – in particolare sulla finanza, che non sempre è alleata dell’economia.

Se siamo attenti, in questa crisi possiamo leggerci allora anche importanti messaggi sul capitalismo che abbiamo costruito in questi ultimi decenni. Abbiamo corso troppo, inseguendo i segnali di mercato abbiamo pensato di essere invincibili, non abbiamo applicato quel principio fondamentale della convivenza umana che la Dottrina sociale della Chiesa chiama principio di precauzione, che dovrebbe portare una comunità a non attendere che arrivi il ‘cigno nero’ per attrezzarsi e far fronte al caso eccezionale ma devastante. Una comunità saggia e non guidata dal capitale investe in tempi ordinari per premunirsi per il tempo eccezionale. Lo facciamo tutti i giorni con le assicurazioni individuali e aziendali, non lo facciamo più per la società nel suo insieme, che si ritrova totalmente scoperta su questioni decisive, nonostante gli allarmi seri che erano arrivati negli anni passati.

Che il re (capitalista) fosse nudo, ce lo aveva detto, come nella fiaba, una bambina, un anno fa. Noi non l’abbiamo ascoltata, e abbiamo continuato a vivere come se i vestiti del re ci fossero realmente, incantati dal benessere e dal delirio di onnipotenza. Questo virus è un secondo messaggio, che possiamo gestire e poi continuare a vivere come prima, o interpretare con saggezza e cambiare, cambiare molto.

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Opzioni binarie: vero o falso?
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