L’IMU bocciata dall’UE, bocciatura anche per l’Italia

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Riserve d’oro nei forzieri dei paesi emergenti

L’oro è sempre stato e lo sarà ancora per molto, il bene rifugio per eccellenza, il bene verso il quale investitori e stati si tuffano in caso di crisi o per dare solidità e ricchezza al proprio portafoglio.

Ma quali sono stati i paesi che in questi mesi hanno lavorato maggiormente sull’incremento delle loro risorse auree? L’ultimo report del World Gold Council, vale a dire l’associazione internazionale delle aziende minerarie aurifere, c’è da mettere sotto la lente d’ingrandimento il comportamento degli stati emergenti.

Il WGC, da gennaio a novembre del 2020 ha osservato che le banche centrali mondiali hanno aumentato in totale le riserve di oro nette fino a raggiungere le 350 tonnellate di lingotti. L’Italia, in realtà è rimasta un po’ ferma ma si conferma al terzo posto tra i paesi con il maggior numero di riserve d’oro da parte.

Al primo e al secondo posto nella classifica dei detentori d’oro ci sono Stati Uniti e Germania che hanno rispettivamente 8133,5 e 3391,3 tonnellate d’oro nei loro forzieri. Stupefacente è comunque la rincorsa all’oro dei paesi emergenti.

Il primo acquirente del 2020 è stato il governo di Ankara: la Turchia si è messa da parte ben 118,8 tonnellate d’oro, seguita in questa particolare classifica dalla Russia, dalle Filippine, dal Brasile e dal Kazakhstan. Al sesto posto entra con grande sorpresa l’Iraq che ha messo nei suoi forzieri ben 27,2 tonnellate d’oro.

Manovra, così l’Ue prepara la stangata. ​Ecco cosa succederà adesso

La lettera dell’Italia apre lo scontro con Bruxelles. Domani la Commissione deciderà sulla bocciatura della manovra

La lettera dell’Italia sulla manovra è stata recapitata a Bruxelles. Salvini, Di Maio e Conte non sembrano intenzionati a cedere alle pressioni dell’Ue. “Vedremo chi scriverà più missive”, dice ironico il ministro dell’Interno. Settimana scorsa l’Europa ha fatto sentire la sua voce critica e per quanto il commissario Moscovici continui a ripetere che l’intenzione è quella di collaborare, la risposta odierna dell’Italia lascia intendere che – con ogni probabilità – si arriverà allo scontro frontale. E forse per la prima volta nella storia dell’Ue.

“Il Ministro Tria – si legge nella missiva spedita dal ministero dell’Economia a Bruxelles – ribadisce il quadro macroeconomico contenuto nel DPB e i termini della politica economica del governo, finalizzata a stimolare crescita per favorire la riduzione del debito pubblico. Un sostegno importante alla crescita economica è atteso dal rilancio degli investimenti, sia pubblici che privati che in capitale umano, e dalle riforme strutturali che il governo intende mettere in atto”. Tradotto: nessun passo indietro. Il governo pare intenzionato a sforare le norme europee per finanziare le politiche promesse in campagna elettorale. Per Conte non è “una manovra azzardata” e per questo non verrà modificata nonostante le critiche di Moscovici e Dombrovski. Neppure Salvini intende “toccare” la manovra solo perché lo desiderano chi ha sempre imposto “manovre lacrime e sangue, spedite via fax da Bruxelles” e che “hanno massacrato gli italiani”.

Il governo sembra convinto di quello che fa. Tanto da mettere nero su bianco che la “manovra di bilancio non esponga a rischi la stabilità finanziaria nè degli altri paesi membri dell’Unione Europea“. Ed è per questo che, pur ammettendo di sapere che l’impostazione della politica di bilancio è “non in linea con le norme applicative del patto di stabilità e crescita”, non intende fare passi indietro: “È’ stata una decisione difficile ma necessaria alla luce del persistente ritardo nel recuperare i livelli di Pil pre crisi e delle drammatiche condizioni economiche in cui si trovano gli strati più svantaggiati della popolazione”, ha spiegato Tria ai colleghi Ue. Ma non è detto che capiscano.

La parola ora passa all’esecutivo comunitario che domani si riunirà a Strasburgo a partire dalle 13. Le dichiarazioni italiane non lasciano molto spazio all’immaginazione e i prossimi passi, a meno di sorprese dell’ultimo minuto, sembrano ormai definite. Bruxelles dovrebbe certificare la “bocciatura” della legge di bilancio italiana, emettendo una richiesta formale di modifica del progetto di bilancio in relazione a saldi che violano il patto di stabilità e gli impegni di riduzione del deficit in termini strutturali assunti dallo stesso governo Conte a fine giugno. La decisione formale della Commissione dovrebbe arrivare sempre domani e se tutto andrà secondo quanto appena descritto, allora sarà un momento a suo modo storico. Sarebbe infatti la prima volta che la Commissione Ue arriva a un atto del genere contro uno Stato membro.

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Da domani poi il governo italiano avrà a disposizione tre giorni per reagire. Due opzioni: piegarsi all’Ue e modificare la manovra, oppure far finta di nulla. Conte in conferenza stampa ha detto di essere pronto, “in caso di bocciatura”, a “sedersi al tavolo” con i diretti interessati. Se alla fine però nulla si dovesse modificare, allora l’Italia rischierebbe l’apertura di una procedura europea per deficit eccessivo in relazione al mancato rispetto della regola di riduzione del debito nel 2020.

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Articoli

Perché l’ Italia non cresce

Perché l’Italia non cresce? . 7

La crescita deludente dell’economia Italiana non può essere attribuita a una carenza di capitale fisico o umano. . 11

E’ colpa dell’ Euro, quando c’era la lira si stava bene. 19

Le ragioni della Germania . 29

Un sostegno dell’ Europa che l’ Italia non ha saputo sfruttare. 33

In Italia aumentano gli anziani e diminuiscono i bambini . 39

La scuola italiana, una delle cause principali del declino dell’ Italia. 47

In Italia gli occupati sono il 56,3% della popolazione, in Germania il 74% 51

Il contributo degli immigrati. 55

La globalizzazione come al tempo della scoperta dell’ America.. 65

La globalizzazione e i nuovi strumenti di comunicazione di massa 69

La globalizzazione finanziaria. 71

I paradisi fiscali. 75

Una fiscalità Europea. 89

Un nuovo modello economico: industria 4.0. 97

Dalla dittatura del proletariato alla prigione del precariato. 101.

Le diverse ondate di automazione non hanno mandato in pensione il lavoro e la manodopera, ma oggi. 103.

Perché in Italia non si assume più. 107

No alle imposte sugli immobili che sono improduttivi si alle Imposte sui database e sui robot 111

La web tax. 113

Un nuovo Feudalesimo. 115

Il plusvalore è determinato dalla forza del marchio. 119

Chi è il proprietario del marchio Made in Italy. 121

Che cosa ha frenato la crescita dell’ Italia. 125

La vera ragione per cui l’ Italia oggi non cresce. 129

Il programma di sviluppo della Commissione Europea. . 131

Abolire le imposte sul patrimonio delle imprese non legate al reddito prodotto. 137

Abolire l’ IMU sulle seconde case. 139

Recuperare l’ evasione fiscale imitando il sistema fiscale USA? 141

Denaro e ricchezza. 145

Garantire il risparmio non speculativo. 155.

La green economy. 157

I diritti acquisiti non esistono e non esiste un articolo della

Costituzione che li prevede. 165

Il nostro paese ha il dovere di riequilibrare la disparità di trattamento pensionistico tra padri e figli. 169

Il nostro Paese ha il dovere di riequilibrare le retribuzioni . 171

Anche la classe politica deve fare la sua parte: il metodo Bergoglio 173

Per restituire fiducia ai cittadini occorre attuare l’ art. 49 della Costituzione. 175

Come rilanciare la scuola e di conseguenza il Paese. 177

Perché gli studenti che arrivano all’ Università non sono preparati? 179

Le scuole secondarie di primo grado non sono da meno. 181

Una giustizia da riformare. 183

La Sanità Italiana al primo posto in Europa. 187

Le forze dell’ ordine: Polizia e Carabinieri Riforma della Pubblica Amministrazione 191

Ripensare il ruolo delle Regioni e delle Province. 195

Determinazione del fabbisogno standard Regioni . 199

La questione meridionale. 201

Occorre una nuova riforma della Costituzione. 211

Conclusioni. 214

Il sogno di Altiero Spinelli Gli Stati Uniti d’ Europa. 215

Perché l’Italia non cresce?

In Italia, da più di 20 anni, la politica sembra che abbia esaurito il suo compito, nessuno riesce a capire che cosa sta succedendo al nostro paese, perché l’ economia italiana non cresce più. Perché i politici da anni, ormai, si limitano a fare l’ elenco dei problemi e non riescono a proporre soluzioni adeguate e perché aizzano il popolo contro le banche, la Merkel, l’ Europa e i poteri forti.

Perché negli ultimi vent’ anni siamo cresciuti meno dei nostri partner europei e molto meno dei paesi emergenti?

Le risposte più comuni alla domanda: perché l’ Italia non cresce, sono diverse e ciascuna di esse ha un contenuto di verità:

1. Si pagano troppe tasse

2. C’ è troppa corruzione

3. La burocrazia scoraggia gli investimenti

4. L’ evasione fiscale penalizza le imprese oneste

5. Si investe poco nella ricerca e in infrastrutture

6. La classe politica è inadeguata.

Si può andare avanti con l’ elenco, ma tutte queste ragioni, che sono sempre state una caratteristica del nostro paese, non spiegano perché solo oggi ne determinano il declino.

Da anni la politica dibatte su temi che sono assolutamente marginali rispetto alla gravità dei problemi. Lo scontro politico in questi ultimi 20 anni si è incentrato sull’ applicazione dell’ IMU, sul ponte sullo stretto, sulla riforma elettorale. Si sono coniati slogan come: meno burocrazia, meno tasse, meno Stato, più persona, più impresa; qualcun altro ha puntato sullo slogan: onestà, onestà, ma la soluzione ai problemi posti dalla globalizzazione e dalla economia senza lavoro è rimasta fuori dalla politica perché si insiste nella lettura del presente e si trascura di considerare che il futuro prossimo ci prospetta un modello di società che non risponde più alle regole economiche della società industriale e che il capitalismo analizzato da Marx non c’è più, perché la produzione dei beni non è più legata alla classe operaia e non esiste più un’ identità tra produttore e consumatore.

Dobbiamo interrogarci sul perché l’ intera Europa, non riesce a crescere e se sia più utile affrontare i problemi: della globalizzazione, della posizione periferica assunta dall’ Europa rispetto al mercato mondiale e la competizione con Stati come gli USA, la Cina, la Russia o l’ India e il Brasile, ciascuno con la propria bandiera nazionale o tutti uniti sotto la bandiera europea che rappresenta la più forte economia mondiale.

Dobbiamo innanzi tutto insegnare nelle scuole una storia comune e condivisa, dobbiamo smettere di pensare che il popolo italiano sia più intelligente e più geniale degli altri. Non è vero. In Italia i brevetti ad alto contenuto tecnologico sono 7 per milione di abitanti, in Europa sono più di 30. Continuiamo a raccontarci che in Italia c’è la fuga di cervelli come se fossimo una razza superiore e non consideriamo che il problema vero è che non riusciamo ad attrarli i cervelli, perché spendiamo poco per la ricerca e perché la nostra scuola è agli ultimi posti in Europa e nel mondo.

Finché i Tedeschi continueranno a pensare come Kant che: ”il Tedesco è l’ uomo di tutti i paesi e climi, emigra facilmente e non è appassionatamente legato alla sua patria e sotto un’ autorità superiore, si differenzia egregiamente dagli stanziamenti di altri popoli per l’ attività, la purezza dei costumi e l’ economia” e i francesi penseranno alla loro grandeur e gli inglesi penseranno a far prevalere le loro peculiarità culturali ed economiche, l’integrazione europea sarà sempre più lontana da venire.

L’ unità dell’Europa passa attraverso la costruzione della sua identità culturale. Identità tanto necessaria quanto minacciata dal dominio della tecnica e dal fenomeno migratorio.

Il filosofo Emanuele Severino si pone il problema dell’essenza della cultura occidentale. Ma in quale direzione? Che cosa significa, per esempio, la decadenza dell’Europa? Non va forse insieme, questo fenomeno, al diventare planetario del dominio della tecnica, che è il frutto specifico del pensiero europeo? Che cosa significa la preoccupazione, oggi sempre più insistente, di porre limiti alla ricerca? Si può parlare di un’etica della scienza? La risposta a queste domande sta nel riconoscimento del debito che la cultura europea deve al cristianesimo che, assimilato il pensiero aristotelico, costituì il fondamento del pensiero dei popoli europei. San Benedetto, con la sua opera e il movimento monastico da lui creato, favorì la diffusione del cristianesimo nel sesto secolo in Europa e determinò la formazione della identità del continente, oggi il compito della politica non è quello di sfruttare le contraddizioni dell’ Europa per aumentare il proprio consenso elettorale, ma quello di pretendere più integrazione e più solidarietà tra i popoli europei.

La crescita deludente dell’economia Italiana non può essere attribuita a una carenza di capitale fisico o umano .

Da alcuni anni l’Italia investe quasi il 20 per cento del proprio Pil in impianti e attrezzature, si tratta di una percentuale superiore a quella della Germania, ma nonostante gli sforzi, il Pil è di poco superiore a quello di dieci anni fa. Ciò implica che l’efficienza degli investimenti è stata estremamente scarsa. Tra il 1999 e il 2009 lo stock di capitale netto dell’intera economia italiana è aumentato del 19 per cento, ma il Pil è aumentato solo del 5 per cento. Al contrario, lo stock di capitale tedesco è aumentato meno (circa il 13 per cento), ma il Pil della Germania è aumentato molto più, circa il 9 per cento. È probabile quindi che maggiori investimenti non siano la soluzione del problema crescita.

Tra i motivi della bassa crescita, è spesso citato l’investimento dello Stato in infrastrutture. Ma in realtà ha oscillato intorno al 2,5 per cento del Pil nel corso degli ultimi venti anni, in linea con la media europea (e ancora una volta superiore a quello della Germania). Più investimenti in infrastrutture, quindi, non sbloccheranno la strada alla crescita. Le stesse osservazioni possono essere fatte per quanto riguarda il capitale umano: la forza lavoro italiana è oggi più istruita rispetto a anni fa. La percentuale di coloro che hanno una formazione universitaria è aumentata dal 13 al 18 per cento all’interno della popolazione in età lavorativa, mentre la percentuale di chi ha solo il diploma della scuola elementare è diminuita.

La percentuale dei laureati in Italia rimane più bassa rispetto ai paesi partner, ma è cresciuta più velocemente nel corso dell’ultimo decennio.

Cosa possiamo dire invece riguardo le “riforme strutturali”, spesso indicate come la cura dei mali per il paese? Anche qui i dati indicano un miglioramento sia assoluto che relativo. Per esempio, gli indici Ocse sui mercati del lavoro e dei prodotti mostrano un sostanziale miglioramento se confrontiamo i valori più recenti ai dati di dieci anni fa. Inoltre, l’Italia sembra aver raggiunto all’incirca lo stesso livello della Germania per quanto riguarda le tutele (formali) del mercato del lavoro e la regolamentazione del mercato dei prodotti.

Un altro fattore spesso citato come inibitore della crescita in Italia, è il basso tasso di investimento nella ricerca e nello sviluppo: è dell’1,27 per cento del Pil, un tasso molto basso, pari solo al 62 per cento della media dell’area euro. Tuttavia, nell’ultimo decennio, l’investimento dell’Italia in Ricerca e Sviluppo in proporzione al Pil è cresciuto di un quarto, più o meno quanto in Germania, e molto di più che nel resto d’Europa.

La tabella riportata, pubblicata da “The Economist” mostra l’ andamento del Pil a partire dal 1999 fino al 2020. La tabella parla chiaro; da quando c’è l’ Euro, l’ unico paese che non è cresciuto, anzi ha subito una regressione, è proprio l’ Italia. Persino le economie deboli quali Spagna, Grecia e Portogallo hanno registrato un incremento, se pur inferiore ai paesi nordici, che è spiega chiaramente che la responsabilità del recesso dell’ Italia non può essere attribuita all’ Euro a meno ché non si voglia affermare che l’ Euro ce l’ ha con l’ Italia e questa è una sciocchezza.

Da fonti di Confcommercio si apprende che negli anni della crisi i consumi per residente sono diminuiti tra il 2008 e il 2020 ad un tasso medio annuo dell’1,5%, a cui si è aggiunta una contrazione del 3,9% nel 2020 e dello 0,6% nel 2020 (complessivamente la riduzione è stata dell’11,2%).

A livello di grandi funzioni di spesa si rileva come le diminuzioni non abbiano assunto la stessa intensità negli anni della recessione. In linea generale si osserva come per alcuni segmenti – per esempio la mobilità e le comunicazioni – il crollo della domanda si sia registrato già nel periodo 2008-2020 (- 3,9% la variazione media annua) proseguendo nel 2020 (-4,5), con un modesto recupero nel 2020.

Relativamente ai consumi alimentari in casa e fuori casa e all’abitazione, al netto dei fitti imputati, la crisi ha attraversato continuativamente tutto il periodo. Per gli altri segmenti come il tempo libero, i viaggi e vacanze e la cura del sé e della salute dopo anni (2008- 2020) in cui si è registrata una tendenza alla parziale tenuta nel 2020 si è registrato un crollo della domanda (-6,2%, -4,4%, -5,0%). Questi dati sono peraltro sintesi di andamenti dei singoli prodotti che compongono gli aggregati non sempre omogenei e sintomatici sia di mutamenti negli stili di vita sia di tentativi di contenere gli effetti negativi della recessione sul benessere familiare.

La politica di contenimento della spesa pubblica non ha avuto grande successo anche perché di norma, quando ci sono le crisi economiche si assiste sempre ad un incremento della spesa pubblica al fine di favorire la ripresa economica e di soccorrere i cittadini in difficoltà.

La propensione al consumo, per inciso, è la percentuale del proprio reddito che un consumatore è disposto ad utilizzare per i consumi, all’aumentare della quale corrisponde un aumento della ricchezza: la maggiore domanda di consumi genera, infatti, una maggiore produzione di beni e servizi e, in conseguenza, un aumento ipotizzabile di ricchezza.

La risposta degli italiani alla grande recessione mondiale iniziata nel 2007 negli Stati Uniti d’America in seguito ad una crisi del mercato immobiliare manifestatasi con lo scoppio della bolla immobiliare , è stata improntata ad una grande prudenza nell’ affrontare il futuro, tirando i remi in barca: taglio dei costi di produzione e riduzione dei consumi da parte dei cittadini.

Tale atteggiamento fu incentivato dall’ incremento dei prezzi delle materie prime ( petrolio in primis), una crisi alimentare mondiale, la minaccia di una recessione in tutto il mondo ed una crisi creditizia (seguita a quella bancaria) con conseguente crollo di fiducia dei mercati borsistici . I danni irreparabili che ha subito il mercato immobiliare si è riverberato sulla stabilità delle banche che si sono trovate nella impossibilità di recuperare i crediti in un settore, quello immobiliare, in cui bastava avere la proprietà del terreno e un progetto approvato, per ottenere il finanziamento per la realizzazione dell’ immobile. Le banche italiane si sono trovate esposte per centinaia di miliardi di euro senza avere alcuna prospettiva di un rientro, se pur parziale del credito perché l’ attivazione delle procedure fallimentari avrebbero solo aggravato la già difficile situazione delle aziende debitrici senza trarne vantaggio.

I rimedi proposto da Keynes per superare le crisi cicliche dei mercati in un sistema capitalistico non sono stati praticati a causa dei vincoli posti dalla Comunità Europea a quei paesi come l’ Italia che erano fortemente indebitati e che godevano della protezione fornita dalle economie più forti che con il loro Pil davano stabilità e forza al valore dell’ Euro.

Keynes, infatti riteneva superabili le crisi cicliche dei mercati attraverso un attivo intervento pubblico, diretto a espandere la spesa globale, e quindi la domanda, mediante consistenti investimenti pubblici. Qual era il ragionamento keynesiano?

1) Il reddito e l’ occupazione dipendono dagli investimenti.

2) Gli investimenti sono inversamente proporzionali al tasso d’interesse.

3) Il risparmio non dipende dal saggio d’interesse, bensì dal reddito.

4) Quando il risparmio desiderato è più alto degli investimenti, il reddito si riduce.

5) Nell’impossibilità di veder ridurre il saggio d’interesse ad un livello utile per gli investimenti, indispensabili per la piena occupazione, sorge il bisogno di investimenti pubblici.

L’ eccessivo rigore di un’ Europa che non ha saputo dimostrare di essere una vera Comunità, creando un contenzioso continuo e snervante fra Commissione Europea e Governo Italiano che produce un grave danno di immagine dell’ Europa agli occhi degli italiani che erano negli anni ’80 dei convinti sostenitori del progetto Europeo.

Un credito morale che ha dato spazio a numerosi partiti che hanno saputo sfruttare questo malcontento per ragioni elettorali e che ha fatto dell’ Europa il capro espiatorio al quale viene attribuita la responsabilità della mancata crescita dell’ Italia.

Il declino di oggi è causato dagli errori commessi negli anni ’80 e ’90.

A quel tempo, l’ Italia era considerata persino un modello da imitare, avevamo realizzato un sistema industriale formato prevalentemente da aziende di piccole e medie dimensioni, era in voga il motto piccolo e bello. Era l’ Italia dei distretti industriali in cui gruppi di imprese specializzate in un determinato settore riuscivano a realizzare quelle economie di scala date dalla semplificazione della piramide organizzativa della piccola azienda e dalla agglomerazione produttiva della grande azienda.

L’ avvento della globalizzazione ha messo in crisi questo modello. La piccola e media impresa non ha le dimensioni per conquistare il mercato mondiale e l’ aver parcellizzato la produzione, il manifatturiero italiano diventato un produttore di semilavorati, non è stato più in grado di intercettare il vantaggio ottenuto dal marchio che è di competenza di chi vende il prodotto finito.

E’ colpa dell’ Euro, quando c’era la lira si stava bene.

Su questo argomento fanno leva alcuni partiti politici ostili all’ Europa che ritengono di aver fatto la grande scoperta: riacquistiamo il potere di stampare denaro, creiamo inflazione e riprendono le esportazioni.

Il sociologo Zygmunt Bauman , ha pubblicato un saggio dedicato alla nostalgia come forma di utopia. Significa grosso modo questo: quando il presente si manifesta come una vita priva di senso e senza qualità; quando le nostre città sono piene di gente considerata superflua, quando il futuro suscita angoscia anziché speranza, siamo propensi a inventarci una specie di “passato migliore”. Nella volontà di uscire dalla Ue, manifestata dal referendum britannico, c’è un elemento di nostalgia (quindi di invenzione del passato) verso un Regno Unito, simpatico, civile, ordinato, dove il bobby disarmato aiuta la vecchietta ad attraversare la strada e il lattaio lascia il latte in una bottiglia fuori porta, e nessuno lo ruba. Bauman assume questa impostazione e allarga l’analisi: «Stiamo assistendo a una moltiplicazione delle crisi. Ogni giorno le pagine dei quotidiani, così come i nostri apparecchi radio e schermi di tv e computer, traboccano di notizie sulle nuove crisi, su situazioni che fino a ieri ignoravamo, su Paesi di cui a malapena sapevamo il nome.

Se fosse così semplice….

Intanto sfatiamo il mito che quando c’ era la lira si stava bene.

Quando c’ era la lira si stava bene perché non c’ era il mercato globale, non c’ erano i mercati emergenti come Cina, India, e Brasile che in breve tempo hanno creato un sistema produttivo molto efficiente capace di produrre beni di qualità a prezzi dimezzati. Le nostre piccole e medie imprese, grazie alla snellezza dell’ organizzazione produttiva e ad un mercato relativamente esteso, riusciva spesso a fare meglio della grande impresa. Oggi invece la piccola e media imprese fatica a stare sul mercato globale proprio per le sue dimensioni ridotte. Prima della globalizzazione l’ industria italiana era all’ avanguardia in molti settori della meccanica delle macchine utensili e del manifatturiero, oltre ad una cospicua presenza del settore chimico e farmaceutico. Il costo del denaro, a causa delle speculazioni monetarie, era a due cifre e le aziende più accorte, per contenere gli effetti della svalutazione, tenevano nei loro portafogli, anche le valute straniere. L’ aumento del costo delle materie prime era immediato, mentre gli adeguamenti salariali, garantiti da un sindacato molto potente, permetteva il mantenimento del mercato interno che, in presenza di una svalutazione monetaria, è destinato a comprimersi, vanificando i vantaggi dovuti alle maggiori esportazioni. Il forte debito pubblico accentua i rischi delle manovre speculative e rende molto fragile una moneta che è spinta alla svalutazione dalla necessità di ridurre il valore reale del debito pubblico.

Svalutare la moneta è una moda che prosegue ininterrotta anche nel corso dell’attuale crisi economica e finanziaria globale dove, dietro lo slogan di “guerre delle valute”, si nasconde proprio il tentativo di alcuni Paesi di abbassare il valore della propria divisa in modo tale da risultare più competitivi all’estero, esportare di più e quindi smuovere il Pil. La moneta la si svaluta in vari modi: la tecnica più utilizzata al momento è quella di stamparla a go-go. Aumentando la base monetaria diminuisce così il valore delle singole banconote. Una svalutazione monetaria che non sempre si riflette nell’economia reale (con un contestuale aumento dell’inflazione). Se la moneta stampata circola nell’economia reale con la stessa velocità con cui viene iniettata nel sistema dalle banche centrali, allora le probabilità che svalutazione monetaria e inflazione si assomiglino è più alta. Altrimenti svalutazione monetaria e inflazione prendono strade diverse.

Un’altra tecnica che le banche centrali possono utilizzare per svalutare la valuta è quella di venderla. Come ogni merce, infatti, anche una valuta si deprezza quando aumenta la propensione a venderla. Partendo da 100 e capitalizzando di anno in anno le percentuali di inflazione notiamo che il valore più basso appartiene alla Germania. In questi 13 anni ha registrato un tasso di inflazione complessivo del 25,5% (22,9 sommando nominalmente le variazioni). In pratica è come se un chilo di pane costasse 1 euro nel 1999 e 1,25 adesso. In Italia il tasso finale, partendo da 100, sfiora 139: 14 punti in più rispetto alla Germania. Quindi quel chilo di pane che a parità di cambio costava 1 euro nel 1999, adesso costa 1,39. Questa del tasso di cambio reale (differente inflazione tra Paesi a parità di cambio) è un’altra delle distorsioni tra le economie nazionali, dopo quella dello spread sui titoli di Stato e sui finanziamenti interbancari, che la crisi dell’euro ha messo a nudo.

L’idea alla base del vantaggio competitivo dato dalla svalutazione di una moneta è semplice ed è basata sulla legge della domanda e dell’offerta: i beni prodotti nel paese che svaluta costeranno di meno per gli acquirenti esteri (diminuzione dei prezzi), quindi aumenterà la loro domanda, quindi si produrrà di più. Ma come misurare l’aumento delle esportazioni? Se lo facciamo in valuta locale, rischiamo di incorrere in una illusione monetaria. Supponiamo che un paese venda all’estero 100 auto a 10.000 dollari l’una. In tal caso il ricavo sarà di un milione di dollari, uguali a un milione in moneta locale. Dopo la svalutazione, se continuo a vendere 100 auto a 10.000 dollari l’una, ma intanto la moneta locale vale solo 0,5 dollari, avrò ancora un ricavo di un milione di dollari, avrò ancora venduto solo 100 auto, ma il ricavo misurato in moneta locale sarà di due milioni. L’illusione quindi è che l’export sia raddoppiato, mentre è rimasto identico tanto in volume (100 auto) tanto in valuta estera (un milione di dollari). Pertanto in genere l’effetto di una svalutazione va misurato in termini di quantità o di moneta estera (tipicamente dollari USA).

Ma si suppone che la riduzione del prezzo in dollari convincerà i consumatori americani a comprare più auto da me, sottraendo quote di mercato ai concorrenti. Se ad esempio invece di 100 auto ne vendo 120 avrò 120×9000 = 1.080.000 dollari.

Guardiamo adesso ad un caso concreto: il Giappone. A partire dalla fine del 2020, lo Yen giapponese si è svalutato del 35% nei riguardi del dollaro americano, quasi lo stesso nei riguardi dello Yuan cinese e del 25% nei riguardi dell’euro.

Quale è stato il risultato in termini di volumi esportati di una così significativa svalutazione?

Praticamente nessuno:

A tutt’ oggi i volumi esportati sono ancora minori dell’ultimo trimestre del 2020 (quando lo Yen valeva molto di più di adesso) . In altri termini, l’export non reagisce in modo sostanziale al tasso di cambio, ma è guidato da altri fattori (che potrebbero essere ad esempio la stagnazione della domanda globale, le misure protezionistiche, ecc.)

Sul lato importazioni, poi, bisogna tener conto del fatto che il rincaro delle importazioni produce l’ aumento dei prezzi con il risultato che si contraggono i consumi interni.

Il trimestre peggiore per le importazioni in Giappone è stato quello di Gennaio-Marzo 2020, dopo un periodo di oltre un anno dalla prima svalutazione, in cui la bilancia commerciale è peggiorata, a causa della crescita della domanda interna. Solo dopo la caduta del prezzo del petrolio si è assistito ad un netto miglioramento sul lato importazioni.

Gli speculatori finanziari hanno la capacità di ridurre il potere delle banche centrali attaccando direttamente le monete nazionali. Ciò provoca un aumento dei tassi di interesse, quello della disoccupazione, con i problemi sociali che ne derivano, e la diminuzione dell’attività economica.

Ma queste politiche speculative colpiscono anche i paesi che si suppone abbiano economie “sane”. Tali economie si vedono danneggiate dall’incertezza e dagli echi speculativi che si trasformano in catastrofi quando gli speculatori abbandonano una determinata moneta.

Gli attacchi alle monete si verificano costantemente. Vediamo un esempio. Se gli speculatori vogliono attaccare lo yen giapponese, prima cosa chiedono un prestito in yen che convertono poi rapidamente in dollari. Se questa operazione é realizzata da vari speculatori allo stesso tempo, la vendita massiccia di yen provoca la diminuzione del tasso di cambio dello yen rispetto al dollaro che si rafforza nella stessa proporzione rispetto allo yen.

Se durante tale processo lo yen perde il 10% del suo valore, gli speculatori che in quel momento possiedono dollari li rivenderanno per acquistare nuovamente yen il cui valore é diminuito di un 10%. Al momento di acquistare nuovamente gli yen, dovranno restituire il prestito iniziale richiesto, più gli interessi. Se tali interessi fossero del 5%, gli speculatori avrebbero guadagnato un 5% netto (10% – 5% = 5% netto).

Nel caso di un attacco speculativo, il Fondo Monetario Internazionale raccomanda, in generale, un aumento del tasso di interesse per dissuadere gli speculatori, mantenendo sempre la libertà di cambio. L’aumento del tasso di interesse suole far precipitare le crisi economiche, riducendo gli investimenti ed il consumo. Durante la crisi brasiliana del gennaio del 1999, il tasso di interesse aumentò di un 50%, ma il Real si svalutò ugualmente e, come conseguenza, migliaia di persone persero il loro impiego.

Secondo la rivista “Gold Newsletter”, nel settembre del 1992 il famoso speculatore George Soros puntò 10 mila milioni di dollari contro la Sterlina inglese e riuscì a mettere in crisi la Banca Centrale britannica.

Nel suo libro “Soros parla di Soro”, spiegò come riuscì a farlo, forzando la Banca Centrale britannica ad aumentare il tasso di interesse dal 10 al 15% e a usare quasi la metà delle proprie riserve valutarie per sostenere la Sterlina, anche se senza risultato. Si calcola che, grazie a tale operazione, Soros guadagnò circa 2 mila milioni di dollari.

Non sempre gli speculatori escono vincitori da questa corsa al guadagno. Sempre secondo “Gold Newletter”, nel 1987 durante la caduta della borsa, Soros perse, puntando contro lo yen, circa 800 milioni e nel 1994 altri 600 milioni.

Tutto ciò dovrebbe rendere molto più prudenti coloro i quali recentemente ripongono una eccessiva fiducia negli effetti benefici delle svalutazioni.

L’ intervento di Draghi

Il quantitative easing di Draghi ha determinato, in 10 mesi, la perdita di valore dell’ Euro rispetto al dollaro del 40%.

Perché la Germania si scaglia contro il QE di Draghi?

Perché la svalutazione dell’euro ridona un po’ di fiato alle economie degli altri paesi dell’eurozona, che possono puntare ad esportare una parte della loro produzione (il vantaggio è relativo, in quanto il grosso degli scambi avviene comunque all’interno dell’area euro, dove la svalutazione non produce effetto, ma bisogna precisare che all’ interno della UE, l’ Italia ha un costo della manodopera vantaggioso rispetto alle economie forti), produzione che non troverebbe altrimenti sbocco nei mercati interni a causa della crisi dei consumi dovuta all’austerità imposta dalla UE. Non solo, l’ intervento di Draghi ha avuto il merito di abbassare il rendimento dei Btp decennali dal 7,48% del dicembre 2020 all’ 1,60-80 del 2020, portando una riduzione degli interessi sul debito pubblico che è sceso dagli 84 miliardi di euro del 2020 ai 70 miliardi del 2020, un risparmio sostanzioso sottratto in parte anche agli investitori tedeschi che vendevano i loro titoli all’ 1% per acquistare quelli italiani al 7%

Vale la pena ricordare che anche le esportazioni tedesche sono calate del 2,2%, che anche il debito pubblico tedesco ha beneficiato della riduzione dei tassi che sono diventati addirittura negativi: lo Stato tedesco si indebita per 100 ad un tasso negativo e restituirà una somma inferiore allo scadere del titolo di debito. Ciononostante, bisogna riconoscere che il beneficio dei tedeschi non equivale a quello degli italiani.

La consistente riduzione degli interessi passivi dal 2020 ad oggi di 14 miliardi di euro non è servita però a ridurre il rapporto debito/pil, che è passato dal 116,40% del 2020 al 132,60% del 2020 con un incremento della disoccupazione dall’ 8,4% all’ 11,5%. Un effetto prodotto dalla sottrazione dal mercato interno di 40 miliardi dal Governo Monti che ha condotto l’ Italia in una fase recessiva che ancora è ben lontana dagli obiettivi posti dal FMI del 2% di inflazione. Questi dati preoccupano l’ Europa che, pur avendo allentato la pressione sul nostro paese, non possono non immaginare che cosa succederà quando verrà a mancare l’ aiuto di Draghi.

Le ragioni della Germania

Nel saggio del 1798, “Antropologia pragmatica” Immanuel Kant l’ Italiano lo vede così:

“L’ Italiano concilia in sé la vivacità francese e la serietà spagnola e il suo carattere estetico è un gusto unito a sentimento. Il temperamento non ne resta alterato né scosso, ma c’è una tendenza della sensibilità verso il sublime, in quanto è conciliabile con il senso del bello. Nella fisionomia dell’ Italiano si rivela un forte gioco di sentimenti e il suo volto è pieno di espressione. Il lato brutto è questo: gli Italiani, come dice Rousseau, conversano in sale splendide e dormono nelle topaie. Ma il peggio è l’ uso del coltello, i banditi, il rifugio degli assassini nei luoghi sacri, il trascurato servizio di polizia ecc.” Più di 200 anni fa l’ idea che il mondo aveva degli Italiani è pressoché rimasta invariata, ma al di là dei pregiudizi, rimane il fatto che i cittadini dell’ Europa del Nord, considerano gli italiani come dei fratelli spendaccioni, che amano indebitarsi e trasferire i problemi sulle spalle dei loro figli e delle generazioni che verranno. In più sono convinti e non hanno poi tutti i torti, che con la moneta unica, l’ Italia può permettersi di mantenere un debito pubblico così elevato proprio grazie alla solidità delle loro economie. Insomma, siamo una famiglia in cui alcuni fratelli spendono meno di quello che guadagnano ed altri invece, spendono di più di ciò che guadagnano.

La quota del debito pubblico italiano in mano a investitori stranieri è salita a novembre 2020 al 39% del totale. Una percentuale inferiore di 12 punti percentuali rispetto al livello raggiunto prima della crisi, ma più alta di quattro punti se il confronto è con il picco negativo toccato nella prima metà del 2020. In progressivo calo, invece, la fetta dei 2.211 miliardi di debito nel portafoglio delle famiglie italiane: è pari al 5,9% contro l’8,6% del quarto trimestre 2020. Stabile rispetto al 2020 ma in calo rispetto ai valore del 2020, durante la crisi dei debiti sovrani, la percentuale acquistata da banche, assicurazioni e altri investitori italiani: sempre a novembre dello scorso anno risultavano avere nel complesso il 44,2% del debito pubblico della Penisola. I dati risultano dal supplemento al bollettino di Finanza pubblica della Banca d’Italia.

Stando alle rilevazioni di Via Nazionale gli investitori stranieri hanno Bot, Btp, Cct e altri titoli di debito per 776 miliardi sui 2211 totali del debito. Praticamente invariata a 401 miliardi i titoli in mano agli istituti di credito mentre salgono a 159 miliardi, l’8% del totale, quelli detenuti da Palazzo Koch: è l’effetto del programma di quantitative easing, nel cui ambito le banche centrali nazionali comprano titoli per conto della Banca centrale europea.

A parlare sono i dati: l’Italia ha recentemente beneficiato di 19 miliardi di flessibilità rispetto alla disciplina di bilancio, abbiamo sforato i vincoli di deficit per 3,4 miliardi, abbiamo una crescita allo 0,8% (quattro volte meno della media Ue) e un debito intorno al 133% del Pil (due volte e mezzo il parametro dei Trattati). Abbiamo una produttività cresciuta del 4% dal 2000 ad oggi (contro il 19,2% della Germania e il 25,2% della Francia).

In Germania i prezzi corrono, in Italia no.

Contemporaneamente in Germania, assieme ai dati sul lavoro, che hanno toccato un nuovo record con un milione di occupati in più rispetto all’inizio del 2020, l’inflazione ha ripreso a correre segnando un +1,7% sull’anno precedente: l’occasione perfetta per economisti e politici conservatori per tornare ad accusare le politiche della Banca centrale europea e chiedere di iniziare la graduale dismissione del Quantitative easing .

L’Area euro nel suo complesso offre dati più ottimistici. Le stime dell’Eurostat diramate mercoledì 4 gennaio 2020 hanno superato le aspettative degli analisti: nei 19 Paesi dell’Eurozona l’inflazione è cresciuta dell’1,1% sull’anno precedente, e soprattutto il livello più alto dal 2020. E i falchi tedeschi sono tornati alla carica già il 3 gennaio, quando l’ufficio federale di statistica di Berlino ha certificato che in Germania l’inflazione è cresciuta dell’1,7%, tre decimali sotto all’obiettivo del 2% fissato dalla Bce come inflazione ottimale per l’Unione monetaria. Il risultato è stato un coro di richiami su tutta la stampa d’Oltralpe.

I numerosi articoli pubblicati dai quotidiani economici insistono sul fatto che in tutto il 2020 i prezzi sono stati sottoposti a una terribile pressione: l’inflazione annua è salita a dicembre all’1,9% e i contribuenti tedeschi sono finiti nella trappola dei tassi, cioé tassi di interesse a zero e prezzi in aumento.

Un sostegno dell’ Europa che l’Italia non ha saputo sfruttare

Il crack del 2008 ha cancellato il 13 per cento della produzione mondiale e il 20 per cento degli scambi commerciali… In Occidente, ha prodotto una fase di depressione più lunga di quella del 1929-1933. Tutte queste anomalie sono le conseguenze dell’economia drogata dalla stampa infinita di moneta e delle truffe finanziarie legate ai derivati, titoli troppo scollegati dai risultati dell’economia reale. Tra il 2020 e il 2020, nell’ambito della grande recessione si è determinata l’allargamento della crisi ai debiti sovrani e alle finanze pubbliche di molti paesi,

( Portogallo , Irlanda , Grecia , Cipro ), grazie all’erogazione di ingenti prestiti (da parte di FMI e soprattutto UE ), denominati “piani di salvataggio”, volti a scongiurare possibili default e alla realizzazione nell’ Unione europea del cosiddetto fondo salva-stati .

I salvataggi degli Stati in difficoltà non sono stati generosi regali, ma hanno comportato severissime misure di fiscalità e riduzioni di spese interne in corrispettivo della concessione dei prestiti, prestiti che pure sono stati comunque concessi a tassi elevati e non a costi simbolici.

Il ritardo nel salvataggio delle banche

Il fallimento di una banca porta con sé gravi conseguenze per l’economia circostante. Il nome Lehman Brothers dovrebbe dire qualcosa. In primo luogo, se una banca fallisce, tutti i creditori della banca perdono la propria pretesa creditoria, parzialmente o totalmente. La banca non ha più soldi da restituire. In altre parole, gli azionisti, gli obbligazionisti e i correntisti perdono il denaro che la banca deve loro. In aggiunta, se la banca fallisce, si verifica una perdita di posti di lavoro e un crollo della fiducia che può anche arrivare ad intaccare altre banche, altri risparmiatori, altri depositi. Se la banca è una realtà locale, magari l’unica di un piccolo territorio, il danno è grande anche se la banca non lo è. Per ovviare a queste conseguenze, il Governo, di concerto con la Banca d’Italia, ha applicato la disciplina prevista per la gestione e la risoluzione delle crisi.

Il fatto è, però, che dopo la grave crisi finanziaria con le cui conseguenze siamo ancora alle prese, le regole da applicare in questi casi sono completamente cambiate. Di fronte a una crisi bancaria irrisolvibile, uno Stato aveva fondamentalmente due scelte: lasciare fallire la banca, con tutte le conseguenze spiegate sopra, o salvarla con denaro dei cittadini. Proprio perché un fallimento bancario può essere una bomba atomica, gli Stati hanno (quasi) sempre preferito salvare le banche in crisi, spendendo denaro pubblico in varie forme. Fra il 2008 e il 2020, gli Stati europei hanno approntato fino a 5.000 miliardi di Euro per salvare le banche in crisi. Il tutto a spese del contribuente. Il prestito della Troika per salvare l’Irlanda ammontava a 85 miliardi. Come conseguenza, le crisi delle banche si trasferivano sul bilancio dello Stato, portandolo potenzialmente al default (sempre il caso dell’Irlanda). Inoltre, la certezza che lo Stato sarebbe intervenuto a salvare un banca in crisi, dava luogo al fenomeno dell’azzardo morale: la banca, certa del paracadute, era incentivata a intraprendere politiche di rischio più spericolate. La cosa, evidentemente, non era sostenibile. Per questo, l’Unione Europea ha costruito l’ Unione Bancaria . Un suo pilastro fondamentale è rappresentato dalla Direttiva BRRD (Banking Recovery and Resolution Directive), cioè proprio dalle nuove norme sulla prevenzione, gestione e risoluzione delle crisi. In sintesi le banche, come ogni impresa, devono poter fallire. Il fallimento deve essere ordinato, cioè non provocare disastri economici e, se possibile, salvare la parte ancora economicamente sostenibile dell’impresa. Lo Stato non può usare denaro dei contribuenti per salvare banche in crisi: le perdite della crisi devono essere sopportate da azionisti e creditori della banca. Questo è il famigerato bail-in, che significa “salvataggio interno”. Si contrappone al bail-out, il “salvataggio dall’esterno”. Se la banca sopravvive, lo fa con le proprie forze, assorbendo le perdite in primo luogo mediante le proprie risorse: il capitale di rischio (le azioni), quello di prestito (le obbligazioni) e gli altri crediti (i depositi), che vengono svalutati anche fino a zero o convertiti in capitale, per ricostituirlo ove possibile. La condivisione degli oneri è la condizione necessaria anche quando non sufficiente. Da ultimo, qualunque cosa succeda, i depositi fino a 100.000 euro sono sempre al sicuro, grazie al Fondo di garanzia dei Depositanti.

L’Italia, in ritardo di svariati mesi, ha recepito in diritto interno le regole sopra descritte proprio a fine novembre 2020. In base a queste, il Governo e Bankitalia hanno applicato la risoluzione, cioè la nuova procedura alternativa alla liquidazione (liquidazione uguale fallimento). Sono state costituite 4 nuove banche a cui sono state trasferiti gli attivi e parte del passivo (i depositi), delle banche pre-esistenti. In più, è stata costituita una bad bank, cioè un contenitore a cui sono stati trasferite tutti i crediti irrecuperabili delle banche che pesavano sui bilanci (ad esempio i crediti che una banca non è più in grado di recuperare perché per esempio il mutuatario non ha più soldi o è fallito). In questo modo, nell’arco di un weekend, le banche sono state salvate, lo Stato non ha speso nulla, nessuno ha perso il posto di lavoro, nessun correntista ha perso un euro e ha trovato il lunedì mattina il proprio conto intatto nella nuova banca. Perfetto dunque?

Manca qualcosa: qualcuno deve pur pagare le perdite. Applicando le nuove norme, il Governo ha dovuto prevedere la condivisione degli oneri. Lo Stato, cioè, non ha pagato di tasca propria un solo euro, ma in cambio – applicando la legge – ha addossato le perdite ad azionisti e alcuni creditori delle banche: in particolare, gli obbligazionisti subordinati, cioè i primi nella lista dei creditori a sopportare le perdite, perché le obbligazioni subordinate pagano di più ma sono più rischiose. Solo dopo l’applicazione della condivisione degli oneri, si è potuto fare ricorso al Fondo di Risoluzione, dotato di risorse pagate dalle sole banche, per finanziare tutta l’operazione, assorbire altre perdite e costituire le 4 nuove banche, salvando posti di lavoro, depositi e obbligazioni senior (meno remunerative e meno rischiose). Quando si è parlato delle enormi somme con le quali gli Stati europei hanno salvato le proprie banche, non è stata citata l’Italia. In Italia quei gravi fatti non si sono (quasi) verificati. Perché? In parte perché il sistema bancario è complessivamente solido ma, anche, perché di fronte a una crisi bancaria l’Italia utilizzava il proprio Fondo di garanzia dei depositanti in maniera peculiare: invece di utilizzarlo come salvadanaio da cui attingere risorse per rimborsare i correntisti in caso di fallimento di una banca, vi attingeva per iniettare risorse (e mediante altre forme tecniche) nella banca in crisi al fine di non arrivare al fallimento. Il tutto in modo efficiente e pienamente lecito. Tuttavia, dall’agosto 2020, la Commissione europea impedisce questo uso del Fondo. Il denaro che le banche accantonano per l’eventualità di dover ripagare i depositi a valle di un fallimento può essere utilizzato solo per questo fine. Ogni altro utilizzo è considerato Aiuto di Stato e, in quanto tale, vietato o autorizzabile solo in presenza di stringenti condizioni. L’Italia, dal canto suo, ha provato fino all’ultimo a fare diversamente, cioè a utilizzare il Fondo Interbancario di Tutela dei Depositanti alla vecchia maniera. L’UE glielo ha impedito. Per questo, di fronte al furore di chi ha perso qualcosa, le istituzioni se la prendono con l’Unione Europea. L’ intervento del Governo sul Monte dei Paschi di Siena prevede il pagamento di una commissione al Tesoro. Per una passività con durata di almeno 12 mesi è applicata una commissione di base di 0.40 punti percentuali più una componente aggiuntiva basata sul rischio. Inoltre il Tesoro diventerà proprietario del 4% delle azione di MPS. Quello che non si comprende è perché non si perseguono i responsabili che hanno concesso prestiti privi di garanzie e perché si è tollerato per anni che il MPS finanziasse quasi tutte le iniziative, politiche e culturali della Toscana.

In Italia aumentano gli anziani e diminuiscono i bambini

Se si confronta con gli altri Paesi europei, secondo gli ultimi dati disponibili (dicembre 2020), l’Italia era al secondo posto nel processo di invecchiamento della popolazione, preceduta solo dalla Germania. E’ quanto si legge nell’Annuario dell’Istat per il 2020. “Sommando ai disoccupati le forze di lavoro potenziali, ammontano a 6,5 milioni le persone che vorrebbero lavorare”. Così l’Istat nell’Annuario statistico, che riepiloga la situazione sul mercato del lavoro nel 2020, spiegando che le forze di lavoro potenziali sono rappresentate da persone che non cercano un impegno ma sarebbero pronte ad accettarlo o che lo cercano ma non sono subito disponibili.

La spesa per le pensioni sale ancora, ma il ritmo frena. Per il pagamento di pensioni e rendite sono stati spesi 259,3 miliardi di euro, un esborso in “continua crescita nel tempo, ma con un rallentamento negli ultimi anni (dal +2,1% del 2020 al +0,7% del 2020) a seguito delle manovre di contenimento della spesa pubblica”. Così l’Istat nell’Annuario statistico. Un “netto incremento” viene invece rilevato per le indennità di disoccupazione: la spesa dedicata è stata nel 2020 pari a circa 12 miliardi (+6,8%). Una “crescita molto elevata (+9,1%)” viene poi registrata per le prestazioni assistenziali, anche se nel 2020 il rialzo era stato ancora più forte (+20,3%).

Mentre, sul fronte della sanità si registra, nel periodo che va dal 2020 al 2020, una riduzione della spesa ospedaliera del 4%, dei posti letto 9,2%, ricoveri 18,3%, giorni di degenza 14%. Nello stesso periodo sono aumentati i ticket del 40%, le visite del 25% e i ticket farmaceutici del 76%. Anche l’ addizionale irpef regionale è aumentata vertiginosamente fino al 124% nelle regioni più disastrate. Vi è poi il problema dell’ invecchiamento che trasferisce sulle malattie croniche più dei 2/3 della spesa sanitaria. L’ Italia è poi afflitta dal fenomeno delle migrazioni interne che comportano un costo sociale notevole per chi deve spostarsi da una regione all’ altra e pagare alberghi e trasporti. Infine, nota positiva, il nostro sistema sanitario oltre ad essere tra i migliori in Europa ci costa meno di quello di Germania e Francia. Infatti la Francia che ha più o meno i nostri stessi abitanti, per la sanità spende, ogni anno da 60 a 100 miliardi in più di noi.

Cresce il livello istruzione, ma il calo degli iscritti a scuola continua, per il quinto anno consecutivo. Il livello di istruzione degli italiani è in crescita. Nell’anno scolastico 2020/2020 gli studenti iscritti nei vari corsi scolastici sono stati 8.885.802, 34.426 in meno rispetto al precedente anno; un calo che riguarda le scuole dell’infanzia (-26.845), le primarie (-6.575) e le secondarie di primo grado (-22.037), mentre aumentano gli iscritti alle scuole secondarie di secondo grado (+21.031). La diminuzione, secondo l’Istat, è principalmente dovuta al calo demografico delle nuove generazioni, non sufficientemente compensato dalla crescente presenza nelle scuole italiane di alunni con cittadinanza straniera, che ammontano a 814.208 (9,2% degli iscritti). E sono le scuole del Nord e del Centro ad accogliere il maggior numero di studenti stranieri. Il tasso di scolarità si attesta ormai da qualche anno intorno al 100% per la scuola primaria e secondaria di primo grado, al 93,1% per quella di secondo grado. Il tasso di partecipazione al sistema formativo nel suo complesso risulta invece pari al 98,8%. Il livello di istruzione della popolazione italiana si è costantemente innalzato nel corso del tempo. Nel 2020 oltre tre persone su 10 hanno una qualifica o diploma d’istruzione secondaria superiore (35,6%), valore stabile rispetto al 2020, mentre cresce dal 12,7 al 13,1% la percentuale di chi possiede un titolo universitario.

Questi i dati del rapporto Istat che determinerà una depressione inarrestabile del nostro Paese. Si tratta di un nuovo record negativo, non si era mai arrivati così in basso.

Il dato avrà conseguenze nefaste sull’invecchiamento della popolazione e sull’economia. Un paese con pochi giovani ha una domanda debole e un’economia stagnante che rischia di precipitare nella spirale senza uscita della stagnazione secolare.

Andando poi a studiare a fondo il Rapporto dalle stime è confermata la frenata della spinta alla natalità da parte anche degli immigrati, ma non da oggi ma dal 2020. Oggi in Italia siamo 60 milioni e viviamo fino a 80 anni e incrociando poi i dati delle regioni e delle dimissioni ospedaliere (per cui la Ministra Lorenzin aveva anticipato ieri in una dichiarazione “la tragedia delle poche nascite è apocalittica”) in Emilia Romagna e Toscana, ad esempio, abbiamo in calo delle nascite compreso tra il 3 e il 5%, quindi, per la prima volta regioni famose per i loro sistemi di welfare accogliente, segnano il passo in linea con il dato nazionale.

Riguardo alle cause, ci sono più fattori. Intanto lo stesso invecchiamento della popolazione ha ridotto il numero di donne giovani, tra quelle in età fertile, rendendo le gravidanze più difficili e definendo le nuove mamme “attempate”. E’ un dato sociale ormai acclarato, inoltre, quello secondo cui le coppie aspettano a fare i figli per vari motivi, legati tra l’altro anche all’instabilità economica e quindi alla crisi, ma non soltanto.

C’è incertezza sul futuro e la famiglia paga le cause non mettendo più al mondo figli. La questione più sconcertante è che persiste una confusione tra i dati segnalati dai vari istituti e ministeri sul mercato del lavoro e ovviamente sulla nuova occupazione. Mentre infuria la bufera sulle campagne elettorali fatte a suon di colpi di machete sugli scandali, i temi del sostegno alla famiglia non li trovi nei programmi dei candidati. Dunque la famiglia, sì quella indicata dalla nostra “Cattedrale Costituzionale”, fatta da un uomo e una donna che procreano, che sono e rimangono il miglior ammortizzatore sociale che ha permesso allo Stato di stare ancora in piedi, facendosi ancora carico delle inefficienze per i disabili, i minori, gli anziani, i figli che non trovano lavoro e restano in casa con i genitori , disoccupati e privi di speranza per il futuro.

L’aggressione sociale e culturale inflitta alla famiglia con imposizioni fiscali e strumentalizzando la lotta contro l’omofobia con l’equiparazione alle unioni civili, tartassando la scuola con programmi scolastici deliranti e sceneggiando anche attraverso i media la famiglia allargata, quella invece c’è negli slogan dei futuri sindaci. E però e però ,senza famiglia stabile disposta a mettere al mondo figli e ad educarli e ad amarli, la società entra in crisi profonda e questo è evidente già da ora. Dunque i dati di Istat oggi confermano che questo governo e quelli che verranno hanno problemi emergenti che vanno oltre le unioni civili e la riforma della costituzione violata, con i quali isterismi demagogici hanno occupato e occuperanno i prossimi mesi della politica nostrana.

Le politiche familiari della Francia

La Francia spende 5% del suo Pil in politiche di sostegno alla natalità e alle famiglie. Il Welfare prevede un sistema di assegni familiare e di agevolazioni calibrato sul numero di figli. Le scuole materne sono gratuite e le famiglie con tre o più figli hanno riduzioni e vantaggi nell’utilizzo dei servizi essenziali, compresa la scelta di farsi assistere da baby sitter. Vi sono anche misure che garantiscono le donne che fanno figli a mantenere il passo con la carriera lavorativa. Esistono provvedimenti in materia di assegni parentali elargiti al padre o alla madre per la cura dei bambini fino all’età di tre anni. Lo Stato stanzia un assegno mensile (circa 750 euro) per le madri che scelgono un congedo di maternità di un anno. Tutti i periodi di congedo parentale sono riconosciuti nel calcolo della pensione. La presenza dei genitori durante il periodo di crescita dei figli piccoli, garantita secondo un sistema non troppo diverso da quello italiano (congedo parentale, maternità e paternità), è un diritto per i genitori francesi. A questi vanno aggiunti particolari permessi di assenza dal lavoro per accudire figli malati in età scolare. Permessi retribuiti o lavoro part-time, sono consentiti ai genitori che devono accudire figli portatori di handicap o colpiti da gravi malattie. Altre forme di sostegno pubblico sono rivolte alle famiglie più povere. Si tratta d’interventi come il reddito minimo d’inserimento, contributi per gli affitti, assegno per le famiglie monoparentali con difficoltà economiche, pagato nell’arco del primo anno di vita del/la figli/a e rinnovabile fino al terzo anno. Punto di forza delle politiche familiari francesi sono, inoltre, i provvedimenti che combinano il sostegno alla famiglia con quella dell’occupazione femminile. L’offerta di servizi di sostegno alla famiglia e cura per i più piccoli in Francia è particolarmente ampia.

Le previsioni dello sviluppo demografico nel mondo.

Le previsioni di uno sconvolgimento demografico nel mondo non lascia spazio alla politica del posticipo tanto praticata dagli italiani. Nel 2050, la Terra sarà popolata da 9,2 miliardi di esseri umani, ossia 2 miliardi più di oggi e nel 2100 saranno 11 miliardi. L’Africa conterà 2 miliardi di abitanti. Nei paesi più ricchi, la speranza di vita si avvicinerà al secolo e la natalità probabilmente stagnerà ancora intorno alla soglia minima di riproduzione. Di conseguenza, l’umanità invecchierà. In Cina ci saranno 1,38 miliardi di abitanti, 1,62 miliardi in India, 440 milioni in Nigeria, 200 in Bangladesh, 400 negli Stati Uniti, 73 in Francia, 72 in Germania e 120 in Russia. Due terzi del pianeta vivranno in città la cui popolazione sarà raddoppiata, così come dovrebbe raddoppiare la quantità di energia e di prodotti agricoli consumati. Anche il numero di persone in età da lavoro sarà raddoppiato e più dei due terzi dei bambini nati in quell’anno vivranno nei venti paesi più poveri.

La scuola italiana, una delle cause principali del declino dell’ Italia.

Da un articolo del Giornale del 4/02/2020:

Un appello da parte della Crusca al Governo. L’allarme è chiaro: i ragazzi italiani che arrivano all’università non sanno scrivere bene in italiano e hanno difficoltà ad esprimersi

In un documento firmato, oltre 600 docenti universitari, accademici della Crusca, storici, filosofi, sociologi e economisti, tra cui Ilvo Diamanti, Massimo Cacciari, Carlo Fusaro, Paola Mastrocola viene chiesto un intervento all’esecutivo: “È chiaro ormai da molti anni che alla fine del percorso scolastico troppi ragazzi scrivono male in italiano, leggono poco e faticano a esprimersi oralmente”, si legge nel documento. “Da tempo – continua la lettera – i docenti universitari denunciano le carenze linguistiche dei loro studenti (grammatica, sintassi, lessico), con errori appena tollerabili in terza elementare. Nel tentativo di porvi rimedio, alcune facoltà hanno persino attivato corsi di recupero di lingua italiana”.

“Ci sono alcune importanti iniziative rivolte all’aggiornamento degli insegnanti, ma – si fa notare – non si vede una volontà politica adeguata alla gravità del problema. Abbiamo invece bisogno di una scuola davvero esigente nel controllo degli apprendimenti, oltre che più efficace nella didattica, altrimenti né l’impegno degli insegnanti, né l’acquisizione di nuove metodologie saranno sufficienti”

L’Italia ottiene risultati inferiori alla media dei Paesi dell’OCSE. In matematica si colloca tra la 30esima e la 35esima posizione; in lettura, ossia nella comprensione dei testi, tra la 26esima e 34esima e, in scienze, tra la 28esima e 35esima, rispetto a 65 Paesi ed economie che hanno partecipato alla valutazione PISA 2020 degli studenti quindicenni. La scuola Italiana è figlia della demagogia del ’68, quando nelle università si facevano gli esami di gruppo e gli attuali docenti universitari sono gli studenti di allora. Sarebbe già un successo prendere coscienza di questo stato di cose per capire perché l’ Italia non cresce e invece continuiamo a raccontarci la favola che gli italiani sono dei cervelloni che fuggono all’ estero, ma nessuno si chiede perché pochi stranieri vengono a formarsi in Italia e perché i premi Nobel da tempo non vengono assegnati agli Italiani e che l’ ultimo è stato assegnato a Dario Fo: un comico colto. Ci esaltiamo quando una donna va in orbita, sembra che abbiamo in mano il destino della ricerca spaziale, con tanto di Presidente della Repubblica che si collega via TV nello spazio. Spendiamo gran parte delle poche risorse disponibili, in ricerca pura che ha uno scarso ritorno economico, infatti ci vantiamo del fatto che molti ricercatori del Cern di Ginevra sono italiani, ma se cerchiamo uno scienziato in grado di progettare un software, un telefonino, un televisore a led o i robot dotati di intelligenza artificiale, dobbiamo andare a prenderlo in USA o in Cina o nella Corea del Sud o in India. Se le università non stanno affatto bene, almeno dal punto di vista delle possibilità di produrre beni ITEC o consentire di trovare un lavoro a chi esce col “pezzo di carta” in mano, surclassate dalle “concorrenti” mondiali ed europee, neppure elementari, medie e superiori brillano. Anzi. Il quadro dipinto da Trends in International Mathematics and Science Study (Timss) uno studio comparativo internazionale dei risultati degli studenti è impietoso. E lo è tanto più in quanto l’indagine confronta i risultati dal 1995 a oggi, proprio negli anni in cui la scuola italiana è stata sballottata da riforme non sempre ispirate a ricercare l’eccellenza dell’insegnamento e dell’apprendimento. Timss è uno studio sviluppato e implementato a livello internazionale dall’IEA, un’organizzazione internazionale di istituti di ricerca nazionali e agenzie di ricerca governative, ed è utilizzato per misurare le conoscenze in matematica e scienze in quarta elementare e in terza media nel corso del tempo. Il risultato, in poche parole è questo: in matematica gli studenti italiani in quarta elementare stanno perdendo posizioni sia rispetto ai coetanei degli altri Paesi sia rispetto ai risultati italiani di qualche anno fa: 507 punti (500 è la media globale) nell’edizione 2020 contro i 508 del 2020. In terza media, si va ancora peggio, con 494 punti contro i 498 del 2020 siamo abbondantemente sotto la media Timss. Il peggio è che nel frattempo quasi tutti gli altri Paesi hanno guadagnato posizioni. Il divario si accentua di più se si confrontano i dati sull’ apprendimento delle lingue straniere; dopo otto anni di studio, gli studenti italiani agli esami di terza media, riescono solo a balbettare qualche frase nella lingua studiata, così come accade a numerosi nostri uomini politici quando si esibiscono a livello internazionale.

Le scuole migliori non a caso sono in quei paesi dove il Pil corre di più

I migliori sono sempre gli stessi da anni: Shanghai (Cina) per la matematica, sempre Shanghai insieme ad Hong Kong, Singapore, Giappone e Corea in lettura e Shanghai, Hong Kong, Singapore, Giappone e Finlandia in scienze. Ai compiti a casa i ragazzi italiani pare dedichino 8 ore e mezza alla settimana, quasi due ore in meno rispetto al 2003, mentre a Shanghai i ragazzi studiano più di 14 ore settimanali.

Il paese che investe di più sull’istruzione è il Lussemburgo, ma ottiene risultati non migliori di tanti altri a conferma che non basta spendere, ma occorre spendere bene.

In Italia gli occupati sono il 56,3% della popolazione, in Germania il 74%

A festeggiare il primo maggio sono circa 22 milioni e 500 mila italiani (lavoratori dipendenti più autonomi), il nostro paese continua a registrare dei ritardi occupazionali molto preoccupanti. Tra i 28 paesi dell’Unione europea solo la Croazia (55,8%) e la Grecia (50,8%) presentano un tasso di occupazione più basso del nostro (56,3%). Questo tasso, ricordano dalla Cgia di Mestre, è ottenuto rapportando il numero degli occupati presenti in un determinato territorio e la popolazione in età lavorativa tra i 15 e i 64 anni. In buona sostanza, questo indice consente di misurare il livello di occupazione presente in una nazione. Al netto di disoccupati, scoraggiati e inattivi emerge che in Italia la platea degli occupati registra un gap di 17,7 punti percentuali con la Germania, di 16,4 punti con il Regno Unito e di 7,9 punti con la Francia.

Quando analizziamo i dati riferiti al mercato del lavoro, l’attenzione è quasi sempre rivolta all’andamento del tasso di disoccupazione. In realtà il tasso di occupazione è più importante, perché lega questo indice a doppio filo con il livello di produzione di ricchezza di un’area. Questo spiega perché in Germania le cose vanno meglio che in Italia. In altre parole, tra il numero di occupati e la ricchezza prodotta in un determinato territorio c’é un rapporto diretto. Al crescere dell’uno, aumenta anche l’altra”. Se dal confronto con il tasso di occupazione medio dell’Unione europea il nostro paese sconta un differenziale di 9,3 punti percentuali, nel tasso di occupazione femminile (pari in Italia al 47,2 per cento) lo scarto con la media Ue è di 13,2 punti, mentre in quello giovanile (attestatosi nel 2020 al 15,6 per cento), é di 17,5 punti percentuali. A livello territoriale è il Mezzogiorno a presentare le maggiori difficoltà. Quasi tutte le regioni registrano un tasso di occupazione inferiore addirittura a quello greco: la Sardegna, ad esempio, presenta 0,7 punti percentuali in meno rispetto al dato medio di Atene, il Molise 1,4 la Basilicata 1,6, la Puglia 7,5, la Sicilia 10,8, la Campania 11,2 e la Calabria 11,9.

Ciononostante c’è qualcuno che brinda ai successi dell’ Italia.

L’Italia sale sul podio globale del surplus commerciale con l’estero e in alcuni settori batte anche la Germania”. Lo scrive sul suo profilo Facebook Ermete Realacci, presidente della Commissione ambiente alla Camera.

“Abbiamo 235 medaglie d’oro, 376 d’argento e 321 di bronzo – ricorda Realacci – . Sono le olimpiadi dell’export basate sul monitoraggio internazionale dei 5.100 prodotti più venduti al mondo. Di questi 932 sono italiani e si piazzano nel medagliere”.

“Dai tubi ai laminati d’acciaio, dalla pasta alle calzature, passando per i formaggi, il Made in Italy – scrive l’esponente Pd – svetta nelle classifiche del surplus commerciale, come afferma il rapporto Italia delle fondazioni Symbola, Edison e di Unioncamere. Quando si va nel dettaglio si scopre anche che in alcuni settori battiamo la Germania. Se è vero che la locomotiva tedesca tira, è anche vero che l’Italia sta avanti ai tedeschi in 1.200 prodotti manufatti e in 200 prodotti nel settore macchine e apparecchi meccanici. Nella manifattura – sottolinea Realacci – siamo avanti con prodotti di gioielleria, rubinetterie, accessori per auto e trattori, calzature, borse, occhiali e tanti altri ancora”.

“Il dato della meccanica, invece, ci parla di un settore ad alta tecnologia, un comparto in costante crescita che da solo rappresenta il 13% dell’export italiano. Sono questi – sostiene l’esponente Pd – i punti di forza su cui fare leva per rilanciare il Paese e percorrere una uscita dalla crisi in chiave green”.

E’ tutta propaganda? Sono dati inventati?

No, non sono dati inventati, ma nella descrizione del fantastico match pseudo calcistico Italia-Germania, qualcosa di importante viene omesso e si tratta di un dato fondamentale: è il dato quantitativo. La Germania con le esportazioni fa il 40% del suo PIL, l’ Italia solo il 25%, che è pure un ottimo risultato, ma certamente ben lontano dal dato della locomotiva tedesca.

Il contributo degli immigrati

Prima ancora che il diritto ad emigrare, va riaffermato il diritto a non emigrare, cioè ad essere in condizione di rimanere nella propria terra (Benedetto XVI).

Il complesso problema dell’immigrazione, che in questi ultimi anni ha coinvolto emotivamente l’opinione pubblica di tutta Europa, è un prodotto della globalizzazione dell’economia. E’ un’immigrazione diversa da quelle che l’hanno preceduta, per le modalità con cui si manifesta e per gli effetti che produce nelle nazioni che la subiscono.

L’ immigrazione odierna, al contrario di quella sviluppatasi nell’ era della società industriale, non è condivisa, non è controllata ed è relativamente necessaria, perché nella società postindustriale globalizzata, quale è quella attuale, prevale il fenomeno della delocalizzazione dei processi produttivi e la dismissione delle attività manifatturiere, concentrando, nei paesi sviluppati, quelle attività ad alto contenuto tecnologico, di direzione e progettazione, mentre la produzione viene trasferita nei paesi in via di sviluppo con manodopera a basso costo. Attività che non incontrano le aspettative di quei milioni di immigrati che dal Mediterraneo e dall’ est Europa si muovono nel senso contrario rispetto alle necessità che la delocalizzazione produttiva richiede.

L’occupazione residuale che ha interessato, in parte, il fenomeno migratorio, dovuta al mantenimento di distretti industriali che sono in ritardo rispetto al mercato globale e allo sviluppo della ricerca e dell’automazione, soprattutto a causa delle ridotte dimensioni aziendali, produce come effetto il prolungamento di una crisi strutturale che porta ad un lento ma inevitabile declino.

Un’ illusione coltivata dal fenomeno migratorio è che il progressivo invecchiamento della popolazione italiana possa essere coperto dal maggior indice di natalità della famiglia immigrata. E’ stato invece dimostrato che anche gli immigrati, appena si adeguano agli standard della famiglia italiana, riducono drasticamente l’indice di natalità perché in Italia non si sono mai sviluppate delle adeguate politiche familiari.

Come pure illusoria è la speranza che, con i contributi previdenziali versati dalle badanti (poco più di un euro l’ora), si riescano a pagare le pensioni dei nostri figli, ormai quasi tutti laureati, appartenenti alle fasce reddituali medio-alte.

Per non dire dell’ elevato costo sociale di inserimento di famiglie di immigrati che hanno bisogno di case, scuole con docenti facilitatori, centri di accoglienza, assistenti sociali, strutture carcerarie, strumenti di prevenzione del crimine e maggiori organi di polizia, oltre al costo degli accordi bilaterali che il nostro paese sottoscrive con le nazioni confinanti affinché tengano sotto controllo il fenomeno migratorio.

Un costo sociale così elevato ci impone di rispondere alle seguenti domande:

Quanti immigrati possiamo accogliere nel nostro Paese? A quanti possiamo garantire una vita dignitosa, un lavoro, una casa, i servizi sanitari e scolastici. Quanto costa tutto questo? Quanto costa invece, trasferire nel luogo di provenienza un posto di lavoro? Gli esperti di geopolitica sostengono che costa 10 volte di meno, senza contare il risparmio di risorse ambientali.

Siccome questo tipo di immigrazione rappresenta un costo, il limite sta nella nostra capacità di produrre ricchezza. Più siamo ricchi e più possiamo accogliere immigrati.

Se si osserva la città di New York, si vede subito che c’ è un esercito di infaticabili immigrati che lavorano incessantemente come formiche per far funzionare la grande mela al servizio di una classe dirigente ricchissima che governa l’economia mondiale.

Ma non è il caso dell’ Italia. A meno ché non si consideri accoglienza far vivere degli esseri umani nelle baracche, privi di servizi igienici e della dignità stessa di uomini. Tale condizione, associata alla incapacità di gestire i maggiori spazi di autonomia e libertà che le società più evolute offrono e alla incapacità di sentirsi parte vitale e attiva della società accogliente, scatenano una violenta reazione rivendicativa e antisociale che sfocia in una preoccupante ondata di episodi criminali che vedono gli stranieri come protagonisti negativi. I dati raccolti sul Rapporto Criminalità-Immigrazione parlano chiaro e troppe classifiche fra furti, rapine, stupri, aggressioni, omicidi sono guidate da immigrati a fronte del loro numero comunque limitato rispetto alla popolazione autoctona.

L’altro motivo è la difficoltà che incontrano gli immigrati ad integrarsi nella cultura del paese ospitante.

Le popolazioni immigrate, bisognose di tutto, hanno la necessità di organizzarsi politicamente per tutelare i diritti negati dalle nazioni ospitanti ed hanno la necessità di mantenere quella connotazione etnico-culturale della nazione di origine. E’ un fenomeno che si è manifestato anche negli anni 60/70 quando gli immigrati dal sud al nord dell’ Italia, organizzavano il consenso politico su base regionale. I candidati andavano a cercare i voti tra i loro corregionali che si sentivano rappresentati solo perché provenienti dalla stessa regione.

Gli Italiani, che all’estero hanno costituito delle minoranze, come era ad esempio la comunità di little Italy a New York, partecipavano alla vita politica delle nazioni ospitanti, attraverso i loro rappresentanti che facevano appello al comune sentire nazionale, ricevendo in cambio, provvidenze a tutela di una comunità che si identificava con un’ Italia che ormai non esiste più da tempo. Una minoranza culturale, come dice il Camporesi, cristallizzata al momento in cui ha perso il contatto con l’Italia, che non si evolve perché non riceve più stimoli dalla società di origine: un distacco dalla realtà della vita quotidiana che consegna alla staticità dei riti e delle tradizioni, il fatto di essere Italiano. Non a caso, se vogliamo ritrovare i riti religiosi di un tempo, bisogna andare a vedere le feste che si svolgono in queste comunità. Questo fenomeno produce nell’ immigrato una resistenza alla integrazione proprio perché, mancando un rapporto dialettico con la cultura di origine, si determina, nella cultura dell’ emigrante, uno scostamento tra i simboli e i significati e crea una sorta di dialogo a due voci, di tipo parodico, tra una cultura statica e una realtà che si evolve: una cultura che diventa una semplice trascrizione letteraria della realtà. Questo spiega perché le popolazioni immigrate di seconda generazione sono il terreno di coltura che producono gli atti terroristici che si manifestano in Europa e non solo.

L’ identità culturale del migrante non la si può astrarre dai contesti in cui questo vive nei paesi di accoglimento, dalle relazioni che vi ha stabilito, dalle modificazioni che vi ha subito, ma che vi ha anche indotto; capire l’identità culturale dell’immigrato significa dunque capire anche con quale livello culturale la società di accoglimento cerca di omologarlo al proprio interno e la risposta mi sembra evidente: il livello culturale più basso, quasi marginale o marginale, cioè quello culturalmente più depotenziato, ai fini del potere contrattuale nella società.

E’ importante evidenziare questo, perché se si salta questa connessione tra immigrati e fasce subalterne del paese ospite, qualsiasi strategie d’intervento promozionale della condizione di vita dei migranti è condannata al fallimento, mentre l’unica prospettiva corrente deve essere la rimessa al centro di ogni attività la sofferta esperienza culturale che questi soggetti attraversano.

La diversità e la distanza culturale portano implicita in sé un’altra dimensione che va esplorata e che tanto incide sulle modalità d’incontro tra le culture: quella del conflitto. L’avvertimento della diversità produce uno stato d’animo ambivalente, cioè una tensione tra attrazione e rifiuto: questa tensione è alla radice di ogni conflitto culturale, ma non si spiega tutta nella sola dimensione della cultura, cioè nel mondo mentale espresso e esprimibile; forse affonda le radici più profonde nella dimensione filogenetica individuale e collettiva delle culture che entrano in contatto. Nell’incontro tra culture giocano come fattori di conflitto proprio gli universi simbolici di identificazione (lingua, costumi, ritualità, ecc.) quei fattori cioè che costituiscono le basi dell’identità etnica. Il problema sorge solo in presenza della differenza, dal confronto con la differenza; questo confronto si carica di conflitti che sono la radice dei processi di acculturazione.

Da quanto tempo siamo spettatori di stili di vita che fanno a pugni con i nostri valori non religiosi ma civili?

Che calpestano i valori su cui la nostra Repubblica è fondata? Da quanto tempo chiudiamo gli occhi di fronte a tanti individui che sfruttano donne e bambini lasciati ad accattonare tra le auto che sfrecciano sulle strade? Da quanto tempo facciamo finta di non sapere in quali condizioni igieniche vivano questi bambini, privati di ogni possibilità di essere istruiti in una scuola? E’ questa la libertà predicata da chi parla di tolleranza e accoglienza a tutti i costi? E le violenze che subiscono le bambine con l’ infibulazione e i matrimoni minorili?

Questo accade perché non avviene l’incontro tra la cultura dell’immigrato e della società accogliente perché quest’ ultima rinuncia al confronto perché rappresenta un modello culturale, quello della società tecnologica, che non ha un’ etica e nemmeno una morale, ma quel che è peggio non ha nemmeno un orizzonte. Una società avviata al “tramonto” che porta nel termine “occidente” il significato stesso di luogo in cui si spegne il sole, proprio nel momento in cui tutto il mondo insegue senza esitazione la via occidentale.

L’indagine diacronica del fenomeno migratorio conduce il pensiero al più nobile degli emigranti in terra italiana: un “Turco” che fuggiva da una lunga guerra portata dai Greci di Agamennone e di Ulisse alla sua città.

“E già fugate le stelle, arrossiva l’aurora, quando vediamo lontano oscuri colli e, umile sull’ orizzonte, l’ Italia. ‘Italia’ grida Acate per primo, ‘Italia’ salutano i nostri con urla di giubilo”

Con queste parole Virgilio descrive il momento in cui Enea e i suoi compagni raggiungono le coste dell’ Italia, la terra promessa.

Nei primi sei libri dell’ Eneide, Publio Virgilio Marone descrive il viaggio di Enea, mentre nei secondi sei descrive la guerra fra i popoli latini e i Troiani e la vittoria di questi ultimi: I Rutili, guidati dal giovane Turno, dopo molte vicende vengono sconfitti da Enea che uccide Turno e si affermò la stirpe che porterà, secoli dopo alla nascita di Romolo e Remo e alla fondazione di Roma.

La metafora del fenomeno migratorio, nella condizione più favorevole di un popolo più evoluto, quello di Enea, portatore di una civiltà e valori positivi, si risolva comunque in una tragedia per i popoli autoctoni.

E’ ragionevolmente concepibile oggi un confronto fra culture diverse che sia compatibile con la condizione di cittadinanza del mondo, che elimini da sé ogni traccia di Etnocentrismo conflittuale, e che assolva al tempo stesso alla funzione di principio di aggregazione e di identificazione rassicurante in un’umanità non ancora pacificata?

Secondo Spencer la società si forma per permettere all’individuo di “realizzare” la propria natura, e la sua evoluzione è segnata dalle tappe compiute per raggiungere lo scopo della maggiore felicità.

Se questa è la regola possiamo affermare che il nostro tempo ci impone di assimilare, dalle culture che si confrontano, quei caratteri che meglio servono al raggiungimento del bene sociale.

La globalizzazione dell’economia produce, in ciascun soggetto sociale, una antinomia tra il desiderio di far aderire la propria cultura a quella universale e il timore di perdere la propria identità culturale. Questa antinomia giustifica il fenomeno del risveglio della passione etnica e dei nazionalismi che da molte parti si va motivando, con argomentazioni che valgono in quanto applicate ad una specifica situazione geopolitica ma che sono esse stesse, alla pari del fenomeno migratorio una conseguenza della globalizzazione.

La globalizzazione come al tempo della scoperta dell’ America.

ll primo effetto della scoperta dell’ America fu il declino, sul medio – lungo termine, della centralità economica e commerciale del Mediterraneo, con l’emergere graduale di nuovi poli commerciali atlantici, come le città di Siviglia, Lisbona e soprattutto Anversa. Vi furono poi le importazioni dall’America di grandi quantità (di argento e d’oro, che permisero all’Europa di superare la cronica carenza di metalli preziosi, usati tradizionalmente per acquistare merci in Oriente, mentre i pagamenti interni all’Europa si usavano generalmente le lettere di cambio, ossia titoli di credito a termine. Un altro effetto delle scoperte geografiche fu la diffusione massiccia in Europa di prodotti come il cotone, mais, patata, pomodoro e zucchero. L’ Italia, pur essendo un faro di cultura e padrona di competenze artistiche e tecnologiche all’ avanguardia, divisa politicamente in tanti piccoli staterelli, non aveva le dimensioni e la forza militare per partecipare alla colonizzazione delle Americhe per appropriarsi delle enormi ricchezze che hanno fatto la fortuna degli altri stati europei formatisi già nel Medioevo. Il declino fu inevitabile, le nostre maestranze sparse per il mondo a diffondere l’ arte e la cultura italiana, sono il paradigma di una situazione che viviamo oggi di un mondo che si appropria della cultura e dello stile di vita italiano, senza che l’ Italia ne tragga un adeguato vantaggio economico.

l fulcro produttivo mondiale si è ormai spostato – da qualche decennio – dall’Occidente verso il Sud-Est asiatico, e progressivamente si allargherà all’America latina. L’area del Pacifico genera oggi oltre il 60% dei traffici di merci generiche dal pianeta. La geografia delle rotte marittime ha costruito una ragnatela sempre più complessa ed articolata: alle consolidate rotte del petrolio e delle materie prime si sono affiancate le rotte delle navi portacontainer. In questo processo di inspessimento delle reti e delle rotte, si sta consolidando anche una struttura fortemente gerarchica, che tende anche a marginalizzare le aree periferiche, escluse dai flussi primari.

L’ Europa è diventata la periferia del mercato globale e, come in tutti i mercati di periferia, ci si reca di proposito solo se si trovano dei prodotti unici e non trovabili altrove.

Nel trasporto delle merci, si è determinato un processo di marittimizzazione dell’economia, le cui conseguenze hanno profondamente trasformato le regole del gioco nel mercato dei trasporti ed i flussi connessi di logistica. Il trasporto marittimo è sempre più l’anello della catena del trasporto globale, che dipende non soltanto dall’efficienza della tratta navale, ma anche da quella dell’intero sistema di connessione tra terminali e retroterra portuali.

Questa nuova centralità del trasporto marittimo, che ha reso possibili i processi di globalizzazione dei mercati e di delocalizzazione dei poli produttivi delle imprese multinazionali, è stato consentito dalla riduzione dei costi del trasporto standardizzato: oltre la metà della merce per valore trasportato si muove in container (il 52%), mentre le rinfuse liquide rappresentano il 22%, il general cargo il 20% e le rinfuse solide il 6%.

Si assiste ad un processo di crescente concentrazione del mercato: le venti più grandi compagnie marittime mondiali controllano l’80% dei traffico globali di container.

La Cina ha puntato molto sull’ammodernamento della rete ferroviaria per potenziare i servizi di trasporto e di logistica, anche nelle rotte interne. Con il 6% della rete mondiale in termini di consistenza chilometrica, la Cina vanta il 24% del traffico ferroviario mondiale, quattro volte la dimensione della rete, quindi con un elevata intensità di sfruttamento.

Per traffico ferroviario, solo l’India supera la Cina per il numero di passeggeri trasportati (695 miliardi di passeggeri per km contro 690) e solo gli Stati Uniti la superano per traffico merci (2.820 miliardi di tonnellate per km contro 2.211). I risultati raggiunti sono il frutto di una impressionante capacità di esecuzione. Per realizzare la linea da Pechino e Shanghai (1.318 km) sono stati impiegati appena 39 mesi di lavori.

La globalizzazione e i nuovi strumenti di comunicazione di massa

Lo sviluppo e la diffusione dei mezzi di comunicazione hanno reso il mondo più piccolo ed hanno attivato un processo di omologazione culturale e sociale ben visibile nei comportamenti dei cittadini di ogni parte del pianeta. Sono cambiamenti che incidono profondamente, ed in modo irreversibile, sul modo di vivere, ma anche di pensare e di concepire l’esistenza stessa della gente. Non è difficile cogliere gli aspetti più visibili del fenomeno; è noto a tutti che attraverso Internet si acquista nei negozi di tutto il mondo, si tengono teleconferenze e si scambiano informazioni in tempo reale, che in tutto il mondo si vedono gli stessi film, si mangia pizza, spaghetti e fast food, si beve Coca Cola americana, birra, vino e spumante europei, si vestono jeans tutti i giorni ma, per essere eleganti, si sceglie la moda italiana o francese. La globalizzazione sta producendo cambiamenti così radicali da disegnare una nuova geografia del pianeta.

L’automazione della produzione, la mobilità delle merci e dei capitali, il basso costo della manodopera hanno determinato lo spostamento delle aziende nei luoghi dove i costi di produzione sono più convenienti, mentre le sedi sono mantenute nei luoghi di origine dove il management e il know how sono più sviluppati. Attraverso le concentrazioni, le aziende multinazionali controllano i settori strategici delle economie del mondo intero. Lo sviluppo della comunicazione satellitare favorisce la diffusione di immagini e suoni in ogni angolo del mondo facendo sì che le culture si integrino sempre di più. Persino le religioni sono alla ricerca degli argomenti che uniscono: i preti ortodossi e i preti cattolici celebrano la Messa sullo stesso altare e le diplomazie ecclesiastiche si incontrano per ritrovare nella fede un cammino comune dell’umanità verso Dio. E’ un processo che porta alla formazione di un etnotipo universale pervaso dai contenuti culturali e antropologici provenienti in larga parte dalla cultura Italiana.

La globalizzazione finanziaria

Il mondo finanziario globalizzato ha creato un proprio Stato sovranazionale, dispone di reti proprie d’influenza e di mezzi d’azione endogeni: il Fondo Monetario Internazionale, la Banca Mondiale, l’Organizzazione per la Cooperazione e lo Sviluppo Economico (OCSE) e l’Organizzazione Mondiale del Commercio (OMC), che parlano con una sola voce, esaltando in maniera costante le “virtù” del mercato.

La globalizzazione finanziaria aggrava l’insicurezza economica e le disuguaglianze sociali. Sottomette le aspirazioni dei popoli, le istituzioni democratiche e gli Stati, a scapito dell’interesse generale che sostituisce con impostazioni meramente speculative, impostazioni che esprimono unicamente gli interessi delle grandi imprese multinazionali e dei mercati finanziari.

Secondo l’ONU, le 100 maggiori imprese multinazionali possiedono un volume d’affari valutato in 5,5 milioni di milioni di dollari. Analizzando il potenziale economico creato su scala mondiale, delle 100 strutture economiche più poderose del mondo, 49 corrispondono a Stati, mentre 51 appartengono ad imprese multinazionali. Circa il 97% della fluttuazione mondiale di capitali é rappresentato da capitale speculativo che non crea occupazione. In questo senso si osserva come le 100 maggiori compagnie multinazionali del mondo abbiano ridotto l’occupazione di un 4%.

Il capitale finanziario si muove ogni giorno instancabilmente in tutto il mondo. Secondo un rapporto della Federal Reserve Bank of San Francisco, tra 1,3 e 3 milioni di milioni di dollari si muovono giornalmente nel mondo, speculando sulle variazioni delle quotazioni valutarie, alla ricerca di guadagni immediati, al di sopra degli Stati e dei cittadini. In nome della modernità, questi milioni di milioni di dollari vanno e vengono ogni giorno sui mercati finanziari, alla ricerca di rapidi guadagni, senza alcun rapporto con la produzione né con la commercializzazione di beni e servizi.

Il risultato di tutto ciò é un incremento permanente delle rendite da capitale a scapito dei redditi da lavoro, l’aumento dell’emarginazione e l’estensione della povertà in zone sempre più vaste del pianeta.

La libertà totale di circolazione dei capitali, i paradisi fiscali e l’esplosione del volume delle transazioni speculative, trascinano gli Stati in una folle corsa per guadagnarsi i favori dei grandi investitori.

Con il pretesto della sicurezza, i lavoratori sono invitati a cambiare il loro sistema pensionistico con un meccanismo d’amministrazione di fondi pensione, che obbligano le stesse imprese in cui essi lavorano ad adattarsi agli imperativi della redditività immediata, e con ciò si aggravano le loro condizioni di lavoro, si estende e si approfondisce la zona d’influenza della sfera finanziaria.

Gli hedge funds -fondi d’investimento non regolati che concedono ai loro gestori maggiore libertà rispetto ai fondi tradizionali in cui sono più limitate, per legge, le percentuali dei ricavi- costituiscono una fonte importante del mercato globale dei ricavi. Secondo l’ultimo rapporto di Merrill Lynch, l’ammontare degli investimenti minimi richiesti per partecipare a tale attività si é ridotto alla metà. Attualmente sono necessari appena 5 milioni di dollari.

Alla facilità con cui questi fondi si spostano é stata attribuita nel 1997 la depressione dei mercati finanziari in Asia e l’esplosione della crisi in Tailandia.

Attualmente, esistono 450 mila milioni di dollari investiti negli hedge funds in tutto il mondo. Se é certo che la principale fonte di denaro che alimenta tali fondi di copertura proviene quasi esclusivamente da persone ricche, essi sembrano essere alla portata di altri gruppi della popolazione. La porta é stata aperta dal maggior fondo pensioni degli Stati Uniti (con un patrimonio attuale di 151 mila milioni di dollari) ed uno dei più consistenti del mondo, il CalPERS (California Public Employee Retirement System).

I gestori del CalPERS hanno investito 10 milioni di dollari negli hudge funds, per cui si attendono che il milione e 200 mila di lavoratori e pensionati che hanno affidato a tale fondo la loro pensione riceveranno maggiori ritorni dal loro investimento. La redditività potrebbe essere persino di un 8% superiore a quella offerta dal tesoro americano, ma che accadrebbe se le previsioni si volgessero in senso contrario?

Recentemente é stata avviata una nuova attività finanziaria, quella dei fondi degli hedge funds, che già muove attivi per un valore di 100 mila milioni di dollari, vale a dire il 20% del totale degli hedge funds. Il pessimismo e la paura hanno rappresentato la principale spinta per il decollo di questa incipiente industria, diretta a garantire il recupero del capitale investito.

Dato che il rischio é minore ed esiste l’opportunità di investire su una selezione dei migliori fondi di copertura, non si limita l’ingresso a nessun investitore, come nel caso degli hedge funds.

Il potenziale di tali strumenti é enorme e si stima che nei prossimi tre anni il patrimonio gestito da questi fondi crescerà ad un ritmo annuo del 20%. Alcuni osservatori ritengono che si tratti dell’esplosione di una nuova nicchia di mercato controllato dagli statunitensi, che concentrano il 70% dell’attivo di tali fondi contro il 15% degli europei ed il 10% dei giapponesi.

L’attrazione verso l’uso di tali strumenti per il trasferimento dei capitali nei paradisi fiscali é enorme. Anche negli Stati Uniti, dove recentemente si sono avute varie crisi relative alla scoperta di enormi truffe finanziarie, questa continua ad essere l’opzione preferita.

Nel febbraio del 2002, il Dipartimento del Tesoro degli Stati Uniti annunciò che avrebbe iniziato uno studio sull’aumento del numero delle imprese statunitensi che hanno trasferito le proprie sedi nei “paradisi fiscali”, ma alcuni rappresentanti del Partito Democratico hanno considerato insufficiente tale progetto.

I paradisi fiscali

Il trasferimento nei paradisi fiscali come le Bermuda, dove le imprese fruiscono di minore tassazione e di maggiori guadagni contabili, é diventato ancora più popolare negli ultimi mesi. Come esempio, si segnala la Stanley Works, impresa con sede nel New Britain, Connecticut, che ha annunciato appena qualche tempo fa che si sarebbe unita alla lista. Le recenti cadute del valore delle azioni hanno trasformato il ricollocamento sotto le leggi impositive in una misura più economica, e le imprese di contabilità e di consulenza si sono trasformate in portavoce di tale idea.

Questa situazione discutibile dà adito a grandi polemiche giacché, subito dopo gli attentati dell’11 settembre, é stato modificato l’uso dei regolamenti contabili e finanziari delle imprese statunitensi in conseguenza dei problemi di varie imprese nei paradisi fiscali, come la Tyco International Inc. e la Global Crossing Ltd., entrambe con sede nelle Bermuda. In tal senso, la propaganda sul trasferimento di capitali verso tali paradisi fiscali risulta essere contraddittoria.

Simultaneamente, la politica adottata dalle autorità finanziarie in questo senso cerca di persuadere i cittadini dei probabili guadagni ottenibili e quanto sia attualmente antiquato pensare alla solidarietà tra nazioni, popoli e generazioni o alla cooperazione ed aiuto ufficiale allo sviluppo.

I paesi membri dell’OCSE, con il pretesto di stimolare lo sviluppo economico e l’occupazione, non hanno rinunciato a firmare l’Accordo Multilaterale sugli Investimenti (AMI), che assegnerebbe tutti i diritti agli investitori e imporrebbe, così, tutti i doveri agli Stati. Allo stesso modo, la Commissione Europea ed alcuni governi pretendono di continuare la loro crociata per il libero scambio, attraverso l’esecuzione di una patto per un Nuovo Mercato Transatlantico (NTM), lo stesso che punta apertamente a consolidare l’egemonia degli Stati Uniti nei settori degli audiovisivi e, dall’altro lato, allo smantellamento della politica agricola comune europea.

I paradisi fiscali hanno proliferato in tutto il pianeta, e spesso si sono trasformati, al di fuori della legge, in ricettori di denaro proveniente dalla criminalità. Vi si trova di tutto: dall’isola di Aruba fino alle banche in Svizzera. In essi si porta a compimento tutto ciò che ha a che vedere con il sostegno della delinquenza finanziaria ed il riciclaggio dei guadagni delle organizzazioni criminali, con operazioni in successione: collocamento, accumulazione, integrazione.

Il collocamento consiste nel trasferire denaro liquido e valuta dai luoghi di acquisizione agli istituti finanziari in diverse località, ripartiti in una moltitudine di conti. Si passa quindi alla accumulazione, attraverso il riciclaggio, che rende impossibile risalire all’origine dei benefici illeciti: moltiplicazione di bonifici da un conto all’altro -con i conti frammentati in vari sotto conti- e l’accelerazione dei movimenti di capitale mediante uscite e entrate parallele nei vari mercati finanziari. Quindi, l’ultima tappa, quella dell’integrazione pianificata dei capitali riciclati, raggruppati in conti bancari selezionati e disposti in modo da essere utilizzati in totale legalità.

Le stesse tecniche, e gli stessi circuiti, servono anche per la gestione delle fortune al di fuori di qualsiasi occhio curioso e anch’esse discutibili per la loro origine- delle famiglie milionarie o dei governanti corrotti, passando attraverso il denaro in nero dello sport e dello show business; attraverso la speculazione, i reati di traffico di informazione privilegiata e la frode fiscale, al di fuori del controllo da parte delle autorità. L’insieme delle fortune private che hanno trovato rifugio nei 55 paradisi fiscali del mondo, si calcola siano equivalenti al 15% del prodotto lordo mondiale.

Tutto ciò si ottiene attraverso l’evasione ed il trasferimento dei guadagni delle multinazionali verso filiali off-shore, mediante la manipolazione dei costi di trasferimento; attraverso l’alimentazione di conti protetti di società fantasma; il finanziamento di partiti e personaggi politici; il pagamento di commissioni nei mercati e di moltissime altre operazioni delittuose.

Viene offerta, a prezzi molto competitivi, una gamma di servizi finanziari appropriati: segreto bancario protetto da eventuali sanzioni penali, assenza di controllo dei cambi, diritto a realizzare qualsiasi forma di contratto, portare a termine qualsiasi transazione e costituire qualsiasi forma di società, compresa quella fittizia, con l’anonimato garantito dei commissionari.

Anche le condizioni generali sono idonee: esenzione fiscale o imposta globale simbolica; libero accesso, in tempo reale, a tutti i mercati mondiali e corrispondenza garantita con le grandi reti bancarie, generalmente rappresentate sul posto; attrezzature logistiche efficienti, specialmente per quanto riguarda i mezzi di comunicazione; assistenza, arbitraggio, gestione giuridica e contabile in loco; sicurezza e stabilità politica scarsa o inesistente, repressione della criminalità finanziaria e cooperazione internazionale nulla.

Anche se pochissimi paradisi fiscali offrono la gamma completa, ed un gran numero di essi sono specializzati in determinati tipi di servizi, questi si mantengono in relazione tra loro attraverso giochi di operazioni che garantiscono all’utente il massimo dell’efficacia sia nella gestione delle faccende criminali, sia contro le indagini e i processi di polizia e giudiziari.

Per questo le banche elvetiche -la Svizzera é il paese riciclatore per eccellenza- ricevono e “riciclano” le operazioni di accumulo meno presentabili, utilizzando la rete Swift, la rete di telecomunicazioni finanziarie mondiali interbancarie, che raggruppa circa 4000 banche in un centinaio di paesi e garantisce due milioni di bonifici giornalieri codificati, o il sistema Chips che comprende camere di compensazione dei sistemi di pagamento interbancario, che trattano giornalmente circa mille milioni di dollari di movimenti di fondi.

Per gli evasori finanziari che amano dare un’occhiata ai cataloghi pubblicitari dei paradisi fiscali prima di realizzare le loro operazioni, esistono sia su carta patinata sia su Internet i saggi consigli che tutte le Banche rispettabili riservano ai loro migliori clienti. Una buona formula che ha fatto fortuna: far in modo che una fiduciaria svizzera gestisca un conto aperto a nome di una società panamense su una banca lussemburghese.

In generale, milioni di conti, decine di migliaia di società-fantasma (un numero maggiore degli abitanti di Gibilterra, delle Isole Vergini, di Vaduz o dello Jersey) gestiscono e riciclano centinaia di migliaia di dollari del volto occulto dell’economia mondiale.

Il 95% dei paradisi fiscali sono antichi insediamenti o colonie britanniche, francesi, spagnole, olandesi, nordamericani rimasti dipendenti dalle potenze tutelari e la cui sovranità fittizia serve da copertura ad una criminalità finanziaria non soltanto tollerata, ma incoraggiata in quanto utile e necessaria per il funzionamento dei mercati.

La City di Londra -come il resto delle grandi piazze finanziarie- lavora con tale denaro. Ciò é dimostrato dalla costante opposizione della Gran Bretagna -ma anche del Lussemburgo e dell’Olanda- verso qualsiasi tentativo della politica europea di tassazione e controllo dei movimenti di capitali.

E’ veramente inconcepibile che paesi sviluppati, capaci di assecondare ed imporre a decine di nazioni i piani di aggiustamento strutturale del Fondo Monetario Internazionale e della Banca Mondiale e di sottomettere per anni a blocco e a sanzioni economiche Stati come l’Iraq, l’Iran, la Libia e Cuba siano gli stessi che, nonostante ciò, promuovono al massimo tali reati in paesi che in grande maggioranza continuano ad essere dei protettorati.

La OMC e l’Unione Europea, così disponibili ad introdursi in tutti i settori di attività, potrebbero influire, se questo fosse il loro interesse, sullo smantellamento di tali paradisi fiscali ed imporre quindi, realmente, la tanto dibattuta “trasparenza”.

Gli ingranaggi di questa macchina che produce disuguaglianza tra il Nord e il Sud, e anche nel cuore stesso dei paesi sviluppati, possono essere bloccati. Con troppa frequenza l’argomento della fatalità viene alimentato dalla censura dell’informazione sulle alternative. Ciò é tanto vero, che le istituzioni finanziarie internazionali ed i grandi mezzi di comunicazione (i cui proprietari sono generalmente beneficiari della globalizzazione) hanno taciuto sulla proposta dell’economista americano James Tobin, premio Nobel dell’economia, di imporre una tassa alle transazioni speculative sui mercati valutari.

Si é taciuto anche sull’imposizione di una tassa particolarmente bassa tra lo 0,1 e lo 0,5%. Questa somma, assunta e raccolta essenzialmente dai paesi sviluppati dove inoltre si trovano le grandi piazze finanziarie, potrebbe essere consegnata a organizzazioni internazionali per azioni di lotta contro le disuguaglianze, la promozione dell’istruzione e la salute pubblica nei paesi poveri, la sicurezza alimentare e lo sviluppo sostenibile.

Lo sviluppo delle nuove tecnologie dell’informazione, ha fatto si che il volume delle transazioni monetarie giornaliere siano passate dai 150 mila milioni di dollari nel 1985 agli attuali 1,5 milioni di milioni. Secondo stime della Banca delle Regolazioni Internazionali, l’imposizione di uno 0,1% sulle transazioni dei mercati di cambio comporterebbe entrate annuali pari a 228 mila milioni di dollari, mentre con lo 0,05% (proposta del Parlamento francese del 1999) si otterrebbero circa 100 mila milioni di dollari l’anno.

Negli ultimi anni, la crescita dell’economia finanziaria ha seguito una tendenza esponenziale. Nel 1988 la capitalizzazione borsistica negli Stati Uniti corrispondeva al 50% del PIL; oggi supera il 150%.

Dopo la crisi finanziaria che ha colpito il Messico nel 1994, i paesi del Sud-Est asiatico nel 1997, la Russia nel 1998 ed il Brasile nel 1999, attribuita in parte alle manovre dei capitali speculativi, é evidente la necessità di ostacolare il movimento internazionale di tali capitali.

Nei termini dell’economia reale, il commercio in beni e servizi per la totalità dei paesi ammonta a 4,3 milioni di milioni di dollari l’anno. Ma le transazioni finanziarie realizzate in meno di una settimana superano il volume totale del commercio mondiale. Gli investitori speculano sui diversi valori delle monete e sulla loro influenza sulle variazioni dei tassi di interesse, senza alcun rapporto con la produzione ed il commercio di beni e servizi.

Alcuni esperti hanno indicato che più del 40% di tali transazioni implicano movimenti di capitali inferiori ai tre giorni, e più dell’80% si muovono in meno di una settimana. L’82% delle transazioni sono realizzate in un numero limitato di paesi: Gran Bretagna (32%), Stati Uniti (18%), Giappone (8%), Singapore (7%), Svizzera (4%), Hong Kong (4%) e Francia (4%).

Nel momento in cui vengono organizzate con successo mobilitazioni, in occasione dei vertici internazionali, l’adozione della Tobin-Tax sarebbe vista come una grande vittoria politica sulla fatalità della globalizzazione neoliberale. Si comprende così perché il governo degli Stati Uniti fa tutto il possibile per proibire ogni riferimento alla Tobin-Tax nei vertici e nell’ambito delle istituzioni internazionali, per impedire gli studi di fattibilità e la pubblicazione di opere relative al tema.

La sfida é anche economica. Le banche sono i primi attori nei mercato di cambio e sarebbero le prime vittime della Tobin-Tax. Non é per nulla strano, quindi, che si oppongano selvaggiamente ad essa. Gli argomenti di coloro che contestano la tassa sono vari.

Il primo, é che tale imposta é impraticabile sul piano tecnico. In realtà, le stesse innovazioni tecniche basate sui sistemi nazionali di pagamento elettronico, indispensabili al sistema bancario e finanziario, fanno si che sia possibile provare ad applicare l’imposta. Questi sistemi permettono di identificare la natura delle transazioni, specialmente quelle cambiarie, e l’identità di venditori e compratori, che evidentemente permette di esigere il pagamento di detta tassa.

Esistono accordi internazionali, come quelli chiamati “accordi di Lamfalussy” che risalgono al 1988, i quali stabiliscono il quadro giuridico appropriato affinché le banche centrali facciano rispettare la legislazione del loro paese da parte di tutti coloro che vogliono utilizzare il loro sistema nazionale di pagamenti elettronici e, per tanto, possono far rispettare il pagamento della tassa. I paradisi fiscali ed i sistemi privati di pagamento chiamati “offshore” non potrebbero eludere per troppo tempo tale imposta.

Esistono soltanto per il fatto che non c’é la volontà politica di eliminarli. D’altra parte, i capitali non possono permanere eternamente confinati nei paradisi fiscali, né usare permanentemente sistemi di pagamento privati. Prima o poi dovranno uscire da questi Paesi per realizzare investimenti e utilizzare i sistemi ufficiali di pagamento. Si potrebbe quindi riscuotere la tassa con addizionali punitive. In modo tale che la Tobin-tax sia tecnicamente possibile.

Un altro dei frequenti argomenti si riferisce all’utilità della tassa. La Tobin-tax é inefficace in caso di attacchi speculativi di enorme grandezza, come quello che condusse all’esplosione del Sistema Monetario Europeo nel 1992-1993, o come quello che provocò la fuga di capitali dal Sud-Est asiatico.

La risposta é semplice. L’essenza di un’imposta di tale indole, é di agire in maniera preventiva impedendo che piccoli attacchi speculativi si trasformino, nel momento in cui fossero resi non redditizi, in attacchi di grande portata. Se nonostante tutto si scatenasse un grande attacco speculativo su una determinata moneta, si potrebbe aumentare, transitoriamente, l’ammontare dell’imposta, ad eccezione, sempre, delle transazioni vincolate al commercio e all’investimento.

Annunciando pubblicamente, e in anticipo, che l’imposta aumenterebbe automaticamente se i tassi di cambio fluttuassero fortemente, qualsiasi banca centrale potrebbe scoraggiare efficacemente la speculazione. Se ciò non fosse sufficiente, nulla impedisce di ricorrere alle classiche misure di controllo dei cambi come nel 1998 la Malesia, nonostante l’opposizione degli investitori internazionali.

Può attuarsi ugualmente con una imposta sulle entrate eccessive da capitale, messo in pratica fino a poco tempo fa dal Cile.

Non si può inoltre trascurare il fatto reale che tale imposta non risolverà tutti i problemi che l’umanità ha di fronte. Ma potrebbe contribuire efficacemente alla ricostruzione del sistema monetario internazionale nel quale i tassi di cambio sarebbero regolarmente rinegoziati tra i paesi, in funzione degli obiettivi di crescita e di sviluppo.

Pertanto, sarebbe necessario sottoporre a tassazione le transazioni finanziarie stabilendo una imposta del tipo Tobin-tax; ciò renderebbe possibile una maggiore trasparenza nelle transazioni che potrebbero essere controllate dalle autorità pubbliche e dalla giustizia.

I problemi che si osservano nel sistema finanziario internazionale, rispondono alle politiche neoliberali liberalizzatrici che sono la causa della volatilità inerente ai mercati finanziari, ma anche alla debolezza che caratterizza le politiche macroeconomiche nazionali nel mondo globale, senza che fino ad ora siano stati creati appropriati meccanismi di coordinamento tra le rispettive autorità.

Altri ostacoli derivano dal fatto che le monete internazionali sono quelle dei paesi industrializzati; ciò implica che una parte dell’intermediazione finanziaria deve essere fatta attraverso il mercato internazionale, controllato da queste economie forti. In tali condizioni i paesi sotto sviluppati debitori si vedono obbligati ad affrettarsi a contrarre prestiti di finanziamento, con scadenze imposte dai paesi creditori e nella moneta di questi ultimi.

Per quanto riguarda la prevenzione e la soluzione di crisi finanziarie, é necessario trovare un equilibrio tra l’enfasi che viene assegnata, nell’attuale dibattito, alla necessità di perfezionare il quadro istituzionale in cui operano i mercati (maggiori flussi di informazione e regolazione e supervisione prudenziali) e l’insufficiente attenzione che continuano a ricevere il disegno delle strutture adeguate che garantiscano la coerenza delle politiche macro economiche delle principali economie industrializzate, la adeguata assegnazione di finanziamenti di emergenza in epoche di crisi, e l’adozione di procedimenti adeguati di sospensione dei pagamenti con l’assenso internazionale e di rinegoziazione ordinata del debito estero di paesi che si trovano in condizioni critiche.

Nell’ambito del finanziamento allo sviluppo, deve essere data particolare importanza alla necessità di incrementare l’assistenza ufficiale allo sviluppo a paesi a basso reddito, e al ruolo essenziale che svolgono le banche multilaterali di sviluppo nella erogazione di risorse a paesi a basso e medio reddito che non hanno un accesso adeguato ai mercati, e nella assegnazione di finanziamenti a lungo termine a tutti i paesi sottosviluppati durante i periodi di crisi.

L’assegnazione di un maggiore finanziamento di emergenza con fini di sviluppo, dovrebbe completarsi con un nuovo accordo internazionale sui limiti reali della condizionalità, o la sua totale scomparsa ed il pieno riconoscimento del diritto sovrano di ogni paese di scegliere le politiche macroeconomiche e di sviluppo che considerino pertinenti.

Un altro degli elementi da tenere in considerazione, deve essere il trattamento del debito estero dei paesi sottosviluppati. Questo é uno dei fattori determinanti della povertà e l’emarginazione del Terzo Mondo, per cui le soluzioni del tema dovranno essere radicali ed integrali, partendo dalla possibile cancellazione dei debiti fino alla creazione di condizioni che favoriscano lo sviluppo.

L’architettura finanziaria richiesta attualmente, potrebbe consistere in una rete di istituzioni mondiali e regionali che prestino i servizi necessari in forma complementare in settori come il finanziamento di emergenza, la supervisione delle politiche macroeconomiche e la regolazione e supervisione prudenziale dei sistemi finanziari. In questi casi, soprattutto nel campo del finanziamento allo sviluppo, é preferibile un sistema di organizzazioni competenti.

In ogni caso, le politiche nazionali continueranno ad esercitare un ruolo fondamentale nella prevenzione delle crisi e certe aree dovrebbero continuare ad essere di dominio esclusivo dell’autonomia nazionale, in particolare la regolazione del conto di capitali e la scelta del regime cambiario. Le istituzioni regionali e l’autonomia nazionale sono particolarmente importanti per i partecipanti meno influenti in ambito internazionale. Anche se molti esperti concordano sul fatto che é necessario mettere in moto un meccanismo dissuasivo contro così tanta speculazione, la realtà rivela anche una grande opposizione all’idea di creare una tassa per tali transazioni speculative.

La sfida é essenzialmente politica. Per i difensori del potere dei mercati, é totalmente fuori discussione l’accettazione di una tassa sui guadagni, anche se speculativi, perché sarebbe come riconoscere che la libertà di investire non conduce al migliore dei mondi, dopo decenni in cui hanno investito troppo denaro cercando di dimostrarlo.

Una fiscalità Europea

La Commissione europea ha posto nuovamente al centro dell’attenzione il problema dell’armonizzazione della base imponibile delle società, con l’obiettivo, in un primo tempo, di introdurre un criterio unico di determinazione della base imponibile individuale, e in un secondo momento di passare a una base imponibile comune. Tali regimi – obbligatori per i gruppi UE con un fatturato superiore a 750 milioni di euro e per i gruppi extra-UE che realizzino sul territorio dell’Unione tale fatturato, non comportano l’imposizione di un’aliquota unica in tutto il territorio dell’Unione, bensì unicamente lo stabilimento dei criteri per la determinazione dei profitti tassabili. Si tratta di un regime al quale non sarà possibile derogare attraverso accordi individuali e che dovrebbe consentire di abbassare i costi amministrativi a carico delle imprese operanti in più Stati membri; non saranno poi tassabili alcuni utili, quali gli investimenti in ricerca e sviluppo.

Le ragioni del nuovo tentativo della Commissione di proporre regole armonizzate in tale materia va ricondotta ai recenti scandali fiscali, e in particolare alla vicenda di Apple Irlanda, il cui trattamento fiscale da parte delle autorità irlandesi è stato dichiarato dalla Commissione contrario alle norme dell’Unione europea relative agli aiuti di Stato, con conseguente obbligo del governo irlandese di recuperare una somma pari a 13 miliardi di euro più interessi. Tale ultima vicenda ha attirato più di altre l’attenzione dei media non solo per l’entità della somma che dovrebbe essere recuperata, ma anche per l’annuncio del governo irlandese di voler presentare ricorso, insieme ad Apple, contro la decisione della Commissione, e dunque di non voler recuperare la somma in questione, dovuto al timore di perdere la sua posizione di paradiso fiscale per le multinazionali. L’ argomento non riguarda solo il caso della Apple, ma anche molte altre aziende, tra cui la nostra vecchia Fiat oggi, FCA che ha trasferito la sua sede legale in Olanda, a causa delle più favorevoli imposizioni fiscali.

Già dal 2020 la Commissione aveva presentato una proposta sulla base imponibile consolidata comune per le imprese europee, che prevedeva però un regime di carattere facoltativo e che, trovando l’opposizione di alcuni Stati membri, non era mai sfociata in un atto dell’Unione per la difficoltà oggettiva di convincere gli stati membri di cedere un’ ulteriore fetta di sovranità.

La coesistenza di 28 regimi fiscali differenti rende tuttavia senza dubbio complesso per le imprese di non grandi dimensioni esercitare la propria attività sul territorio di più Stati membri, contrariamente a quanto avviene per le grandi società multinazionali, per la difficoltà di avere un quadro chiaro della normativa fiscale applicabile. L’armonizzazione della base imponibile delle società avrebbe proprio lo scopo di semplificare tale quadro. Pur non imponendo infatti un’aliquota unica, essa consentirebbe di fare chiarezza su quali siano i profitti tassabili e a quale Stato membro essi siano imputabili, e comporterebbe un notevole risparmio dei costi amministrativi, soprattutto per le medie e piccole imprese. Secondo le stime della Commissione, con l’adozione del regime della base imponibile consolidata, per queste ultime i costi per l’apertura di una filiale all’estero potrebbero infatti diminuire fino al 67% e vi sarebbe una riduzione fino al 30% degli oneri fiscali.

Ancora una volta si è davanti al tema se procedere nel percorso di unificazione europea o se invece vogliamo che ogni stato europeo riacquisti la piena sovranità monetaria e finanziaria.

Jens Weidmann: “Io mi batto perché l’euro sia e resti una valuta stabile. Ci sono due vie: la prima è andare verso un’unione fiscale, con gli Stati dell’eurozona che delegano parte dei loro diritti sovrani di bilancio a livello europeo, ma alla nascita dell’euro una tale rinuncia alla sovranità non era maggioritaria. E temo che anche oggi l’idea non sia più popolare di allora. Se la via di un’unione fiscale è negata, dobbiamo lavorare nel contesto attuale in cui gli Stati dell’eurozona sono responsabili delle loro politiche fiscali. Per questo le regole nel Patto di stabilità e crescita sono state rese più severe, esiste il dovere di garantire la competitività del proprio sistema economico, è stata creata l’Unione bancaria”.

Questa risposta di Weidmann dimostra che egli non sa (o forse non vuole sapere) quale sia la corretta impostazione del problema di una vera fiscalità europea. Questa si otterrebbe facendo ricorso a risorse proprie dell’Unione o dell’Eurozona o di un gruppo di Paesi, ad esempio con i proventi della Tassa sulle Transazioni Finanziarie o in futuro con una tassa sulle emissioni di anidride carbonica, o con l’attribuzione di una quota supplementare di IVA al bilancio europeo, o ancora con una quota modesta di debito pubblico europeo per investimenti in beni pubblici, tale da conservare comunque il bilancio europeo in pareggio. La vera cessione di sovranità è proprio quella avvenuta col Fiscal Compact, che espropria i parlamenti e i governi nazionali del pieno potere di bilancio: qualcosa che un vero Stato federale non accetterebbe mai.

Quanto al “timore” di Weidmann che l’idea di una cessione di sovranità fiscale verso l’Unione “non sia più popolare oggi rispetto al passato”, anche questo è infondato, perché sono stati a suo tempo e sono tuttora i governi e le classi politiche nazionali a non volerla. Non è nemmeno vero che questa prospettiva non fosse maggioritaria, sono stati i governi di Francia e di Germania a respingerla nel 1992, non i cittadini, che avrebbero accettato (e tuttora accetterebbero) una fiscalità europea – almeno in parte sostitutiva di tasse nazionali – a fronte di servizi e di garanzie migliori: basti pensare alla difesa comune o a un robusto piano di investimenti che doti la Commissione di risorse, quelle risorse che ora fondatamente Juncker dice di non avere. Se il governo tedesco chiedesse agli altri governi dell’Eurozona questo impegno a creare una fiscalità europea, ritengo che oggi i francesi non potrebbero tirarsi indietro. Naturalmente occorrerebbe attribuire un ruolo al Parlamento europeo. E anche predisporre una corrispondente modifica dei trattati. Ma molto si potrebbe fare già con la cooperazione rafforzata.

Resta attuale (e inascoltata) la linea suggerita da Tommaso Padoa-Schioppa, in un’intervista pubblicata da Notre Europe il 18 giugno 2020, alla vigilia di una importante riunione del Consiglio europeo. La riportiamo nella versione originale:

Quale dovrebbe essere la strategia per l’economia europea?

Tommaso Padoa-Schioppa: i paesi dell’UE hanno bisogno sia di sostegno la disciplina e la crescita fiscale. Il concetto chiave dovrebbe essere compito degli Stati è rigoroso e quella del sostegno dell’UE. E l’UE dovrebbe svolgere il suo compito non come coordinatore politica nazionale, ma come attore a suo modo una politica économique. E’ indiscutibile oggi che è essenziale per l’UE per riavviare e rafforzare la sua mercato unico. Tuttavia, essere consapevoli del fatto che un mercato unico non è sufficiente. E ‘anche azioni positive di impulsi e queste azioni dovrebbe essere quello di tutte le politiche di sviluppo per i quali il trattato conferisce all’UE una’ responsabilità condivisa ‘con gli Stati membri (articolo 4 del trattato sul funzionamento del UE). Queste politiche riguardano soprattutto l’energia, i trasporti, la ricerca e l’ambiente. Non sono mai stati realmente attuato dall’Unione europea come attore. che abbiamo voluto credere è stato sufficiente per creare un mercato integrato (che tra l’altro non è stato realmente fatto), ma in queste zone un mercato unico non è sufficiente. Deve essere che, oltre alle misure legislative e regolamentari – che contribuiscono al mercato unico – la stessa Unione europea può agire e può agire solo nel mobilitare le risorse delle proprie azioni. L’UE deve quindi stabilire un programma di investimenti o di spesa pubblica europea. Per questo, l’UE ha bisogno di un bilancio più flessibile con le risorse direttamente dal contribuente così come utilizzare la sua capacità di indebitamento.

l valore aggiunto della spesa pubblica europea in relazione alla spesa pubblica nazionale deve essere sottolineato in questo contesto. Si può facilmente dimostrare che la spesa pubblica totale (nazionale ed europeo) invariato, una riduzione della quota nazionale, con un corrispondente aumento della quota europea, produrrebbe risultati migliori o risultati della spesa parità meno.

E ‘anche importante sottolineare che non bisogna che il denaro raggiunga il bilancio dell’UE provengono dai bilanci degli Stati membri, come avviene oggi. E ‘necessario che l’UE ha una capacità di raccogliere risorse direttamente dai cittadini da uno o due imposte specificamente europei che passerebbero direttamente dal contribuente al bilancio UE. Stati membri hanno voluto loro bilancio nazionale o il filtro di risorse di transizione del contribuente per l’UE di avere una padronanza delle risorse comunitarie. L’effetto di questa funzione di filtro è che gli Stati membri ricevono le risorse che vanno al bilancio comunitario come qualcosa che evitano i propri bilanci nazionali. Questo è un errore; non vi è alcuna federazione al mondo per trascorrere le tasse federali da parte degli Stati (USA), o le Province (Canada) o dei Länder (Germania), come è il caso nella UE. Se avessimo una carbon tax europea o una tassa sulle istituzioni finanziarie, come ora parliamo, non vi è alcuna ragione di queste tasse, che sono anche molto ben comprese dal pubblico europeo, sono d prima assegnato ai bilanci nazionali e poi trasferito dai bilanci nazionali al bilancio dell’Unione.

Un nuovo modello economico: industria 4.0

La Società dell’Informazione porterà uno sviluppo sostenibile per tutti?

Fra vent’anni i robot ci avranno trasformato in un esercito di disoccupati a caccia di hobby, o saranno i nostri migliori ‘colleghi’ di lavoro, pronti a sbrigare i compiti più ripetitivi e pesanti lasciandoci liberi di esprimere la nostra creatività? Sono questi gli interrogativi e i diversi scenari che dividono gli esperti che però concordano tutti su un punto: quella dell’automazione sarà una sfida cruciale a cui bisognerà prepararsi per tempo, magari reinventando il concetto di lavoro.

Moshe Vardi, esperto di informatica della Rice University di Houston, in Texas, al convegno della Società americana per l’avanzamento delle scienze a Washington ha tracciato uno scenario quasi apocalittico: entro il 2045 i robot potranno sostituire l’uomo nella maggior parte delle attività lavorative, portando la disoccupazione sopra la soglia del 50%.

Come reagirà l’economia globale? Come ci reinventeremo l’uso del tempo libero? La questione è di scottante attualità, tanto da essere finita al centro dell’ultimo World Economic Forum di Davos, che nel suo ultimo rapporto ha affrontato il tema della cosiddetta ‘Quarta rivoluzione industriale’ prevedendo, negli USA, la perdita di 5 milioni di posti di lavoro nei prossimi 4 anni per colpa dell’automazione.

”La tecnologia che stiamo sviluppando porterà davvero benefici al genere umano?”, La risposta tipica è che se le macchine faranno il nostro lavoro, allora avremo più tempo libero per fare ciò che ci piace, ma non penso che sia una prospettiva allettante. Credo che il lavoro sia essenziale per il benessere dell’uomo.

A essere a rischio non sono più solo i lavori pesanti, ripetitivi o logoranti che verranno affidati alle macchine: per la prima volta nella storia l’elettronica sta entrando anche nel mondo dei colletti bianchi e dei cosiddetti “lavori della conoscenza”: scienziati, ricercatori, insegnanti, medici, professionisti.

I nuovi super computer sono oggi in grado di portare a termine numerosi processi tradizionalmente affidati agli impiegati, per esempio archiviare dei documenti o effettuare un pagamento, ma anche affiancare un architetto o un ingegnere durante la realizzazione di un progetto. ”Possiamo immaginare che in un futuro più lontano i robot potranno mettere a rischio i lavori più ripetitivi e manuali, dove il contributo umano non è così determinante”. Una prima dimostrazione è arrivata da Singapore, dove il robot Nadine ha preso servizio come receptionist alla Nanyang Technological University. Questo dato è la differenza tra i 7 milioni di posti di lavoro che saranno rimpiazzati dall’elettronica, dai robot e dalla disintermediazione commerciale resa possibile dalla Rete e i 2 milioni di nuovi posti che saranno creati per far spazio a nuove professioni.

Poi c’è Tally, il robot di Simbe Robotics, una startup della Silicon Valley, progettata per lavorare nei grandi magazzini. Controlla che le merci siano tutte disponibili, nella giusta quantità e sul giusto scaffale, verifica che abbiano il prezzo e che questo sia corretto: per ora non può correggere gli errori, ma è in grado di visionare fino a 15.000 oggetti l’ora. Prospero invece è un robot contadino realizzato da David Dorhur, un inventore dello Iowa. Dotato di 6 zampe che gli permettono di muoversi su ogni terreno, lavora in flotte di decine di esemplari che in poche ore possono seminare ettari di suolo. Non utilizza GPS né altre tecnologie complicate: si limita a guardare ciò che ha davanti e se trova una porzione di terra non seminata, provvede.

Prospero comunica costantemente con i compagni di lavoro: la flotta è programmata per auto-organizzarsi il lavoro in modo da concluderlo nel minor tempo possibile.

Le macchine, per strada, si guidano da sole. Il traffico pure: si dirige da sé. Lo sguardo può dunque alzarsi sopra la testa, dove, come ogni giorno, droni consegnano prodotti e generi alimentari di ogni tipo – oggi, per esempio, il pranzo suggerito dal frigorifero “intelligente”. Entrato in fabbrica, poi, l’ipotetico lavoratore di questo futuro (molto) prossimo si trova ancora circondato dall’automazione; per la produzione, ma anche per l’organizzazione, la manutenzione, perfino l’ideazione del prodotto: a dirci cosa piace ai clienti, del resto, sono ancora algoritmi. Quel che mi resta, pensa ora senza più sorridere, è coordinare robot, o robot che coordinano altri robot. Finché ne avranno bisogno. Da qui le profezie di sventura.

Per il docente della Rice University, Moshe Vardi, per esempio, entro i prossimi 20 anni i robot potrebbero portare a tassi di disoccupazione superiori al 50%. «Se le macchine sanno fare tutto», chiede Vardi, «che resta agli umani?» Le tecnologie ICT provocano cambiamenti profondi e veloci nelle economie avanzate.

Dalla dittatura del proletariato alla prigione del precariato

In centocinquanta anni, l’utopia della dittatura del proletariato si è trasformata invece in un incubo per i lavoratori e per coloro che cercano lavoro: si tratta della prigione del precariato. Gli ultimi sconfortanti dati sulla tenuta occupazionale nel mondo occidentale fanno davvero riflettere. Una recente ricerca ha previsto che entro il 2025, un lavoratore su due negli Stati Uniti sarà di fatto un freelance, un lavoratore autonomo, con tutto ciò che ne segue per le tutele previdenziali e assistenziali. Ma non è tutto. In Gran Bretagna, dove si discute ormai anche in modo abbastanza scomposto sulla tempistica della fuoriuscita dall’Unione europea, alcuni studi hanno evidenziato che dal 1995 ad oggi quasi quattro posti di lavoro su cinque creati in questo periodo di tempo non hanno permesso e non permetteranno a chi li ha occupati una pensione decente».

Nella storia ha sempre avuto torto finora chi ha profetizzato che le tre precedenti rivoluzioni industriali avrebbero portato all’esplosione sociale. Malthus vi vedeva un limite fisico: il passaggio alla produttività industriale non sarebbe mai stato in grado si sfamare torme crescenti di neopoveri. Non è stato così, come hanno scoperto negli ultimi vent’anni India e Cina, e come nell’Ottocento scoprì l’Europa. Per certi versi le argomentazioni di Malthus richiamano certe preoccupazioni keynesiane intorno alla capacità di spesa della società: i consumatori non sono mai abbastanza! Sulle tesi neomalthusiane dei teorici della “crescita felice”. Nell’ultimo filmato, realizzato prima di morire da Gianroberto Casaleggio, si preconizza un fosco scenario in cui l’intelligenza artificiale prevarrà sugli umani, dividendoli sempre più tra pochi felici ( happy few ) e moltitudini di precari a bassissimi salari. I robot non solo non sono macchine idonee ad accrescere la produttività dei lavoratori, perché li sostituisce; ma il loro massiccio impiego spingerà l’umanità verso un tragico paradosso: solo pochissimi privilegiati potranno godere di un reddito sufficiente a comprare merci e servizi che pure verranno prodotti in enorme quantità e a bassissimo costo. In questo senso per Ford la robotica rappresentava «la tecnologia finale».

Le diverse ondate di automazione non hanno mandato in pensione il lavoro e la manodopera, ma oggi?

Intanto «Prosegue a spasso spedito l’automazione delle linee di produzione di Foxconn, l’azienda taiwanese che produce quasi la metà delle componenti dei dispositivi elettronici da consumo venduti nel mondo e ha tra i suoi clienti tutti i colossi del settore, da Apple a Microsoft. Lo stabilimento nella contea di Kunshan, racconta al South China Morning Post Xu Yulian, responsabile delle pubbliche relazioni del governo locale, “ha ridotto la propria forza lavoro da 110 mila a 50 mila persone grazie all’introduzione dei robot e ha segnato un successo nella riduzione del costo del lavoro. Certamente non stanno vivendo mesi felici anche i 1800 impiegati della Shenzhen Evenwin Precision Technology Co, un’azienda privata cinese che fabbrica componenti per telefoni cellulari, il cui piano di ristrutturazione prevede di ridurre del 90% l’attuale forza lavoro sostituendola con un migliaio di robot. A una più alta composizione organica del capitale è dunque affidata la non facile missione di generare profitti sufficienti a giustificare l’esistenza di quell’impresa. Bisogna anche considerare che nell’ultimo decennio i salari dei lavoratori del settore sono cresciuti in media di circa il 10% all’anno (con un salario mensile di circa 400 euro), mentre nello stesso periodo il costo dei robot è diminuito del 5% ogni anno.

Nelle precedenti rivoluzioni industriali, la perdita di posti di lavoro a causa dell’ automazione, trovava una compensazione, oltre che nella riduzione dell’ orario di lavoro, nella creazione di nuovi posti di lavoro, dovuti alla necessità di progettare, produrre e manutenere le nuove macchine e ai servizi connessi al marketing e la distribuzione della grande quantità di prodotti immessi sul mercato.

Oggi questo equilibrio rischia di saltare perché l’ automazione attraverso l’ impiego di robot, raggiunge il 90% lasciando all’ intervento dell’ uomo il residuale 10%, ma quel che è peggio, la progettazione, produzione e manutenzione dei robot è affidata agli stessi robot, creando la situazione occupazionale descritta in precedenza.

Nel XIX secolo le rivolte dei luddisti contro l’ automazione industriale vennero risolte con il miglioramento delle condizioni economiche e sociali dovute al notevole incremento della produzione di beni e servizi. Oggi, il dubbio che le nuove tecnologie digitali, possano distruggere i posti di lavoro in modo irreversibile è sempre più concreto. Se pensiamo che l’ avvento non tanto lontano, delle auto senza autista produrrà la perdita del posto di lavoro alla categoria dei tassisti, dei camionisti e dei conducenti di imbarcazioni o che i supermercati del futuro possano essere gestiti da due sole persone, non possiamo non essere preoccupati per il futuro delle nuove generazioni. Si sta costruendo un nuovo ambiente di vita, digitale e digitalizzato, intelligente, caratterizzato da una sensoristica estremamente diffusa che raccoglie informazioni in modo sempre più automatico, depositandola in database sempre più capienti, numerosi ed interconnessi e le macchine diventano sempre più intelligenti e interagiscono con questo ambiente a prescindere dalle decisioni dell’ uomo. Questo è possibile solo se esistono le infrastrutture per farlo e se i cittadini continuano a funzionare come fonte di informazione.

La classe politica e il mondo della cultura devono analizzare più a fondo le dinamiche della new economy, caratterizzata dalla diffusione delle tecnologie digitali e dal mercato globale e scoprire le nuove regole che riescono a tenere insieme la nuova organizzazione sociale.

Perché in Italia non si assume più?

Di grosse difficoltà alla flessibilità in uscita, in verità, non ce ne sono mai state se non la notoria lentezza della giustizia italiana nella gestione delle cause civili, anche quelle di lavoro, con il relativo moltiplicarsi dei costi inerenti per i datori di lavoro. In caso di grandi aziende o di eventuali gruppi esteri, invece, la normativa italiana già consente degli istituti che permettono di gestire la flessibilità occupazionale, dalle norme sui licenziamenti collettivi a quella sugli ammortizzatori sociali tra cui una delle vere anomalie del sistema italiano che è la Cassa Integrazione Guadagni.

Quest’ultima, volendo vedere, è un sussidio alle aziende fenomenale perché permette di spostare a carico della collettività una gran parte dei costi del personale anche in caso di ristrutturazioni aziendali, ovviamente pagando lo scotto di una tassazione e contribuzione elevatissima, forse addirittura la più elevata al mondo. Quest’ultimo punto, ci siamo arrivati, rappresenta il vero vulnus del mercato del lavoro italiano.

Non è il cuneo fiscale, ad essere un disincentivo alle assunzioni (ci sono stati in cui esso è ben più pesante con un livello occupazionale ben maggiore, come la Germania ad esempio), non è una flessibilità in entrata e in uscita ridotta ad essere un blocco alle assunzioni ma sono i costi relativi alla fiscalità e quelli indiretti dovuti alla burocrazia a diventare quasi insostenibili.

Ci sono poi i costi energetici (i più elevati a livello Ocse), quelli logistici dovuti all’inefficienza della rete stradale e dei trasporti in generis, della pressione fiscale generale, quel Global Corporate Tax Rate (Da noi, un’azienda effettua 15 versamenti l’anno e questo le porta via 269 ore di tempo, contro le 130 delle imprese danesi o le 132 dei francesi, che di pagamenti ne fanno solo sette), che rendono il costo del lavoro l’unica vera variabile su cui è possibile agire in tempi brevi per ottimizzare il Conto Economico e da qui al ricorso a continue riduzioni del personale e alla sostituzione con strumenti robotizzati o, addirittura, con delocalizzazioni produttive il passo è brevissimo.

L’unica soluzione al problema lavoro, quindi, va verso una riduzione e a una semplificazione fiscale su ogni capitoli di prelievo, dai redditi alle accise energetiche, e alla semplificazione burocratica nella gestione ordinaria della vita d’impresa, il tutto unito da una decisa modificazione del sistema contrattuale per il lavoro dipendente. Tre fattispecie contrattuali, tempo indeterminato, tempo determinato e a chiamata, non sarebbero sufficienti e di più facile gestione sia per la gestione interna aziendale sia per il controllo da parte delle autorità sulla regolarità dei rapporti?

Un impianto del genere contribuirebbe in maniera sostanziale a una fluidificazione del mercato occupazionale e a permettere anche una ripresa della domanda di lavoro, spinta dalla maggiore convenienza, anche produttiva, della risorsa umana rispetto a quello dei sistemi robotizzati o del ricorso al continuo lavoro straordinario per sopperire alle esigenze produttive. Ovviamente tutto questo si dovrebbe accompagnare con incentivi allo sviluppo professionale del personale dipendente mediante percorsi di formazione continua, rendendo così, la visione, miope senza dubbio, del lavoro come un mero costo da contenere come quella di un investimento a lungo termine che potrebbe essere anche assai redditizio.

No alle imposte sugli immobili che sono improduttivi, si alle imposte sui database e sui robot

Le normative fiscali prevedono l’ imposizione di imposte sui patrimoni immobiliari, ma nessuna si interessa alla concentrazione dei patrimoni informativi e al relativo assoggettamento all’ imposizione fiscale. La dialettica capitale-informazione sostituisce sempre più il conflitto capitale-lavoro. I pochi soggetti che detengono un notevole patrimonio di dati, realizzano immensi profitti che il modello fiscale costruito intorno al sistema industriale tradizionale non riesce ad intercettare, con la conseguenza che mai come oggi le diseguaglianze sociali emergono con un’ evidenza mai conosciuta nella storia dell’ umanità. Mark Zuckerberg il fondatore di Facebook, a soli 31 anni ha già accumulato un patrimonio di 11,2 miliardi di dollari. Questa fortuna è stata costruita sul fatto che 1,65 miliardi di persone hanno donato gratuitamente i propri dati alla società di questo giovane producendogli un introito di 5.83 miliardi di dollari l’ anno.

La stessa cosa accade per tutti i grandi detentori di database informativi come Microsoft, Amazon, Google ecc. ma accade anche per società di servizi come Telecom, Wind, Infostrada, Skype ecc. che acquisiscono i dati dei cittadini come clienti e poi li vendono agli operatori economici, realizzando delle vere e proprie rendite parassitarie che nessun Governo ha mai pensato di tassare.

Se ciò accadesse i Governi avrebbero le risorse per adottare delle politiche sociali idonee a sostenere i lavoratori che perdono il lavoro e che hanno avranno bisogno di svolgere attività che non abbiano come scopo principale il soddisfacimento di bisogni economici.

Tassare i robot che lavorano al posto degli umani è un’ altra delle strategie che i Governi dovranno adottare per garantire ai cittadini che non hanno più un lavoro, di avere le risorse per acquistare i beni prodotti dai robot.

La web tax

Se, ancora, molte economie avanzate – in primis la nostra – non riescono a sollevarsi dalle conseguenze della recessione, è interessante notare come la grande crisi dell’economia abbia coinciso con l’esplosione di un mercato immateriale che, oggi, è una delle locomotive della tecnologia digitale. Con la diffusione capillare di smartphone e tablet, iniziata ormai diversi anni fa, si è venuto a creare un mercato in continua crescita, dove start-up nascono all’improvviso e arrivano a quotarsi in Borsa nell’arco di pochi mesi, oppure – il caso più eclatante di WhatsApp – passano sotto il controllo di un gigante del settore per cifre spropositate. La web tax si innesta in un complesso intreccio di norme interne e internazionali che coinvolge delicati temi di ripartizione del gettito internazionale dell’IVA e delle imposte dirette e gli interessi delle grandi compagnie online.

Lo scopo di evitare politiche fiscali elusive da parte dei grandi operatori del settore (Google, Apple, Microsoft, etc..) non deve però ostacolare o impedire l’attività del mercato e degli altri operatori. Un intervento unilaterale del legislatore italiano potrebbe cercare di forzare delle modifiche internazionali, con il rischio di conflitti fra le varie giurisdizioni, intervenendo sulla definizione di stabile organizzazione ai fini delle imposte sui redditi in modo da attrarre a tassazione i proventi derivanti dalle vendite effettuate in Italia.

In tema di IVA, invece, l’Italia potrebbe intervenire sia con piccoli interventi mirati che avrebbero l’effetto di una moral suasion nei confronti delle big company, ed in particolare di Google, facendo leva sugli obblighi di fatturazione degli sviluppatori non completamente soddisfatti e riconoscendo d’altro canto valore fiscale alle ricevute inviate elettronicamente da Google.

Un intervento europeo che consentisse di fatturare elettronicamente con IVA del paese dello sviluppatore anziché quello dell’utilizzatore, semplificherebbe ed agevolerebbe significativamente gli adempimenti degli sviluppatori e le responsabilità di tutti gli operatori.

Un nuovo Feudalesimo

Quanto è stato e quanto sarà scritto ancora sulle problematiche che in quest’epoca angosciano il pianeta. Lavoro, Sanità, Istruzione-Ricerca, Cultura, Infrastrutture, Trasporti, Disoccupazione, Pensioni, Rifiuti, Immigrazione, Giustizia, Esercito e chi più ne ha più ne citi… Seguendo il telegiornale, su un calcolo di una quindicina di notizie, nessuna di esse è positiva. Per dirla in parole povere, sembra che stiamo attraversando un periodo buio e senza meta, quasi un nuovo medioevo: con la differenza però che almeno nel medioevo i cittadini erano condizionati generalmente da paure come quelle misteriose e incomprensibili alla mente umana, del bene e del male che dettavano ogni forma di azione sociale e privata.

E’ quanto si legge in un articolo di Enrico Lava intitolato “Un Nuovo Medioevo” in cui ci si chiude in se stessi e non si riesce più a guardare avanti, o lo si fa con molta fatica. Ma se sono passati più di mille anni dal medioevo ad oggi, perché ancora ci facciamo del male? Perché non riusciamo a realizzare e una politica buona per tutti? Se la storia ci insegna che l’Europa l’avevamo circoscritta territorialmente già 2000 anni fa con quello che fu l’ineguagliabile Impero Romano, perché ci facciamo del male adottando strategie politiche senza averne conoscenza alcuna? Perché svendiamo ciò che Madre Natura con tanto amore ci ha donato? Perché tutte le più grandi e storiche aziende produttrici del Made in Italy sono finite in mani straniere? Con molto entusiasmo e con il “senno di prima”, i nostri Artisti, Filosofi, Giuristi, Scienziati, Scrittori, Artigiani, Commercianti, Navigatori avevano lavorato per questa Nazione sperando di lasciare a noi posteri la ricchezza del bello, del giusto, sulla strada che ci avrebbe condotto alla felicità. Cosa direbbero oggi, se fossero in vita? E i nostri Beni Culturali invidiati da tutto il mondo: cosa ne abbiamo fatto? Questo è il grido di dolore di Lava che si rende conto che il mondo è cambiato e che le regole che hanno fatto funzionale la civiltà industriale, oggi non funzionano più e se non si reiterpretano queste regole, se non si comprendono i nuovi meccanismi che regolano la new economy e non si individuano i veri beneficiari di tanta ricchezza prodotta, non riusciremo ad evitare il declino del mondo e anche un periodo storico pieno di conflitti e di sofferenze per il genere umano.

Bill Gates, fondatore e presidente onorario di Microsoft, rimane la persona più ricca del mondo con un patrimonio netto di 75 miliardi di dollari, nonostante abbia registrato una perdita di 4,2 miliardi di dollari rispetto al 2020.

La grande novità della top ten del 2020 – in cui 8 su 10 sono statunitensi – è la scalata in seconda posizione di Amancio Ortega, 80enne spagnolo fondatore di Zara, che ha rimpiazzato Carlos Slim, imprenditore messicano nel campo delle telecomunicazioni, sceso al quarto posto. Stabile in terza posizione Warren Buffett, considerato il più grande value investor di sempre.

Il titolo di “best-improver” 2020 se lo aggiudica Mark Zuckerberg. Il 31enne fondatore di Facebook ha aggiunto ben 11,2 miliardi di dollari al suo patrimonio, saltando dalla sedicesima alla sesta posizione in un anno solo. Zuckerberg è alla prima apparizione nella top 10 di Forbes, così come Jeff Bezos, fondatore e CEO di Amazon, che si attesta al quinto posto. Oggi fanno i benefattori dell’ umanità ma questi signori, godono del privilegio di ottenere gratuitamente i dati informativi dei cittadini, accumulano delle fortune spropositate perché nessuno chiede loro un corrispettivo per la detenzione e l’ utilizzi di questi dati. Costoro diventeranno i padroni assoluti di tutti i mezzi di produzione dei beni e si circonderanno di una corte di servitori, così come avveniva nelle corti delle Signorie.

Lo Stato avrà un ruolo sempre più marginale perché i servizi verranno offerti ai loro servitori direttamente dal feudatario. Tutto questo accadrà se gli Stati non saranno in grado di far pagare le imposte a chi detiene robot, database informativi e le royalties del popolo che rappresentano.

Il plusvalore è determinato dalla forza del marchio

Capita spesso di chiedersi come sia possibile che il costo di produzione di una borsetta da donna sia al di sotto dei 50 euro mentre il prezzo di vendita superi i 2000 euro o anche di più.

L’ Italia, nel settore dell’ alta moda dell’ arredamento e dell’ oggettistica è leader mondiale, così come nell’ agro alimentare. I marchi italiani nel mondo sono ricercatissimi e imitatissimi. Sembra che il mondo intero voglia vivere alla moda italiana.

Tutto questo ci inorgoglisce e ci fa pensare che l’ uomo globale, se si esclude la lingua, per il resto sarà intriso della cultura italiana. Un documento sull’andamento della moda italiana tra il 2009 e il 2020 pubblicato dall’Ufficio Studi di Mediobanca – che è un centro di analisi e ricerca specializzato in studi economici e finanziari – mostra alcuni dati interessanti per il settore, generali e di maggior dettaglio: il fatturato della produzione di “beni di lusso per la persona” nel 2020 ha rappresentato l’11,4 per cento (89,5 miliardi di euro) del totale manifatturiero italiano, mentre la sua distribuzione ha pesato per l’8,6 per cento (74,8 miliardi di euro) sul fatturato del commercio italiano.

Secondo le stime di Mediobanca, nel 2020 il settore produttivo della moda dava lavoro a 465.500 persone, ovvero il 14,9 per cento dei dipendenti manifatturieri italiani totali, mentre nel commercio la quota del 14,4 per cento corrispondeva a 257.300 lavoratori.

Una particolarità del settore è la presenza femminile nettamente superiore a quella degli altri comparti: la moda manifatturiera impiega al 55,7 per cento donne, una quota quasi doppia rispetto alla media del 27,5 per cento della produzione italiana, mentre nel commercio della moda le donne sono il 71 per cento degli occupati, rispetto a una media del 49,3 per cento.

Nel mercato globale le Pmi non hanno le risorse per diffondere il loro marchio nel mondo al contrario delle grandi aziende che occupano fisicamente con le loro filiali i centri nevralgici del mercato mondiale. Non solo, le piccole e medie imprese sono prevalentemente produttori di semilavorati, perdendo così il vantaggio del plusvalore dato dalla vendita del prodotto finito.

Cibi e vini Made in Italy all’estero: il loro valore è praticamente raddoppiato negli ultimi dieci anni, facendo segnare un aumento record del 79% nelle esportazioni che hanno raggiunto il massimo storico di 36,8 miliardi di euro nel 2020. E’ quanto emerge da un’analisi Coldiretti sul commercio estero sulla base dei dati Istat.

Il limite della produzione italiana che invade il mondo intero è che il fatturato complessivo annuale è di 89 miliardi di dollari, pari al fatturato della sola Toyota.

Ed è proprio questo il punto.

Chi è il proprietario del marchio Made in Italy?

Il popolo italiano, ovviamente. Perché ha costruito, in secoli di civiltà, un patrimonio di arte, cultura e bellezza che nessun popolo al mondo riesce ad eguagliare.

Nel mondo globale in cui i marchi rappresentano un valore aggiunto e per i quali vengono corrisposte delle royalties, sarebbe giusto che il popolo italiano ricevesse il giusto compenso per il rilascio di un marchio così importante. Se poi si pensasse di concedere ai numerosi contraffattori del Made in Italy, sparsi nel mondo, di un marchio che certifichi il rispetto di un determinato disciplinare rilasciato da un Organismo autorizzato, si potrebbe pensare di recuperare parte di quei 220 miliardi di dollari persi ogni anno per le contraffazione dei marchi alimentari italiani.

Un altro problema, legato al marchio Made in Italy è dato dal fatto che la globalizzazione ha determinato il trasferimento della produzione nei paesi in via di sviluppo, dove la manodopera, le garanzie sociali e le imposte sono più favorevoli, ma il Management rimane legato al territorio di origine del marchio quindi l’ Italia. Se le aziende che rappresentano il Made in Italy, vengono acquistate da imprenditori stranieri, il margine di profitto generato dal Made in Italy si trasferisce all’ estero nelle tasche degli investitori stranieri. Ecco l’ elenco di alcuni marchi italiani che sono finiti in mano a delle società straniere:

§ La famiglia che controlla il brand Bulgari ha ceduto, nel 2020, il 50% della proprietà alla francese Louis Vuitton Moet Hennessy che già deteneva Acqua di Parma, Emilio Pucci e Fendi e che nel 2020 ha acquistato per 2 miliardi di Euro Loro Piana, azienda leader nel settore dei beni di lusso.

§ La maison Gianfranco Ferrè è stata ceduta al Paris Group di Dubai.

§ Gucci è stata venduta a partire dal 1999 alla francese Pinault-Printemps-Redoute (ora Kering).

§ Il pacchetto azionario di Coccinelle è detenuto integralmente dai Coreani E-Land Europe, che già possedevano il marchio emiliano Mandarina Duck.

§ Il 20% di Versace è stato acquisito ad inizio 2020 dal fondo d’investimento americano Blackstone.

§ Valentino è controllato dalla britannica Permira.

§ Ducati è di proprietà della tedesca Audi

§ Indesit è stata ceduta all’americana Whirlpool a luglio del 2020.

§ Safilo (Società azionaria fabbrica italiana lavorazione occhiali) è finita nelle mani del gruppo olandese Hal Holding.

§ Standa è finita nel 2001 nelle mani del gruppo tedesco Rowe.

§ Russian Standard possiede il 70% di Spumanti Gancia.

§ Unilever (multinazionale anglo – olandese) è proprietaria di Algida, Riso Flora e confetture Santa Rosa.

§ Fiorucci è stata ceduta ad imprenditori giapponesi.

§ AR Pelati è stata acquisita dalla società Princes controllata dalla Giapponese Mitsubishi.

§ La transalpina Lactlalis ha acquisito i marchi Galbani, Invernizzi, Cademartori, Locatelli, Président e Parmalat.

§ La spagnola Sos Cuetara controlla Minerva Oli, Carapelli, Bertolli e (dadi) Star.

§ Buitoni, Sanpellegrino, Baci Perugina, Valle degli Orti ed Antica Gelateria del Corso sono invece di proprietà della svizzera Nestlè.

§ La Peroni, dal 2003, è di proprietà dell’azienda Sudafricana SAB

§ Nel 2020 la Pernigotti è stata ceduta, per intero, dalla società Averna al gruppo turco Toksoz,

§ Il 25% di Riso Scotti è dal 2020 di proprietà della spagnola Ebro Foods

§ Fastweb fa parte di Swisscom.

§ Omnitel è stata ceduta alla britannica Vodafone.

§ Wind è controllata da imprenditori egiziani

§ Anche il mondo del calcio ha subito la stessa sorte, si pensi all’Inter ed alla Roma.

E’ pur vero che vale anche il contrario (Barilla compra Wasa e Harrys’s, Luxottica fa shopping in America e compra Ray – Ban) ma per ogni azienda italiana che cresce all’estero, tre holding straniere si appropriano di marchi Made in Italy.

(Fonte: Domenico Mercurio internet)

Che cosa ha frenato la crescita dell’ Italia?

A partire dagli anni ’70 in Giappone, in America e in Germania le industrie di questi paesi hanno introdotto, nella loro organizzazione produttiva dei controlli di qualità (lo standard ISO 9000 e seguenti) sempre più severi che hanno portato alla standardizzazione delle procedure per garantire di ottenere prodotti privi di difetti di lavorazione.

Con il tempo, si è creato il mito che il prodotto tedesco fosse di qualità superiore, rispetto alla produzione italiana che veniva addirittura boicottata dalle maestranze e da una conflittualità esasperata che non garantiva nemmeno la regolarità nella consegna dei prodotti. Ben presto i marchi industriali italiani rispetto a quelli tedeschi hanno perso quel valore aggiunto che ha consentito all’ industria tedesca di invadere il mercati emergenti come la Cina e la Russia.

Già negli anni ’80 l’ idea che una lavatrice Bosh o Miele fosse più robusta e durevole di una Rex o una Indesit ha determinato un raddoppio del prezzo di vendita delle lavatrici tedesche pur avendo un costo del prodotto di poco superiore, con grandi benefici per le retribuzioni dei dipendenti e per lo sviluppo della ricerca per mantenere il primato.

Anche i gloriosi marchi automobilistici italiani hanno subito la stessa sorte. I primati sportivi di Alfa Romeo, Lancia, Maserati, Lamborghini e Ferrari avevano reso gloriosi questi marchi che avevano i limite di essere aziende di piccole dimensioni con un fatturato limitato.

La crisi dell’ automobile degli anni ’80 ’90 ha portato la Fiat a produrre automobili con l’ aiuto dello Stato che ha favorito l’ assorbimento di questi gloriosi marchi nella stessa Fiat che ne ha impedito lo sviluppo e la trasformazione, attraverso l’ automazione spinta, in grandi industrie automobilistiche.

Viceversa la Germania ha fatto l’ esatto contrario dell’ Italia. I marchi Come BMW, Mercedes, Audi, Porche ecc. sono diventati dei colossi industriali capaci di attrarre il popolo dei nuovi ricchi di Cina India e Brasile che hanno determinato la fortuna della Germania con l’ avvento del mercato globale.

Oggi, l’automotive è la maggiore industria tedesca, con un fatturato di circa 384 miliardi di euro, pari a un quinto dell’intero manifatturiero nazionale.

Gli occupati nell’automotive sono 775mila, sparsi in 43 impianti produttivi. Le quattro e due ruote rappresentano il 20% delle esportazioni mondiali tedesche. Ma la Germania è anche il maggior produttore e utilizzatore europeo di auto: secondo i dati Acea, il 30% delle auto costruite nel Vecchio Continente è made in Germany (5,6 milioni di vetture), così come quasi il 20% delle immatricolazioni (3,04 milioni). Il 77% delle vetture costruite in Germania è destinato ai mercati esteri.

Oggi l’ Italia paga gli errori del passato che ha visto morire i marchi gloriosi, ma anche settori come quello Farmaceutico per non parlare dell’ industria chimica che è morta con Gardini. Se l’ Italia fosse riuscita a fare quello che ha fatto nel settore della moda, anche nella produzione industriale, cresceremmo molto di più della Germania.

Peccato che qualche politico illuminato continua a dire che l’ Italia va male perché c’è l’ Euro e che quando c’ era la lira si stava bene.

La vera ragione per cui l’ Italia oggi non cresce

Il 1995, secondo il Prof. Sacco della Bocconi di Milano, è cominciato l’ inizio della fine per l’ export italiano, quando l’ Italia ha perso il treno di internet.

Gli studi condotti sui dati di settore ci dicono che l’ export italiano è cresciuto solo del 150% negli ultimi 20 anni, meno della metà di Germania e Usa e un decimo della Cina.

Il ritardo accumulato negli anni nel settore della nuova economia appare oggi in tutta la sua evidenza nella drammaticità delle prospettive occupazionali e nell’ assenza dei marchi italiani nel settore dell’ ICT ( Information and Communications Technology) e soprattutto nella produzione dei prodotti telematici di largo consumo.

Gli esperti dell’ICT mondiale hanno reso nota la classifica dell’innovazione : dal paese più tecnologicamente innovativo, al peggiore, in tutto il mondo e l’Italia è risultata alla 31esima posizione grazie al fatto che l’ esportazione di prodotti manifatturieri di qualità e dei macchinari di produzione ad alto valore tecnologico, hanno mitigato i danni di un ritardo che altrimenti sarebbe ben più evidente.

Un altro dato che desta preoccupazione è la presenza del 12% dei giovani occupati nel settore digitale a fronte di una media europea del 16%, mentre, già oggi, il 22% delle posizioni aperte in questo settore non trova candidati all’ altezza del ruolo richiesto.

Secondo la Commissione UE, in Italia c’è la più bassa percentuale di addetti nel settore ICT: il 32% a fronte del 77% di Spagna e del 73% del Belgio.

Salvare l’ Italia è possibile, ma serve un passo in più, così titolava in un editoriale del 28 ottobre 2020, Alessandro Longo direttore responsabile di “agenda digitale”, nel quale definiva il Piano Industry 4.0 varato dal Governo, come il migliore al mondo per le risorse allocate, 13 miliardi di euro e perché rivoluzionava i rapporti tra stato e aziende ossia: invece di obbligare le aziende a dire allo Stato in che cosa intendessero investire, per poi attendere l’ esito dei bandi, si permetteva loro di avere subito un sostegno diretto e automatico all’ innovazione, così come riferisce Marco Taish, docente del Politecnico di Milano che ha partecipato alla cabina di regia per la stesura del piano.

Il problema è che gli altri paesi sono partiti prima e hanno subito la crisi meno dell’ Italia, che dal 2020 al 2020 ha registrato (dati Istat) una perdita di produzione industriale del 22%.

Purtroppo scontiamo colpe antichissime, di Governi e imprenditori indifferenti o persino nemici del digitale. Le difficoltà in cui versa il nostro paese, non sono risolvibili con gli slogan, ma con un profondo rinnovamento politico e culturale che deve condurre alla condivisione di nuove regole sociali e la messa in discussione delle categorie che hanno regolato le relazioni economiche del secolo scorso.

Il programma di sviluppo della Commissione Europea.

L’ Europa non deve essere solo un Supercondominio.

L’Europa sta vivendo una fase di trasformazione. La crisi ha vanificato anni di progressi economici e sociali e messo in luce le carenze strutturali dell’economia europea. Nel frattempo il mondo si sta rapidamente trasformando e le sfide a lungo termine (globalizzazione, pressione sulle risorse, invecchiamento) si accentuano. L’UE deve prendere in mano il proprio futuro.

Per ottenere buoni risultati l’Europa deve agire in modo collettivo, in quanto Unione. Abbiamo bisogno di una strategia che ci consenta di uscire più forti dalla crisi e di trasformare l’UE in un’economia intelligente, sostenibile e inclusiva caratterizzata da alti livelli di occupazione, produttività e coesione sociale. Europa 2020 dà un quadro dell’economia di mercato sociale europea per il XXI secolo. Europa 2020 presenta tre priorità che si rafforzano a vicenda:

– crescita intelligente: sviluppare un’economia basata sulla conoscenza e sull’innovazione;

– crescita sostenibile: promuovere un’economia più efficiente sotto il profilo delle risorse, più verde e più competitiva;

– crescita inclusiva: promuovere un’economia con un alto tasso di occupazione che favorisca la coesione sociale e territoriale.

L’UE deve decidere qual è l’Europa che vuole nel 2020. A tal fine, la Commissione propone i seguenti obiettivi principali per l’UE:

– il 75% delle persone di età compresa tra 20 e 64 anni deve avere un lavoro;

– il 3% del PIL dell’UE deve essere investito in R&S;

– i traguardi “20/20/20” in materia di clima/energia devono essere raggiunti (compreso un incremento del 30% della riduzione delle emissioni se le condizioni lo permettono);

– il tasso di abbandono scolastico deve essere inferiore al 10% e almeno il 40% dei giovani deve essere laureato;

– 20 milioni di persone in meno devono essere a rischio di povertà. Questi obiettivi sono connessi tra di loro e fondamentali per il nostro successo globale.

Per garantire che ciascuno Stato membri adatti la strategia Europa 2020 alla sua situazione specifica, la Commissione propone che gli obiettivi dell’UE siano tradotti in obiettivi e percorsi nazionali.

Questi obiettivi sono rappresentativi delle tre priorità (crescita intelligente, sostenibile e inclusiva), ma la loro portata è più ampia: per favorirne la realizzazione occorrerà tutta una serie di azioni a livello nazionale, europeo e mondiale. La Commissione presenta sette iniziative faro per catalizzare i progressi relativi a ciascun tema prioritario:

– “L’Unione dell’innovazione” per migliorare le condizioni generali e l’accesso ai finanziamenti per la ricerca e l’innovazione, facendo in modo che le idee innovative si trasformino in nuovi prodotti e servizi tali da stimolare la crescita e l’occupazione.

– “Youth on the move” per migliorare l’efficienza dei sistemi di insegnamento e agevolare l’ingresso dei giovani nel mercato del lavoro.

– “Un’agenda europea del digitale” per accelerare la diffusione dell’internet ad alta velocità e sfruttare i vantaggi di un mercato unico del digitale per famiglie e imprese.

– “Un’Europa efficiente sotto il profilo delle risorse” per contribuire a scindere la crescita economica dall’uso delle risorse, favorire il passaggio a un’economia a basse emissioni di carbonio, incrementare l’uso delle fonti di energia rinnovabile, modernizzare il nostro settore dei trasporti e promuovere l’efficienza energetica.

–”Una politica industriale per l’era della globalizzazione” onde migliorare il clima imprenditoriale, specialmente per le PMI, e favorire lo sviluppo di una base industriale solida e sostenibile in grado di competere su scala mondiale.

– “Un’agenda per nuove competenze e nuovi posti di lavoro” onde modernizzare i mercati occupazionali e consentire alle persone di migliorare le proprie competenze in tutto l’arco della vita al fine di aumentare la partecipazione al mercato del lavoro e di conciliare meglio l’offerta e la domanda di manodopera, anche tramite la mobilità dei lavoratori.

– La “Piattaforma europea contro la povertà” per garantire coesione sociale e territoriale in modo tale che i benefici della crescita e i posti di lavoro siano equamente distribuiti e che le persone vittime di povertà e esclusione sociale possano vivere in condizioni dignitose e partecipare attivamente alla società.

Queste sette iniziative faro vedranno impegnati sia l’UE che gli Stati membri. Gli strumenti dell’UE, in particolare il mercato unico, gli strumenti finanziari e gli strumenti della politica esterna, saranno mobilitati integralmente per eliminare le strozzature e conseguire gli obiettivi di Europa 2020.

Come priorità immediata, la Commissione individua le misure da adottare per definire una strategia di uscita credibile, portare avanti la riforma del sistema finanziario, garantire il risanamento del bilancio ai fini di una crescita a lungo termine e intensificare il coordinamento con l’Unione economica e monetaria.

Per ottenere risultati occorrerà una governance economica più forte. Europa 2020 poggerà su due pilastri: l’approccio tematico sopra descritto, che combina priorità e obiettivi principali, e le relazioni sui singoli paesi, che aiuteranno gli Stati membri a elaborare le proprie strategie per ripristinare la sostenibilità della crescita e delle finanze pubbliche. A livello dell’UE saranno adottati orientamenti integrati che coprano le priorità e i traguardi dell’Unione, mentre agli Stati membri verranno rivolte raccomandazioni specifiche. Una risposta inadeguata potrebbe dar luogo ad avvertimenti strategici. Le relazioni nell’ambito di Europa 2020 e la valutazione del patto di stabilità e crescita saranno contemporanee, ferme restando la separazione degli strumenti e l’integrità del patto.

Il Consiglio europeo si assumerà la piena titolarità della nuova strategia, di cui costituirà l’elemento centrale.

La Commissione valuterà i progressi verso il conseguimento degli obiettivi, agevolerà gli scambi politici e presenterà le proposte necessarie per orientare gli interventi e far progredire le iniziative faro dell’UE. Il Parlamento europeo avrà un ruolo determinante per mobilitare i cittadini e fungerà da co-legislatore per le iniziative principali. Questo approccio di partenariato dovrebbe essere esteso ai comitati dell’UE, ai parlamenti nazionali e alle autorità nazionali, locali e regionali, alle parti sociali, alle parti interessate e alla società civile, affinché tutti partecipino al conseguimento dei traguardi fissati.

Abolire le imposte sul patrimonio delle imprese non legate al reddito prodotto.

In una situazione economica difficile come quella attuale, in cui le imprese sono sotto la pressione della competizione del mercato globale, caratterizzata dalla variabilità della domanda, sono impegnate alla riduzione dei costi fissi, è necessario che lo Stato applichi le imposte solo in relazione al reddito prodotto.

Se guadagno sono in grado di pagarti, se mi fai pagare le tasse anche se non guadagno mi costringi a chiudere. E’ quello che è successo a numerose imprese che, soprattutto con il Governo Monti che sono state colpite con l’ aumento delle imposte non legate al reddito e contemporaneamente sono state mortificate dalla sottrazione di 40 miliardi di euro dal mercato interno.

Applicare l’ IMU-TASI e sugli immobili ad uso produttivo è semplicemente demenziale, perché costringe le imprese che temporaneamente non producono reddito a chiudere, stesso discorso vale per l’ IRAP.

Dal monitoraggio eseguito dall’Ufficio studi della CGIA sui principali capoluoghi di provincia, emerge che la metà dei Comuni considerati applica sui capannoni l’aliquota massima, a dimostrazione del fatto che in questi ultimi anni i Sindaci hanno deciso, nella stragrande maggioranza dei casi, di contenere la pressione fiscale sulle abitazioni principali, a scapito, tuttavia, di quella sulle attività produttive.

Abolire l’ IMU sulle seconde case.

L’ applicazione dell’ IMU sulle seconde case ha prodotto, nel paese una situazione di disparità insostenibile, all’ interno delle amministrazioni comunali che hanno arrecato e arrecano danni notevoli alle stesse. Questi fenomeni diventano macroscopici e creano conflitti locali insanabili, soprattutto nelle località rivierasche. Il comune di Trinità d’ Agultu, in provincia di Sassari, con poco più di 2200 abitanti, non ha problemi di bilancio perché, grazie all’ insediamento di più di 3000 case vacanze a Costa Paradiso, più gli insediamenti di Isola Rossa e Vignola, riceve più di 7 milioni di euro dalle seconde case per non considerare gli oneri di urbanizzazione incassati.

Siccome le seconde case vengono gestite da consorzi interni che provvedono a fornire tutti i servizi, dall’ illuminazione all’ acqua e pulizia strade, l’ entrata del comune è praticamente senza spese. Per non parlare della raccolta rifiuti usufruita per un mese, ma pagata per tutto l’ anno. Qualcuno dirà è un caso limite? Nient’ affatto, è il caso di tutti i comuni rivieraschi che sprecano il denaro incassato gonfiando di dipendenti l’ amministrazione pubblica, mentre i paesi dell’ interno non hanno nemmeno i soldi per pagare l’ illuminazione pubblica.

L’ applicazione di un’ imposta patrimoniale è sempre un dato negativo perché si va a colpire un reddito che è già stato tassato e che investito ha garantito la produzione di ricchezza, mentre i redditi non investiti non vengono penalizzati con un’ ulteriore tassazione.

Ma al di là dell’ iniquità dell’ imposta l’ IMU sulle seconde case produce delle storture sul territorio perché incita al consumo di suolo e allo spreco di denaro pubblico.

Recuperare l’ evasione fiscale imitando il sistema fiscale USA?

E’ risaputo che se il cittadino può detrarre le tasse per le prestazioni odontoiatriche, sarà interessato a pretendere il documento fiscale che gli serve per la certificazione.

Ci sono paesi dove le tasse si evadono e paesi dove le tasse non si pagano – semplicemente perché non ci sono.

Sulla carta il livello del prelievo fiscale americano non sarebbe scandalosamente basso, seppure molto inferiore a quello europeo. E’ vero che lo scaglione più alto a livello federale è di “solo” il 35 per cento, ma a questo bisogna aggiungere il prelievo a livello statale (in media il 6 per cento) più un altro prelievo sulla busta paga per l’assistenza sociale di circa il 7 per cento, più naturalmente le altre tasse sulle proprietà e sulle vendite (sales tax) e la distinta tassazione sulle imprese.

Questo sulla carta, perché di fatto la pressione fiscale del governo federale come percentuale del PIL non arriva al 15 per cento, il livello più basso da 60 anni a questa parte.

Aggiungendo a questa percentuale tutte le altre tasse, statali e locali, si arriva a circa il 28 percento del PIL. Poca cosa rispetto alla maggior parte dei paesi europei, dove la media della pressione fiscale supera il 40 per cento del PIL.

Tuttavia, se si tenesse conto dell’evasione fiscale (che negli Stati Uniti è stimata a circa il 9 per cento, mentre in Italia è almeno quattro volte superiore), si scoprirebbe che il carico fiscale per abitante in America è di poco inferiore a quello in Italia!

La pressione fiscale negli Stati Uniti è di circa 13.500 dollari a persona, mentre in Italia è di 15.500 dollari a persona dal momento che con una popolazione cinque volte quella italiana gli USA hanno un PIL sette volte superiore, ma se gli italiani evadessero il fisco al livello degli americani il divario di pressione fiscale pro capite — ad aliquote invariate — si ridurrebbe a meno del 10 per cento.

Il che è un altro modo per dire che se in Italia si riducesse l’enorme evasione fiscale tutti potrebbero pagare meno tasse.

Il vero problema del sistema fiscale americano è che la stragrande maggioranza del prelievo si applica al reddito da lavoro e solo in minima parte agli altri redditi – capital gains, interessi, dividendi.

Qui le cose vanno molto meglio per i ricchi e i superricchi. I quali traggono dal loro lavoro sotto forma di stipendi o consulenze solo una piccola percentuale del reddito (il 9 per cento), mentre il grosso è costituito da rendite finanziarie e da capitale, tassate rispettivamente al 4 e 17 per cento.

Il risultato è che a pagare il grosso delle tasse sono i lavoratori dipendenti del ceto medio (i poveri e poverissimi sono per lo più esenti). Ma non va benissimo neppure per i benestanti che guadagnano parecchio con il loro lavoro (tra 250.000 e 500.000 dollari), dal momento che con il loro 20 per cento di dichiarazioni dei redditi costituiscono il 40 per cento di tutte le entrate fiscali.

Mancando all’appello (o presenti con una tassazione risibile) i redditi finanziari, la conseguenza è che non ci sono abbastanza soldi per le scuole, per i servizi sociali, per la sanità, che stati e governo federale sono costretti a tagliare licenziando il personale addetto.

Per cui quegli stessi titolari di redditi medi, pur pagando relativamente poco al fisco, sono costretti a comprarsi sul mercato quelle cose che lo stato non è in grado di fornire: assistenza sanitaria, tasse universitarie, scuole decenti (per cui iscrivono i figli a costose scuole private).

Quanto ai poveri e poverissimi, l’assistenza sociale li fa sopravvivere… in un campo di container o in un ricovero pubblico.

In Italia può succedere che l’impiegata della gioielleria guadagni più del gioielliere, che l’operaio della piccola impresa guadagni più del padrone, che l’insegnante di scuola guadagni molto più dell’avvocato, del medico e del notaio.

Il sistema fiscale americano viene spesso invocato come il sistema che se applicato in Italia é capace di risolvere il problema dell’ evasione, piaga endemica del nostro paese, perché mettendo in concorrenza l’ interesse il fruitore delle prestazioni economiche con il relativo fornitore, si riesce a ridurre drasticamente l’ evasione. Vediamo quindi quali sono le spese detraibili in USA.

a. Spese di trasloco

b. Alimenti pagati al coniuge divorziato

c. Prestiti senza interessi per gli studenti

d. Spese da lavoro autonomo per:

fondo pensione privato

e. Deduzione forfettaria per:

single o sposati con separazione dei beni: $ 5.950

contribuenti sposati con comunione dei beni o vedovi con figli: $ 11.900

f. Spese dentistiche e mediche superiori al 7,5% del proprio reddito

g. Imposte statali e locali (inclusa la “sales tax”, simile alla nostra IVA, ma con aliquote molto

inferiori, che variano di solito dal 2% al 4%).

h. Imposte immobiliari

i. Interessi pagati su mutui immobiliari e prestiti bancari

l. Donazioni fatte a enti di beneficenza

m. Qualsiasi perdita economica personale causata da incidente o da furto

n. Spese di lavoro non rimborsate

o. Costi per la preparazione della dichiarazione dei redditi

p. Spese per gli investimenti

q. Spese per la cassetta di sicurezza

r. $ 3.800 per ciascun familiare a carico, incluso il dichiarante.

Come si può ben vedere l’ elenco non è poi così esteso come si poteva immaginare e molte spese sono detraibili anche in Italia.

Potrebbe essere, invece più efficace consentire una rotazione delle categorie, attraverso il sorteggio, le cui prestazioni possono essere detratte dalle proprie imposte.

Denaro e ricchezza

Così abituati al condizionamento costante del denaro — ogni cosa dipende dal denaro, tutto il tempo deve essere dedicato a lui, l’intera esistenza deve essere sacrificata per lui — può apparire naturale considerarlo come un bene, anzi come il bene primario.

Può essere quindi istintivo oggi identificare il denaro con la ricchezza. La ricchezza è disponibilità di beni. Per bene si intende qualcosa che soddisfa una necessità — o che può procurare un piacere — e al tempo stesso appaga l’istinto umano alla proprietà.

Una casa è un bene, e rimane casa, con le stesse stanze, la stessa posizione, gli stessi muri, anche in tempo di crisi economica o di inflazione, anche dopo decenni. Un sacco di frumento può essere utilizzato per far pane, da esso possono derivare un tot di pagnotte, sempre lo stesso numero sia che le quotazioni della Borsa salgano, sia che scendano.

Una somma di denaro segue invece le regole convenzionali che di volta in volta si stabiliscono, e a farlo non sono certamente gli individui, né i popoli, né i governi, ma i banchieri e le forze della finanza internazionale.

Gioco di valute e inflazione creano situazioni sempre differenti, incerte e spesso imprevedibili. Chi avesse fatto l’errore di mettere da parte vent’anni fa cento milioni di lire, oggi si ritroverebbe una somma di valore più che dimezzato; chi allora avesse invece congelato l’equivalente in marchi oggi si ritroverebbe, convertendolo in lire, un valore notevolmente incrementato. In certi paesi dell’America Latina la cifra che a gennaio serve per comperare un’automobile, a dicembre è sufficiente appena per un biglietto del treno.

In effetti, per gli individui e per i popoli, nonostante le mille metamorfosi che ha avuto, il denaro è rimasto sempre un puro e semplice strumento economico legato ad un tempo assai limitato e soggetto alle particolari situazioni del momento; quindi non un bene in sé, ma solo un mezzo di valore momentaneo per acquistare o vendere beni reali. Convenzionalmente, denaro può essere la lira, l’ecu, l’euro, può cambiare valore, può essere sostituito da titoli, cambiali o altro.

Quando in Italia, negli anni Settanta, la circolazione di monetine risultò insufficiente per la necessità dei piccoli pagamenti — soprattutto per i pedaggi autostradali, l’acquisto di giornali o per le consumazioni al bar — fu messa in circolazione dalle banche una enorme quantità di “miniassegni” da 50, 100, 150 e 200 lire. Questi furono per anni utilizzati, assieme a gettoni telefonici e francobolli, come denaro e circolarono liberamente. Adesso invece vanno di moda i Bitcoin, che non sono altro che una moneta elettronica alternativa.

Mezzi di pagamento diversi dai soldi “ufficiali” sono stati inoltre spesso usati e abbiamo notizia che circolano oggi in Italia, in Svizzera e in altre nazioni sotto forma di ticket, monete locali, buoni acquisto o altro. È sufficiente che un certo numero di cittadini, aziende o associazioni siano disposti ad accettarli che cominciano a funzionare esattamente come il denaro.

Convenzionalmente si può, invece, stabilire di sostituire, nel mercato delle granaglie, sacchi di farina con sacchi di sabbia?

«Nel 1929 gli americani che avevano investito nella Borsa di New York si ritenevano ricchissimi, ma bastò che qualcuno non credesse più nel valore di quelle azioni trascinando a valanga tutti gli altri, perché quella ricchezza si rivelasse per ciò che era: carta straccia. L’unico utilizzo ragionevole che se ne poté fare fu di incorniciarla a ricordo di una pazzia collettiva. Il valore di una mucca invece, per quanto possa variare, non può essere ridotto a zero, ci ricaverò sempre del latte o, alla mala parata, ne farò bistecche» .

Nei giorni della svalutazione del rublo, per le strade di Mosca si è vista gente pagare i propri acquisti con uova e bottiglie di vodka.

Nel III secolo, sotto l’Impero di Settimio Severo, la grande inflazione costrinse a sostituire molti pagamenti — per esempio le paghe ai soldati — con beni in natura.

È peraltro interessante osservare come oggi l’uso insistente di surrogati dei soldi cui abbiamo sopra accennato — ticket e buoni acquisto — indichi in maniera evidente la necessità di riavvicinarsi a forme che si avvicinano più al baratto che ad una normale circolazione monetaria: un buono-pasto è un bene concreto non soggetto a inflazione o speculazioni, così come un maglione, litri di benzina o qualsiasi altra merce.

E’ auspicabile quindi che i soldi debbano tornare al loro originario ruolo di strumento di scambio, emesso a servizio del popolo, gestito nell’interesse nazionale e sottratto ai tentacoli della speculazione internazionale. L’economia deve essere strettamente sottoposta al controllo politico e di tutte quelle categorie che ogni popolo sceglie a propria guida e per propria tutela.

Non è impossibile e probabilmente non sarebbe difficile se si ponesse mano a far ordine tra valori, princìpi e priorità, avendo ben chiari in mente gli interessi e la qualità della vita dell’uomo.

Anche se oggi può sembrare incredibile, il denaro non è sempre esistito ; come abbiamo visto, non esisteva negli antichissimi regni, è quasi scomparso per mille anni, nel Medioevo , non esisterebbe ancor oggi in gran parte del cosiddetto Terzo Mondo se non fossero arrivati i “liberatori” a portar dollari, malcostume e corruzione, distruggendo secolari economie autosufficienti.

Eppure in quegli antichissimi regni e nel Medioevo gli uomini son vissuti lo stesso: han mangiato, si son vestiti, han fatto figli, hanno amato, gioito e patito, si son divertiti ed hanno lottato per la sopravvivenza, hanno dipinto e suonato, han pensato e scritto, hanno accumulato ricchezze, anche senza denari da guadagnare e spendere.

Le terre han continuato anche allora ad avere padrone, contadini per coltivarle e fattori per organizzare il lavoro; i pagamenti avvenivano in natura, dividendo i frutti dei campi. L’istituto della mezzadria, erede di medievali contratti di lavoro, è sopravvissuto sino alla prima metà di questo secolo e non son pochi a rimpiangerlo. Era un’economia sostanzialmente autarchica, cooperativistica e tranquilla; senza grossi scossoni, c’erano solo da temere le bizze del tempo, ma per superare le brutte conseguenze della siccità o della grandine subentrava sempre quel solidarismo di gruppo oggi così obliterato.

Dalla Rivoluzione industriale ad oggi, l’era del denaro virtuale, della globalizzazione, del potere mondialista è stata tutta una divaricazione tra ricchi e poveri con la quale i ricchi divengono sempre più ricchi e i poveri sempre più poveri e più numerosi. Non a caso l’elemento più appariscente dell’attuale sviluppo economico è la disoccupazione. Un elemento destinato nei prossimi anni ad assumere toni sempre più drammatici e devastanti.

Si osserva infatti che la ricchezza aumenta, ma per pochi e la povertà per molti. Che la qualità della vita peggiora. Crescono dovunque l’insicurezza, la violenza, la criminalità. La globalizzazione non ha prodotto uno sviluppo uniforme dell’economia. Ha fatto esplodere il capitalismo finanziario a spese di quello imprenditoriale. Non nascono milioni di nuove imprese produttive, non cresce una borghesia legata alla nazione, al territorio, alla città. I capitali corrono dove vi sono opportunità di profitti speculativi, spesso producendo paurose devastazioni umane e sociali. Il capitalismo, come sistema sociale, è formato di tre parti. Una puramente economica, speculativa, che non si preoccupa d’altro che del profitto. Questa non è capace di creare la solidarietà, le norme sociali, i valori che tengono unita la società. Da sola disgrega le nazioni, le comunità, la famiglia, produce anarchia e violenza. Poi ne esiste un’altra, rappresentata dagli imprenditori radicati nella propria comunità, con un’etica del lavoro, con un forse senso di responsabilità verso la propria impresa, i propri dipendenti. Che non mirano solo al guadagno ma anche al prestigio, al riconoscimento sociale. E infine vi è la terza parte formata dai movimenti che ricostituiscono la solidarietà sociale, i valori, gli ideali .

Mentre le società tradizionali cercavano al loro interno di realizzare un’organicità attraverso la quale integrare, sostenere e collegare tutti i suoi differenti elementi — ricchi, lavoratori, intellettuali, artisti, militari, amministratori, magistrati, religiosi, ecc. —, l’attuale scenario prevede un solo elemento: il grande magma dei consumatori. Il sistema non prevede ricchi, benestanti e detentori di un reddito sufficiente, ma grandi, medi e piccoli consumatori; i mestatori del denaro, i grandi finanzieri, non sono gli odierni ricchi, ma i detentori del nuovo potere.

Il ricco e il benestante possiedono delle proprietà, il consumatore è un tramite, semplicemente uno strumento necessario alla circolazione vorticosa di prodotti e soldi.

In passato il possessore di ricchezza si identificava con il proprietario terriero o di immobili, o di aziende produttive ben radicate nel tessuto sociale e nazionale. Oggi quella figura è offuscata nell’immaginario collettivo dal detentore di denaro: dal finanziere, dal manager di successo, dal giocoliere delle Borse, dalle multinazionali che acquistano e vendono — valuta, azioni, aziende — con estrema disinvoltura e velocità.

Si è formato, ormai, un fossato profondo tra l’odierno denaro e quella ricchezza che è sempre stata una componente presente nelle società. Oggi, per procurarsi soldi, molti soldi, occorre esser più furbi degli altri, maestri in ogni tipo di speculazione. Mai guardarsi indietro o pensare agli altri. Nel passato la ricchezza veniva acquisita principalmente per meriti d’altro tipo: militari, organizzativi, lavorativi, scientifici, politici. Essa si creava all’interno di una realtà sociale e con tale realtà conservava un rapporto diretto e continuativo.

Nei possedimenti dei “signorotti” lavorava un gran numero di contadini, all’interno dei palazzi trovavano impiego maggiordomi, giardinieri, camerieri, cuochi, guardarobiere, cocchieri, stallieri, sguatteri e quant’altri. L’esistenza di queste ricchezze faceva lavorare artigiani ed artisti. In questi borghi il benessere era di gran lunga maggiore che in quelli dove non c’erano signori da servire. E il legame che stringeva i lavoratori ai benestanti era reciproco. A cosa potevano infatti servire i campi senza braccia per coltivarli e i palazzi senza personale per la sua manutenzione?

I ricchi, certamente, potevano essere saggi o arroganti, magnanimi o pusillanimi, ma erano sempre lì, con la loro faccia, coi loro possedimenti, gente tra la gente di quella società. Di fronte alle angherie dei peggiori di loro ci si poteva anche ribellare, come spesso è avvenuto e, forconi in mano, andare all’assalto dei loro palazzi.

Qual è invece la faccia delle multinazionali, che oggi speculano, comprano, vendono, chiudono aziende con migliaia di dipendenti, lasciando dietro di sé, con la massima indifferenza, disoccupazione e gravi problemi sociali? Verso quale palazzo i disperati del Duemila potranno recarsi coi loro forconi e la loro legittima rabbia?

Analogo ragionamento si può fare a proposito dell’attuale circolazione monetaria.

Quando un cittadino spende il proprio denaro — per fare acquisti, o per pagare un servizio — presso un negozio, o un artigiano o un professionista del proprio paese, a livello locale non avviene nulla più di uno scambio e la ricchezza di quella micro-economia non subisce alterazioni.

Il denaro che è finito nelle tasche di quel bottegaio, o di quell’artigiano o di quel professionista, se analogamente sarà speso per fare acquisti nello stesso paese, direttamente o indirettamente, è destinato a ritornare anche a quel cittadino.

Si genera così un indotto micro-economico che consente ad ogni componente sociale di sviluppare il proprio lavoro, cioè di costruire beni vendibili ricavandone un guadagno in grado di trasformarsi in altri beni a lui necessari o utili.

Osserviamo invece cosa avviene oggi sempre più di frequente. Sorgono ovunque centri commerciali e megasupermercati di proprietà multinazionale presso i quali le merci sono vendute a prezzi più convenienti che nei negozi locali. Il cittadino si reca a fare i propri acquisti in questi centri, convinto di fare un grand’affare. Egli pensa di aver realizzato un utile pari alla differenza tra il prezzo pagato e quello proposto dal negozio del proprio paese. In effetti si sbaglia, egli ha compiuto un impoverimento dell’economia locale entro la quale vive e lavora, pari all’intera cifra spesa. Quei soldi non gli potranno mai rientrare in tasca. Gli utili di quei commerci finiscono in un’altra nazione ad accrescere il potere di qualche gruppo finanziario e di qualche banca.

Altro incolmabile fossato che separa la ricchezza dal moderno denaro è rappresentato dal tipo di individui che li impersonano, dalle loro aspirazioni, dal loro modo di gestire la propria vita.

Nella società pre-industriale chi avesse raggiunto con la propria attività lavorativa soddisfacenti risultati — spesso anche il mercante e l’uomo d’affari — generalmente investiva i propri averi in proprietà terriere o immobiliari, capaci di fruttargli una decorosa rendita, e cercava, come si diceva, di “ritirarsi in campagna”. Con ciò, in età ancora decente e in buona salute, si dedicava ad interessi culturali, scientifici e a coltivare quelle relazioni affettive e sociali che erano state sacrificate negli anni di lavoro.

L’uomo del moderno denaro è l’esatto opposto di questo tipo di benestante. Non si pone mai un limite all’accumulo e, soprattutto, non scende mai di sella. Si impasticca di sostanza chimiche pur di essere sempre vigile. In campagna ci manda moglie e figli, ma lui rimane perennemente in attività, anche perché sa bene che le rendite di un impero finanziario non sono tranquille e durature se non rinverdite continuamente da nuove e più ardite speculazioni. Non scende mai di sella: la veneranda età di certi manager della finanza ci fa ritenere che il sogno di questi individui sia quello di morire di vecchiaia mentre ancora fanno di conto o, oggi, digitano qualche compra-vendita di titoli sulla tastiera del loro computer.

La ricchezza, per essere tale e per essere riconosciuta utile e legittima da un popolo, deve avere i requisiti della stabilità e del radicamento; il denaro oggi invece si configura sempre più come elemento incontrollabile e volatile, incapace di riconoscere confini nazionali o continentali, di rispettare leggi, di appartenere a categorie o nazioni.

Fino ad un certo punto almeno le banconote furono ancorate ad un valore aureo: presso le banche di emissione dovevano essere depositati lingotti d’oro equivalenti alla carta-moneta messa in circolazione.

Ancora nel luglio 1944, con gli accordi di Bretton Woods, contemporaneamente all’istituzione del Fondo monetario internazionale, si ribadì la convertibilità del dollaro statunitense in oro, imponendo questa moneta come denaro internazionale e come strumento di riserva delle Banche centrali di tutti gli altri paesi.

Il 15 agosto 1971 il presidente americano Richard Nixon, nel corso di un discorso televisivo, annunciò che gli Stati Uniti sospendevano “sine die” la convertibilità del dollaro. Da allora tutte le banconote — giacché a livello internazionale direttamente o indirettamente le monete di tutti i paesi erano strettamente vincolate al dollaro —, come tutta la gran massa di quasi-denaro circolante, presero il loro volo incontrollato verso atmosfere rarefatte, lontane dalla realtà dei popoli e degli uomini.

Garantire il risparmio non speculativo

Attraverso una legislazione che imponga alle banche di offrire ai risparmiatori che non vogliono acquistare prodotti finanziari a rischio, di remunerare il loro risparmio con un tasso attivo non inferiore all’ inflazione al netto delle spese di gestione. Attualmente le banche propongono investimenti in fondi di loro proprietà che spesso non producono una remunerazione, ma che sottraggono al patrimonio investito elevati costi di gestione del fondo. Accade quindi il paradosso che io presto i soldi alle banche affinché loro possano realizzare degli utili con il mio denaro.

Separare le banche d’investimento da quelle di risparmio. A Bruxelles la proposta di divisione tra queste due attività bancarie è allo studio della Commissione europea, ma rimane li in attesa di tempi migliori. Eppure, una netta separazione tra trading e risparmio è indispensabile per prevenire futuri terremoti finanziari come quello che ha scosso l’Europa negli ultimi anni. A tale proposito l’ Europa ha prodotto un dossier dal titolo: “Mai più la crisi”, in cui si ritiene indispensabile una separazione legale tra attività di credito e di trading finanziario per evitare che si privatizzino i profitti e si socializzino le perdite così come è avvenuto anche in Italia in cui il Governo è intervenuto per coprire le perdite di numerose banche nazionali. Nel resto d’ Europa, dal 2008 al 2020, il soccorso europeo alle banche del continente è costato ben 4500 miliardi di euro di fondi pubblici, ovvero il 36,7 per cento del Pil europeo. Una cifra da capogiro che è stata finanziata sostanzialmente con le tasse dei contribuenti, i tagli alla spesa sociale e la sottrazione di capitali a imprese e aziende. L’ ipotesi della separazione è prevista per quelle banche in cui gli asset bancari impiegati nel trading superino il 15-25% di quelli totali della banca o eccedano i 100 miliardi di euro.

Ovviamente, su questa separazione le grandi banche non sono d’ accordo e intervengono, con tutto il loro peso politico, affinché questa legge non si faccia. Si parla infatti di differire al 2020 l’entrata in vigore della separazione delle attività bancarie.

La green economy

Quando si parla di Green Economy? Quando il rapporto tra l’ambiente e l’uomo è salvaguardato. Nella green economy l’ambiente non è più considerato come fonte di pericolo o come risorsa da sfruttare fino all’osso, bensì come una risorsa da gestire con attenzione. Il rapporto tra uomo e ambiente è paritario. L’ambiente è preservato per proteggere la biodiversità, per produrre in modo sostenibile senza penalizzare le generazioni future, a tutela del paesaggio e per ridurre al minimo le conseguenze dell’inquinamento sulla salute dell’uomo.

L’ Europa pone molta attenzione alla green economy e contribuisce alla sua promozione con numerosi strumenti di finanziamento. L’affare dei titoli obbligazionari emessi per finanziare progetti in campo ambientale in America, non ha tardato a coinvolgere anche gli Stati europei.

I green bond sovrani rappresentano un passo decisivo per un mercato fino a ieri ad appannaggio quasi esclusivo delle banche di sviluppo internazionali. E nonostante i pochi anni di vita alle spalle, il “fenomeno” è oggi in forte espansione a livello globale. Sono ben 118 i miliardi di dollari emessi in titoli obbligazionari etichettati come green bond.

Ma scavando sotto la superficie si scopre un settore molto più ampio che in realtà avrebbe un valore di ben 694 miliardi di dollari.

Più di due terzi delle obbligazioni verdi emesse sono destinate attualmente a progetti per trasporti a basse emissioni di carbonio, che rappresentano il 67 per cento del totale. L’energia pulita, il secondo beneficiario, può contare invece sul 19 per cento dei fondi raccolti.

Dalla valutazione comparata tra 80 Paesi, realizzata dal centro di ricerca Dual Citizen di Washington DC, emerge un quadro in cui l’Italia figura al 29° posto su 80, molto distanziata rispetto ai Paesi leader.

Investimenti in politiche ambientali e sanitarie, prevedendo più risorse nel campo della ricerca, per una sanità efficiente, di livello e senza sprechi e per le energie rinnovabili

Quando si parla di Green Economy? Quando il rapporto tra l’ambiente e l’uomo è salvaguardato. Nella green economy l’ambiente non è più considerato come fonte di pericolo o come risorsa da sfruttare fino all’osso, bensì come una risorsa da gestire con attenzione. Il rapporto tra uomo e ambiente è paritario. L’ambiente è preservato per proteggere la biodiversità, per produrre in modo sostenibile senza penalizzare le generazioni future, a tutela del paesaggio e per ridurre al minimo le conseguenze dell’inquinamento sulla salute dell’uomo.

L’ Europa pone molta attenzione alla green economy e contribuisce alla sua promozione con numerosi strumenti di finanziamento. L’affare dei titoli obbligazionari emessi per finanziare progetti in campo ambientale in America, non ha tardato a coinvolgere anche gli Stati europei.

I green bond sovrani rappresentano un passo decisivo per un mercato fino a ieri ad appannaggio quasi esclusivo delle banche di sviluppo internazionali. E nonostante i pochi anni di vita alle spalle, il “fenomeno” è oggi in forte espansione a livello globale. Sono ben 118 i miliardi di dollari emessi in titoli obbligazionari etichettati come green bond.

Ma scavando sotto la superficie si scopre un settore molto più ampio che in realtà avrebbe un valore di ben 694 miliardi di dollari.

Più di due terzi delle obbligazioni verdi emesse sono destinate attualmente a progetti per trasporti a basse emissioni di carbonio, che rappresentano il 67 per cento del totale. L’energia pulita, il secondo beneficiario, può contare invece sul 19 per cento dei fondi raccolti.

Dalla valutazione comparata tra 80 Paesi, realizzata dal centro di ricerca Dual Citizen di Washington DC, emerge un quadro in cui l’Italia figura al 29° posto su 80, molto distanziata rispetto ai Paesi leader.

Strategie innovative per rilanciare la salvaguardia delle risorse naturali come fattore di miglioramento della qualità della vita e di competitività delle imprese.

Stipulare un “Accordo di Programma” con le competenti Autorità di gestione, di concerto con i Comuni e con gli altri stakeholders, al fine di promuovere “linee guida” per l’attuazione di misure funzionali al perseguimento dei seguenti obbiettivi di sistema per i corsi d’acqua naturali ed artificiali:

– Assicurare uno spazio sufficiente per i corsi d’acqua

– Garantire un deflusso sufficiente nei corsi d’acqua

– Salvaguardare una qualità sufficiente dell’acqua

Tali misure sono strategiche per preservare il reticolo irriguo di un sistema agricolo e zootecnico eccellente per quantità e qualità di prodotti che rappresentano veri e propri “giacimenti enogastronomici”.

Avviare un “piano operativo” volto a preservare la qualità idrogeologica e agronomica del suolo, vitale per l’uomo e le sue attività, la produzione di biomassa (alimenti ecc.) e di materie prime, lo stoccaggio, la filtrazione e la trasformazione di elementi nutritivi, sostanze e acqua, la fornitura di un sostegno allo sviluppo della biodiversità, la costituzione di una riserva di carbonio nonché la conservazione del patrimonio geologico e archeologico.

Ø Tutela della salute e del benessere dei cittadini

Aprire focus tematici sui principali fattori di rischio ambientale per la popolazione, con la prospettiva di inserire il “Parco Lombardo della Valle del Ticino” nella rete delle Organizzazioni che concorrono alla tutela della salute pubblica.

Ø Gestione del verde pubblico urbano e periurbano

Favorire un nuovo modello di progettazione e gestione del “verde pubblico”, integrando i principi delle scienze naturali negli strumenti di pianificazione del paesaggio, per promuovere “Piani e Regolamenti comunali del Verde” in grado di assicurare benefici fisiologici, sociologici, economici ed estetici:

– Rimozioni degli inquinanti atmosferici

– Abbattimento dell’inquinamento acustico

– Riduzione della temperatura e altri effetti sul microclima

– Difesa del suolo

– Tutela della Biodiversità

Senza dimenticare le altre funzioni svolte dal verde pubblico progettato e gestito con determinati standard ecologici:

– Igienico – sanitaria: in particolare vicino agli ospedali dove la presenza del verde contribuisce alla creazione di un ambiente che può favorire la convalescenza dei degenti.

– Sociale e ricreativa: la presenza di parchi, giardini e piazze alberate rende la città più vivibile e a dimensione degli uomini e delle famiglie.

– Culturale e didattica: favorisce la conoscenza e il rispetto dell’ambiente presso i cittadini attraverso l’esperienza diretta della natura.

– Estetica – architettonica: il verde migliora il paesaggio urbano e rende più gradevole la permanenza in città.

– Economica: la presenza della componente naturale/paesaggistica favorisce lo sviluppo del turismo e le case con giardini dimostrano avere un valore economico superiore rispetto a quelle che ne sono prive.

Formulare “progetti ad hoc”, al fine di favorire lo sviluppo economico e sociale valorizzando costumi e tradizioni locali, nei seguenti ambiti:

– Biodiversità animale e vegetale

– Paesaggio culturale, naturale e agrario

– Ricerca e eco-innovazione

– Informazione, Formazione e orientamento ai “green jobs”

– Alternanza scuola/lavoro in ambito “green”

Promuovere un modello di sviluppo ispirato alla “Green Economy, in quanto la Valle del Ticino, per storia, caratteristiche territoriali ed economiche, presenta potenzialità e possibilità concrete per perseguire uno sviluppo sostenibile. Questa nuova visione dello sviluppo, diventata una vera e propria necessità storica dell’umanità, tutela l’ambiente in correlazione diretta con la crescita economica.

Avviare un “Protocollo operativo”, di concerto con i Comuni e con il sistema nazionale della Protezione Civile, finalizzato al monitoraggio del territorio, in modo che ciascun componente del sistema dialoghi e agisca mutuamente per ottimizzare la capacità di risposta a un evento calamitoso che si verifichi sul territorio.

Divulgare un modello di gestione del ciclo dei rifiuti in linea con le migliori prassi volte a diminuire la pressione sull’ambiente derivante dalla produzione e dalla gestione dei rifiuti. Detto modello deve rispondere ad alcune caratteristiche: rispettare gli obiettivi della legislazione europea in materia (riduzione degli impatti ambientali negativi generati dai rifiuti lungo il corso della loro esistenza, dalla produzione fino allo smaltimento, passando per il riciclaggio); essere facilmente esportabile; sensibilizzare la popolazione al problema/risorsa dei rifiuti. Tale approccio permette di considerare i rifiuti non solo come una fonte d’inquinamento da ridurre ma anche come una potenziale risorsa da sfruttare, con particolare riguardo alla componente verde ed organica.

Ø Digital society

Favorire un maggior livello di integrazione e condivisione dei dati ambientali, attraverso una “visione sistemica” della gestione dei dati che favorisca azioni di supporto alle strategie di conservazione e valorizzazione del patrimonio naturale basate:

– Sulla condivisione dei problemi, attraverso la smart community,

– Sulla comunicazione dei risultati conseguiti nella gestione dei problemi, attraverso gli open data,

– Sulla progettazione di nuovi servizi ICT, attraverso il cloud computing,

I diritti acquisiti non esistono e non esiste un articolo della Costituzione che li prevede.

Nel dibattito giuridico in corso sul tema del sistema pensionistico, dei suoi squilibri e, soprattutto, delle gravi ed evidenti diseguaglianze, riemerge sempre l’argomento dei c.d. “diritti acquisiti”.

Che per coloro che sostengono l’intangibilità dei trattamenti pensionistici riconosciuti nel passato da leggi che si sono succedute nel tempo, sta a significare la irretroattività delle leggi: nel senso che le nuove leggi non potrebbero incidere su diritti precedentemente riconosciuti.

Questa tesi è infondata perché detta irretroattività è prevista solo dall’art. 11 delle preleggi che, in quanto tale, può essere modificata da leggi successive perché la Costituzione (art. 25) sancisce la “irretroattività” solo per le norme penali.

Pertanto i c.d. “diritti acquisiti” non esistono; da anni la Corte Costituzionale ci ricorda che è consentito intervenire legislativamente su posizioni giuridiche soggettive (stipendi, salari, pensioni, indennità, ecc. ecc) già acquisite, modificandole e riducendole (v. sentenza 390/1995).

Ma se ciò è consentito, le norme e le sentenze costituzionali pongono però precisi limiti a questo potere del legislatore; limiti che si fondano sui principi di affidamento e di ragionevolezza.

Il “principio di affidamento” è indicato espressamente dalla Corte come “principio di civiltà giuridica”, nel senso che il cittadino ha il diritto (costituzionalmente garantito) di “fare affidamento” sui diritti che l’ordinamento giuridico gli riconosce e sui quali, conseguentemente, ha organizzato la propria vita e ha fatto scelte personali, famigliari, professionali, sociali, economiche e finanziarie.

Se, pertanto, lo Stato, dinanzi ad una grave crisi economica, si trovi nelle condizioni di dover “tagliare” diritti precedentemente accordati, deve tener presente tale principio e contemperare le due esigenze (diritti) dell’affidamento del cittadino nell’ordinamento giuridico e delle necessità della finanza pubblica.

La Corte, a tal fine, ha elaborato alcune condizioni che rendono legittime le norme con efficacia retroattiva.

1. Innanzitutto va rispettato l’art. 53 della Costituzione (1° comma) che pone il principio di “universalità dell’imposizione”, nel senso che l’eventuale sacrificio debba riguardare “tutti” i cittadini in ragione della loro capacità contributiva.

Infatti, il “prelievo” è un sostanziale “provvedimento impositivo” perché presenta tutti i requisiti richiesti dalla giurisprudenza della Corte per caratterizzare il prelievo come tributario (Corte Cost. 348/2000, n. 73/2005, n. 141/2006, 135/2020 e 142/2020).

Deve, quindi, rispondere ai principi di cui agli art. 3 e 53 della Costituzione (Corte Cost. 116/2020).

Pertanto, non sarebbe costituzionalmente legittimo porre sulle spalle di una sola categoria di contribuenti (ad esempio i pensionati) il peso di una tale operazione.

Ciò, ha precisato la Corte, “determina un giudizio di irragionevolezza e arbitrarietà del diverso trattamento riservato alla categoria colpita…”.

Al riguardo, sulla stessa linea le sentenze 223 e 241 del 2020;

2. Il “taglio” non può essere permanente, ma deve avere una durata breve e prefissata;

3. Il “taglio” deve essere “ragionevole”; non deve cioè “trasmodare” in una misura che colpisca in modo eccessivo il diritto del cittadino, a “tutela del principio generale di ragionevolezza che ridonda nel divieto di introdurre ingiustificate disparità di trattamento.

Per la coerenza e la certezza dell’Ordinamento giuridico” (Corte Cost. 282/2005, ord. 327/2001, 264/2005, 416/1999).

4. Il “taglio” non può riguardare un “fatto concluso” in quanto la “retroattività” può interessare solo rapporti non “esauriti” tali cioè da essere ancora pendenti, come ad esempio nel caso del diritto alla pensione già maturato o alle elezioni già avvenute, anche se gli effetti di detti atti continuano a prodursi nel tempo (Corte Cost. 139/1984 e 1/2020).

A questo riguardo già nel passato la Corte aveva anche rivolto un monito al Governo e al Parlamento affinché si attenessero a tali principi.

Inoltre sempre la Corte ha più volte indicato quale sia la strada da seguire per ottenere nuove entrate a copertura delle spese di perequazione pensionistica.

A tal fine ha evocato gli art. 3 e 53 della Costituzione con riferimento ai principi di eguaglianza e solidarietà, nonché di universalità e progressività dell’imposizione; utilizzando lo strumento tributario con aliquote fortemente progressive applicate a tutti i redditi (non solo alle pensioni) che superino una determinata soglia.

Il nostro paese ha il dovere di riequilibrare la disparità di trattamento pensionistico tra padri e figli.

Le pensioni erogate con il metodo retributivo fino al 1995, hanno determinato una disparità di trattamento pensionistico che contraddice il principio di equità tra le generazioni. La differenza di trattamento è ancora più ingiusta se si considera che il lavoratore di oggi deve coprire, con la fiscalità generale, la differenza tra quanto maturato con il metodo retributivo e quanto spettante con il metodo contributivo. Mediamente si tratta di integrare un importo che mediamente si aggira intorno al 15% della pensione. Questo che cosa determina?

Che un pensionato che riceve una pensione di 10.000 euro al mese ottiene un “regalo” dallo Stato di 3000 euro, importo che viene prelevato dall’ irpef di un lavoratore che percepisce 1000 euro al mese di stipendio.

Ad esempio un dirigente della prefettura, andato in pensione a 60 anni nel 2020 titolare di una pensione lorda mensile 2020 di 6.450 euro, percepisce una prestazione di 3.290 euro più alta di quella che avrebbe ottenuto con il ricalcolo contributivo; mentre un sottufficiale andato in pensione all’età di 54 anni nel 2020 con una pensione attuale di 3.030 euro lordi mensili avrebbe un calcolo contributivo pari a 1.520 euro.

Nel comparto della Difesa più del 90% dei trattamenti in essere risulta più elevato dal 40% al 60% rispetto al contributivo, questo perché il calcolo della pensione retributiva veniva fatto sull’ ultima retribuzione maggiorata del 18%.

Il nostro è uno Stato che toglie ai poveri per dare ai ricchi.

Senza rubare niente a nessuno, lo Stato dovrebbe dire a questi pensionati che le finanze dello Stato non consentono più questi omaggi. Un’ altra anomalia del sistema pensionistico italiano, rispetto alle altre nazioni, è la pensione di reversibilità che costa allo Stato qualcosa come 39,7 miliardi di euro l’ anno.

Il nostro Paese ha il dovere di riequilibrare le retribuzioni

Il piano di ristrutturazione di Air France fa infuriare i dipendenti e la rabbia sfocia in aggressione, con 2 manager in fuga. Decine di lavoratori hanno fatto irruzione nella sede del gruppo interrompendo la riunione del comitato d’impresa sul piano che prevede 2.900 esuberi, preannunciato venerdì scorso. Il presidente della compagnia aerea, Frédéric Gagey, è riuscito ad allontanarsi velocemente, mentre il direttore delle risorse umane, Xavier Broseta, è stato circondato dai dipendenti, che gli hanno strappato la camicia. Secondo il sindacato CGT citato dal Figaro, l’uomo – la cui foto a torso nudo impazza sul web – ha dovuto scalare “delle barriere per salvarsi”. La direzione della compagnia aerea ha condannato questi atti, sottolineando che presenterà denuncia per “violenza aggravata”. IL PIANO – I tagli riguarderanno 1.700 lavoratori del personale di terra, 900 assistenti di volo e 300 piloti. Gli atti di violenza sono da condannare ma quando lo stipendio di 2 persone equivale al costo di 2000 dipendenti che si vogliono licenziare, qualche problema morale ce lo dobbiamo porre.

Sono 50 tra i maggiori stipendi di top manager, ricavati dai bilanci 2020 pubblicati finora (mancano ancora all’appello colossi come Intesa Sanpaolo, Telecom Italia e Finmeccanica).

Il totale delle somme incassate da questi 50 superuomini l’anno scorso è di oltre 134 milioni, cifra vicina ai 170 milioni che i partiti aspettano di incassare con la rata annuale del prossimo luglio. Nel complesso i top manager delle società quotate in Borsa costano almeno il triplo, una cifra vicina ai 500 milioni.

Lo Stato dovrebbe regolamentare i rapporti tra le retribuzioni con una legge specifica e penalizzare fiscalmente chi retribuisce in modo esagerato i propri dirigenti.

Anche la classe politica deve fare la sua parte: il metodo Bergoglio

In cosa consiste il metodo Bergoglio?

Quando Borgoglio è salito al soglio pontificio ha criticato l’ eccessiva agiatezza di alcuni Cardinali, invitandoli ad una vita più sobria, rinunciando ai privilegi di cui godeva.

Ecco quindi la strada che la politica deve intraprendere per recuperare la fiducia dei cittadini. Le istituzioni devono diventare più sobrie e rinunciare a quei privilegi che fanno della classe politica una casta. Si è sempre parlato di auto blu abusate da politici e burocrati, le scorte concesse agli ex Presidenti della Repubblica di Camera e Senato.

Sembra incredibile, ma in Italia, secondo gli ultimi dati, girano con sirena e lampeggianti 584 personalità, scortate da più di 2 mila agenti.

Una spesa colossale (1 miliardo e 99 milioni di euro l’anno).

Si può chiedere agli italiani di fare dei sacrifici se non si interviene con decisione su queste questioni?

Per non parlare dei vitalizi concessi a parlamentari e consiglieri regionali senza aver mai versato contributi ed estesi ai familiari quando questi muoiono. Che dire poi della vergogna dei consiglieri della Regione Sicilia che hanno stipendi e privilegi dei senatori della repubblica.

Il metodo Bergoglio deve diventare un programma politico che ha l’ obiettivo di dimostrare a chi soffre, che la politica è impegnata a risolvere i suoi problemi, rinunciando in prima persona a delle spese assolutamente ingiustificabili, facendo della sobrietà la virtù principale della classe politica.

Per restituire fiducia ai cittadini occorre attuare l’ art. 49 della Costituzione.

Tutti i cittadini hanno diritto di associarsi liberamente in partiti per concorrere con metodo democratico a determinare la politica nazionale”. Nessun altro articolo, a mio avviso, è stato male interpretato e disatteso dall’entrata in vigore della Costituzione repubblicana. Alla sua redazione e approvazione ha contribuito in maniera determinante Lelio Basso, lo stesso che ha avuto il merito di redigere il secondo comma dell’art. 3 Cost., ”E’ compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto, la libertà e la uguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.” I partiti politici sono una formazione sociale, che hanno un ruolo centrale nel nostro sistema costituzionale in forza dell’art. 2 Cost.

La mancata attuazione di previsioni costituzionali riguarda anche i sindacati secondo l’art. 39 Cost., che opportunamente precisava che “E’ condizione per la registrazione che gli statuti dei sindacati sanciscano un ordinamento interno a base democratica.” Il metodo democratico era soddisfatto dalla mera pluralità dei partiti, concorrenti in libere elezioni democratiche, per di più garantite da una legge elettorale proporzionale , che consentiva a tutti di essere rappresentati.

E’ necessario approvare una legge che regolamenti lo status dei partiti e la democrazia interna.

Come rilanciare la scuola e di conseguenza il Paese?

Partiamo dall’ Università.

In Italia ci sono ben 95 Università, in Germania, lo diciamo per farci del male, ce ne sono solo 24. Le Università italiane sono in fondo alla classifica mondiale, per quali ragioni?

  • · Perché sono troppe e disperdono le risorse in modo improduttivo
  • · Perché la diffusione dei saperi ad alto contenuto tecnologico non sono disponibili
  • · Perché la selezione dei docenti non risponde a criteri meritocratici
  • · Perché l’ Università è ancora condizionata da pregiudizi ideologici
  • · Perché la formazione degli studenti in ingresso è inadeguata
  • · Perché nelle Università italiane prevale la cultura umanistica che assorbe gran parte dei fondi destinati alla ricerca.

Bisogna riformare radicalmente lo stato giuridico dell’ organico universitario, favorendo il rinnovamento del corpo docente formatosi alla scuola del ’68 e quindi incapace di fornire agli studenti i saperi necessari per competere nel mondo globale.

Bisogna recuperare il gap tecnologico, acquistando i cervelli disponibili sul mercato mondiale. (Questo accade già tra le aziende multinazionali che assoldano i talenti di aziende concorrenti per recuperare il loro ritardo cognitivo in un determinato settore. In Italia la campagna acquisti si fa solo nel calcio).

E’ necessario fare con le università quello che si sta facendo o si tenta di fare con gli ospedali.

E’ inutile tenere delle Università che servono solo a distribuire pezzi di carta o peggio come è accaduto all’ Università di Messina dove hanno arrestato a più riprese dei docenti che vendevano gli esami.

Infine non basta lamentarsi che in Italia ci sono troppi avvocati, occorre ridurre l’ offerta dei corsi universitari che non rappresentano un investimento positivo per il paese.

Si parla tanto della fuga di cervelli all’ estero, ma non si tiene conto che spesso i nostri laureati vanno all’ estero per completare una formazione che l’ Università italiana non riesce a dare, con la conseguenza che è poco attrattiva nei confronti degli studenti esteri che vengono a studiare in Italia che sono solo 74.000 mentre in Inghilterra sono ben 550.000.

I giovani italiani che vanno all’ estero sono circa 100.000 l’ anno (e non sono tutti cervelli), mentre circa la metà dei giovani inglesi lasciano la loro patria (196.000) e nessuno grida allo scandalo.

Perché gli studenti che arrivano all’ Università non sono preparati?

Perché si studiano tante materie, belle, formative, ma in un liceo scientifico si fanno più ore di italiano e latino che di matematica. Il risultato è che alla fine di questo percorso di studi, gli alunni conoscono, se lo conoscono, un po’ di tutto, in modo superficiale, per non dire malamente. Sanno qualcosa di chimica, di geografia astronomica, un po’ di fisica, un briciolo di civiltà latina, lingue straniere quasi zero. Alla fine si ritrovano senza cultura, senza ambizioni, senza idee chiare per il loro futuro universitario, consci di avere dimorato a scuola per cinque anni quasi inutilmente.

Che cosa fanno gli inglesi? Dopo i due anni di scuola superiore obbligatoria, dai 14 ai 16 anni, si consegue una certificazione. Finito lì. Chi vuole inserirsi nel mondo del lavoro può farlo. Si sceglie già un ambito ben preciso: chi ama la matematica segue i corsi di matematica, chi ama la letteratura quelli di letteratura. Poi ci sono materie nuove, moderne, come Cinema o Design. Oppure si continua magari nel settore professionale e tecnico, in base alle proprie attitudini.

L’ imposizione” delle stesse e tante materie per un quinquennio o un triennio non dà più i frutti sperati in nessun ordine di scuola.

In Italia, invece, ci ostiniamo con questa visione onnicomprensiva, che dura anni e anni e che porta, purtroppo, a risultati disastrosi o quasi nulli. Forse perché siamo renitenti alle novità.

Perché amiamo follemente una tradizione da cui non sappiamo staccarci o perché siamo vittime di un sapere astratto, poco concreto e per niente professionalizzante?

Le scuole secondarie di primo grado non sono da meno

Le lezioni iniziano alle 7 del mattino e finiscono alle 19.30, le regole sono infinite, ma la Cina con questi metodi sta diventando una delle più grandi potenze mondiale.

In Italia sono meno di 30 ore settimanali così distribuite: 11 ore di lettere, 3 di matematica, 3 di scienze e 3 di tecnologia e informatica, 2 di artistica, 2 di musica, 3 di lingue straniere, 2 di educazione fisica e 1 di religione.

Anche qui prevalgono le materie umanistiche su quelle scientifiche, il livello di preparazione dei docenti è quantomeno datato a quando si sono fatti gli studi universitari, con conoscenze datate e spesso inadeguate, basti pensare che i laureati in biologia insegnano matematica che potrebbero non aver mai studiato nella loro vita.

Lo studio delle lingue straniere e, in particolare dell’ inglese, viene affidato alle elementari alle maestre che hanno fatto un breve corso di lingue.

Il risultato è che dopo otto anni di studio delle lingue, la stragrande maggioranza degli allievi non sa mettere insieme una frase di senso compiuto. Gli esami finali fatti dagli stessi docenti, sono una farsa come pure le valutazioni.

Occorre riformare profondamente la scuola a cominciare dall’ insegnamento della lingua inglese fin dalle scuole materne, che deve essere affidata ai docenti delle scuole di lingue che dovranno certificare i risultati ottenuti.

Bisogna abolire il posto fisso. Un insegnante che fa danno ai giovani deve essere licenziato.

Bisogna ripristinare l’ obbligo di residenza nel luogo di lavoro per evitare che i docenti nominati provenienti dal sud, si mettano in aspettativa mentre si pagano i relativi supplenti che li sostituiscono.

Occorre ripristinare la figura dell’ ispettore che valuta l’ operato delle scuole sul posto. Le commissioni d’ esame devono essere esterne.

Per le scuole primarie occorre sostituire la bocciatura con un percorso di recupero, da predisporre nelle ore pomeridiane, nelle materie in cui l’ allievo è insufficiente.

Le facoltà di Medicina fanno eccezione

In Italia, con un piano di studi di tipo cinese, le facoltà di Medicina con 6 anni di università + 5 anni di specializzazione, garantiscono la formazione di medici di qualità, molto apprezzati in tutto il mondo, lo stesso vale per la ricerca medica.

Una giustizia da riformare

Anche il sistema giudiziario italiano è un malato cronico: otto milioni 817mila 939 procedimenti civili e penali pendenti. Si continua a parlare di responsabilità civile dei magistrati, di separazione delle carriere, di togati fuori ruolo ma le cose non cambiano mai: per le cause civili l’Ocse ha dichiarato che in Italia la durata media dei tre gradi di un giudizio è di 2866 giorni (circa otto anni) contro i 788 giorni del resto d’Europa.

Questo significa che l’arretrato civile ci costa 96 miliardi di euro di mancato guadagno, 4,8 punti di pil.

Secondo la banca mondiale stiamo addirittura peggio di Vietnam, Gambia e Mongolia e veniamo relegati al centocinquantottesimo posto. Eppure questi professionisti della giustizia pesano in maniera pesante sul nostro portafogli: 73 euro ad italiano, contro una media europea di 57.

Gli esperti fanno sapere che basterebbe ridurre i tempi del processo del 10 per cento per ottenere un punto di Pil.

Pochi immaginano però che i togati godono di indiscussi privilegi, come quello di 45 giorni di ferie l’anno a cui si aggiungono sei di congedo.

Che dire poi della sostanziale irresponsabilità per le proprie azioni? Mentre per la maggior parte dei lavoratori rischia di perdere il posto con una facilità preoccupante, i togati restano ben ancorati alle loro poltrone e farli capitolare, anche in caso di errore, è difficile.

L’azione disciplinare, infatti, viene esercitata dal Consiglio Superiore della Magistratura solo previo controllo della procura generale della Corte di Cassazione. Su 5921 notizie di illecito esaminate da quest’ultima fra il 2009 e il 2020, 5500 sono state archiviate, quasi il 92 per cento.

Per il restante 7 per cento si vedrà. Anche le retribuzioni dei magistrati sono le più alte d’ Europa.

Sì ad una seria riforma della giustizia per uno Stato che difenda dignità e rispetto dei suoi cittadini e per un Paese più competitivo

Che cosa non va nella Giustizia Italiana

L’Italia è l’unico paese europeo ove nessun organo esterno influisce sulle decisioni che riguardano lo status dei giudici e pubblici ministeri e che tutte quelle decisioni sono assunte in piena indipendenza dal CSM.

A differenza di altri paesi i nostri magistrati, per iniziativa del CSM, non sono soggetti a reali, selettive valutazioni di professionalità e raggiungono tutti, da oltre 40 anni, il massimo livello della carriera, dello stipendio della liquidazione e della pensione.

Di conseguenza, per volere del CSM, i nostri magistrati hanno un trattamento economico complessivo molto più elevato di quello dei loro colleghi dell’Europa continentale. Negli altri paesi, infatti, solo un percentuale molto bassa di magistrati raggiunge i livelli più elevati della carriera, dello stipendio e della pensione.

A differenza degli altri paesi l’inamovibilità copre l’intero arco della vita lavorativa dei nostri magistrati (non solo dei giudici ma anche dei pubblici ministeri). Che anche questa è una conseguenza delle promozioni effettuate dal CSM sulla base dell’anzianità. Una volta raggiunta una sede gradita i magistrati vi possono rimanere indefinitamente a prescindere dalle esigenze di personale togato che insorgono negli uffici giudiziari meno graditi.

Le attività di supervisione dell’attività dei magistrati da parte dei dirigenti degli uffici sono di gran lunga meno pregnanti di quanto non siano negli altri paesi dell’Europa continentale, soprattutto a causa del ruolo di vertice organizzativo della magistratura che il CSM si è assunto. Un ruolo che, tra l’altro, pone nelle mani dei singoli magistrati di ogni ufficio giudiziario efficaci strumenti per controllare le scelte dei dirigenti ed eventualmente ottenere che esse vengano corrette da interventi del CSM.

A differenza di altri paesi i nostri magistrati possono svolgere per moltissimi anni funzioni non giudiziarie (anche in rappresentanza di partiti politici) e mantenere al contempo tutti i vantaggi di carriera ed economici dei magistrati che seguitano a svolgere attività giudiziaria.

Bastano queste sommarie indicazioni per evidenziare come da noi l’indipendenza sia stata declinata in termini molto più corporativi che in altri paesi e che al raggiungimento di questo risultato il CSM abbia giocato un ruolo di primo piano.

Altra anomalia è l’indipendenza del pubblico ministero che può, anche di sua iniziativa, indagare su ciascuno di noi senza portarne responsabilità alcuna perché tutte le decisioni di fatto discrezionali che compie nelle indagini e nell’esercizio dell’azione penale vengono formalmente trasformate ipso jure in “atti dovuti” che gli sarebbero imposti dall’inapplicabile principio dell’obbligatorietà dell’azione penale.

Numerosi sono gli interventi di cui ha bisogno la giustizia italiana, ma quelli inderogabili sono:

  • La separazione delle carriere
  • La riforma del CSM
  • La riforma del processo penale e civile
  • Il divieto per il pubblico ministero di ricorrere in appello in caso di assoluzione dell’ imputato nel giudizio di primo grado.

La definitiva affermazione del processo civile telematico è in grado di determinare, negli auspici di molti operatori, una rivoluzione copernicana, sia sotto il profilo del risparmio di tempi e costi del giudizio, sia nella prospettiva della migliore circolazione delle informazioni e della prevedibilità delle decisioni.

La Sanità Italiana al primo posto in Europa

Siamo abituati a parlare sempre male del nostro Paese, a vederne i difetti, anche quelli più piccoli, nella speranza che essi vengano corretti e risolti definitivamente. Certo, i difetti dell’Italia sono tanti e grossi, ma a volte fa anche bene prendere un po’ di ossigeno e focalizzarsi sui punti a favore. Soprattutto quando non ne parla nessuno o sono davvero in pochissimi a farlo. Il sistema sanitario italiano, infatti, migliora rispetto all’anno scorso nel mondo, salendo di un gradino in più sul podio e piazzandosi in seconda posizione dietro Singapore.

In Europa, invece, siamo ancora primi, proprio come l’anno scorso. A riportare la consueta classifica annuale ci ha pensato Bloomberg, che nel monitorare Paesi con più di 1 milione di persone, ha valutato determinati parametri, come il tasso di mortalità, il numero dei fumatori, la percentuale delle vaccinazioni, l’aspettativa di vita, l’efficienza sanitaria in generale e la soddisfazione della popolazione nei confronti di questa e la percentuale della popolazione che gode dell’assistenza sanitaria.

I dati di Bloomberg utili a segnare queste classifiche sono stati presi attraverso l’incrocio di quelli elaborati dalle Nazioni Unite, dalla Banca Mondiale e dall’Organizzazione Mondiale della Sanità: al primo posto nel mondo troviamo Singapore, che ha registrato l’89,45%, mentre l’Italia è poco dietro con un punteggio di 89,07%. Sul gradino più basso del podio troviamo invece l’Australia, con l’88,33%. A seguire, la top ten mondiale vede rispettivamente Svizzera, Giappone, Israele, Spagna, Olanda, Svezia e Germania.

Perché l’Italia ha un sistema sanitario così efficiente

Rispetto all’anno scorso, l’Italia è salita di una posizione piazzandosi così al secondo posto nella classifica mondiale. Uno dei parametri più significativi che ha determinato questo sorpasso è determinato dalla soddisfazione generale della popolazione nei confronti del sistema sanitario nazionale, i cui unici elementi di disturbo sono rappresentati dalle lunghe code e dai lunghi tempi di attesa per alcune tipologie di esami speciali o per avere una visita da determinati specialisti. Un altro fattore che influisce positivamente sulla nostra qualità sanitaria è senza alcun dubbio rappresentato dall’alimentazione. La dieta mediterranea può ancora permettersi di prendere i meriti di quanto appena detto, anche grazie a una forte componente nutrizionale a base di pesce, verdure, frutta e olio d’oliva integrati nella nostra dieta. Anche la carne nel nostro Paese non è consumata così tanto come in altri Paesi del mondo, come ad esempio negli Stati Uniti. In Italia, infatti, si preferisce mangiare più carne magra che carne grassa, con quest’ultima che viene consumata spesso in occasione di eventi speciali e particolari o comunque una volta ogni tanto. La nostra aspettativa di vita, inoltre, è la seconda più lunga del mondo, arrivando a ben 83 anni di media, ma il nostro Paese condivide tale traguardo con Spagna, Australia, Singapore e Svizzera. Tra i parametri più rilevanti spicca anche la straordinaria importanza dell’esercizio fisico quotidiano praticato dagli italiani, o della semplice passeggiata dopo i pasti, che aiuta la digestione e, in generale, a vivere meglio.

I margini di miglioramento della sanità in Italia derivano dal fatto che si dovrebbe esportare il modello Lombardia nel resto d’ Italia. Abolire le differenze di costo dei prodotti farmaceutici e parafarmaceutici, con la centrale unica d’ acquisto, contratto unico per il personale pubblico e privato.

Divieto di utilizzare i medici a partita iva se utilizzano le strutture degli ospedali.

La libera professione intramuraria chiamata anche “intramoenia” deve essere vietata per ridurre il divario fra i tempi di attesa delle prestazioni private da quelle pubbliche.

Le prestazioni erogate al di fuori del normale orario di lavoro dai medici, i quali utilizzano le strutture ambulatoriali e diagnostiche dell’ospedale stesso devono essere prestate dal sistema sanitario e il paziente deve corrispondere solo il ticket. Le prestazioni erogate devono sempre garantire al cittadino la possibilità di scegliere il medico a cui rivolgersi per una prestazione e le doppie liste d’ attesa devono essere quindi abolite.

Il sistema sanitario deve occuparsi anche delle spese relative alle prestazioni odontoiatriche che comportano dei costi ai cittadini che spesso producono un dissesto nelle finanze delle famiglie.

Le forze dell’ ordine: Polizia e Carabinieri e Riforma della Pubblica Amministrazione

Nel porto della Maddalena, a Cala Gavetta, lo spreco delle risorse pubbliche viene evidenziato dalla presenza di imbarcazioni dei Carabinieri, a fianco della Polizia, poi della Guardia di Finanza, poi delle guardie Forestali e infine le imbarcazioni della Guardia Costiera, mancava solo la Polizia penitenziaria.

Sull’ altro versante della Maddalena, un intero quartiere con moli annessi di uso esclusivo della Marina Militare; insomma, alla Maddalena ci sono più militari che turisti. Risulta evidente che così non si può andare avanti.

In Europa, l’ Italia ha il maggior numero di agenti: 278.461, la Germania 243.201, e la Francia che ha più o meno la popolazione dell’ Italia 184.576, ben 93.885 in meno dell’ Italia.

Il servizio che viene prestato, non corrisponde alla spesa sostenuta perché ci sono delle ripetizioni di spesa nei vari corpi delle forze dell’ ordine.

Occorre, quindi procedere all’ accorpamento delle forze dell’ ordine e ricondurle ad un unico comando e la loro regionalizzazione.

Lo spreco di risorse è enorme, se si considera la moltiplicazione dei mezzi e dei comandi.

E’ una catena piramidale che parte dai Generali di Corpo d’ Armata e finisce ai sottufficiali, con identici ruoli operativi e elevati costi di gestione.

Con l’adozione dell’Agenda 2030 da parte dell’ONU, il cui avanzamento viene monitorato dall’High Level Political Forum (HLPF), non solo è stato espresso un chiaro giudizio sull’insostenibilità dell’attuale modello di sviluppo, ma si è superata l’idea che la sostenibilità sia unicamente una questione ambientale, a favore di una visione integrata delle diverse dimensioni dello sviluppo.

Un cambiamento epocale, quindi, in cui governi, imprese e società civile di tutti i paesi sono chiamati a contribuire. La prova può essere vinta solo disegnando processi decisionali e attuativi aperti e partecipati. Va da sé che al centro del cambiamento si colloca la pubblica amministrazione: “La PA è uno snodo fondamentale di ogni società, non solo perché definisce le regole e il funzionamento delle istituzioni che presiedono agli elementi chiave dell’Agenda 2030 . E’ a livello locale, infatti, che l’insostenibilità esplode, per buona pace delle strategie e dei piani di innovazione definiti dalle cabine di regia. Pensiamo alla città di Taranto e al caso Ilva: ambiente, salute e lavoro diritti fondamentali entrati in tale conflitto da danneggiare profondamente la vita di una comunità. Oggi sono proprio quella comunità e amministrazione locale che devono lavorare ad un nuovo modello di sviluppo sostenibile.

Quali sono allora le azioni prioritarie su cui il Governo dovrebbe impegnarsi?

L’Agenda 2030 declina un modello di sviluppo da perseguire con una strategia integrata e non settoriale, che valorizzi le interconnessioni tra gli ambiti di intervento e superi la dimensione a breve termine per privilegiare collaborazioni strutturate tra vari soggetti chiamati a titolo diverso alla sua definizione. E’ qui che si inserisce l’intervento di una regia centrale. Purtroppo l’Italia non si è ancora dotata di tale documento di indirizzo, la legge 221/2020 attribuisce la definizione della Strategia al Ministero dell’Ambiente, ma ad oggi queste linee di indirizzo – che andrebbero definite di concerto con gli altri Ministeri vista la non esclusività del fattore ambientale su tale missione – non hanno ancora visto la luce.

All’Istat poi il compito di formulare una base dati ufficiale con gli indicatori esistenti per l’Italia tra gli oltre 230 selezionati dalle Nazioni Unite, per predisporre un adeguato strumento di monitoraggio per il conseguimento degli obiettivi. Vanno assicurate tempestività e dettaglio, perciò i dati devono essere riferiti non solo alle medie nazionali, ma anche alle disaggregazioni territoriali (in particolare per le città), per gruppi socio-economici rilevanti e per genere.

Se da una parte il sistema Italia zoppica, dall’altra invece c’è chi sta lavorando in piena ottica Agenda 2030. E’ il Miur che a gennaio pubblica un Avviso quadro che anticipa il piano di 10 azioni (ed altrettanti avvisi su temi specifici) che da qui a due mesi stanzierà 830 milioni di euro del PON Scuola per un sistema scolastico più aperto, inclusivo e innovativo

Primi deboli segnali, in attesa che arrivi una presa di posizione forte da parte del Governo, che dia la direzione chiara alla politica italiana. Come hanno fatto ad esempio già la Francia e la Svizzera, che hanno inserito nella propria Costituzione tra i principi fondamentali lo sviluppo sostenibile.

Ripensare il ruolo delle Regioni e delle Province

L’ appartenenza ad una Regione rappresenta, per gli Italiani, l’ elemento identitario in cui, per ragioni storiche e culturali, ciascuno ama riconoscersi. Dopo 150 anni dall’ unità d’ Italia, nonostante i numerosi piani di intervento, adottati da quasi tutti i Governi, tesi a favorire lo sviluppo delle aree depresse e svantaggiate, permangono ancora nel Paese gravi e profonde disparità sul piano economico, sociale e culturale, tra Nord e Sud, e tra Regione e Regione. al dopoguerra ad oggi, i Governi hanno emanato ben 288, tra leggi, DPR e D.lvi, contenenti le norme di attuazione degli Statuti delle Regioni a Statuto speciale, creando una giungla di norme discriminanti e ingiuste nei confronti degli altri cittadini italiani. La modifica del Titolo V della Costituzione e, in particolare, l’ art. 117 ha trasferito alle Regioni a Statuto ordinario, la competenza legislativa su numerose materie, rendendole simili alle Regioni a Statuto Speciale solo però, dal punto di vista delle competenze, mentre, sul piano dei trasferimenti, le situazioni di disparità sono evidenti e non più sostenibili. (Alla Lombardia viene restituito circa il 30% delle imposte pagate dai cittadini della Regione, mentre alla Sicilia va il 100% al Trentino-Alto Adige e alla Valle d’ Aosta il 90%, alla Sardegna il 70% e al Friuli Venezia Giulia il 60%, creando delle situazioni aberranti per cui il Trentino, con 800.000 abitanti, riceve lo stesso budget del Veneto che ne ha 4.500.000). Le Regioni a Statuto speciale previste dall’ art. 116 della Costituzione, dal dopoguerra ad oggi, grazie all’ ampia autonomia loro concessa, hanno consolidato il precario sentimento di unità nazionale, dimostrando così che la maggiore autonomia regionale rafforza e non indebolisce il sentimento unitario. L’ esperienza federalista di altri Paesi Europei quali: Germania, Svizzera, Belgio, Austria, Spagna e Regno Unito, viene sempre più indicata come modello di buona amministrazione e forma organizzativa dello Stato più adatta ad affrontare le sfide del mondo globalizzato. Gli Statuti delle Regioni a Statuto speciale, in alcuni casi sono frutto di accordi Internazionali e quindi non si possono modificare, occorre però uniformare le competenze di tutte le regioni italiane attraverso una riforma costituzionale che preveda la formazione di uno Stato federale con regioni a statuto speciale, sull’ esempio della Germania, garantendo a tutte le regioni le risorse per offrire ai cittadini italiani servizi equivalenti. Il sogno di Cavour di costruire un’ Italia federale, con un ampio decentramento regionale, svanì con la sua morte prematura e i suoi successori, non essendo all’ altezza del grande statista, procedettero a tappe forzate a “piemontesizzare” l’ Italia. Il sogno di Cavour si realizzò nel 1970 con l’ istituzione delle Regioni e oggi, a distanza di 150 sono maturi i tempi per realizzare quel federalismo che, almeno a parole, è condiviso anche da gran parte dei soggetti politici. Il vero problema è che nessuno può essere obbligato a sentirsi Italiano, ma è anche vero, che si è Italiani anche quando non lo si vuole essere o quando non si è coscienti di esserlo. Chi ha letto “La Nausea” di Jean Paul Sartre o “Il Fu Mattia Pascal” di Pirandello comprende ciò che intendo dire.

Determinazione del fabbisogno standard per tutte le Regioni

Sono cinque le Regioni per le quali il divario di efficienza e di qualità risulta particolarmente acuto: Campania, Sicilia, Puglia, Calabria e Lazio. Solo nel comparto sanità, per raggiungere i livelli lombardi, dopo aver colmato il gap di qualità, la Campania dovrebbe liberare risorse per oltre 3,4 miliardi di euro l’ anno, la Sicilia oltre 2,1 miliardi, la Puglia quasi 1,8 miliardi, la Calabria 560 milioni e il Lazio quasi 1,5 miliardi, che sommato al risparmio delle altre Regioni si ottiene una riduzione di costi per un importo di oltre 12 miliardi di euro equivalente a circa lo 0,8% del Pil.

Quanti sono i dipendenti della Regione Sicilia? C’ è chi dice 24.000 chi 28.000 e chi si limita ai solo dipendenti a tempo indeterminato che si aggirano intorno ai 20.000: in Lombardia sono appena 3.000 e i dirigenti sono 223 contro i 2200 della Regione Sicilia; senza contare che le retribuzioni dei dipendenti siciliani è doppia rispetto a quelli della Lombardia. In Lombardia per ogni 100.000 abitanti ci sono 34 dipendenti, il Piemonte ne ha 70, la Toscana 74, l’ Umbria 159 e il Molise 291.

La Regione Lombardia ha quasi azzerato gli incarichi di consulenza, ha diminuito del 30% le auto di servizio (Il Consiglio Regionale ha 5 auto) e ridotto, solo nel 2020, di 588.000 euro le spese di funzionamento dei gruppi consiliari. La tanto criticata nuova sede regionale, consente un risparmio di 6 milioni di euro l’ anno, perché il mutuo del palazzo Lombardia costa 21 milioni di euro a fronte di 27 milioni di euro di affitti risparmiati per le sedi decentrate. Le società partecipate della Regione Lombardia sono 69 contro le 193 dell’ Emilia Romagna e 623 del Comune di Torino.

La questione meridionale.

Se ne parla da 150 anni e cioè dal’ unità d’ Italia. Sembra che a tenere unita l’ Italia sia solo l’ enorme debito pubblico, che i fratelli d’ Italia hanno accumulato negli anni e che nessuno è in grado di pagare. Lo stesso motivo, quello economico, spinse, nel 1860, il regno di Sardegna ad occupare il sud dell’ Italia, dopo la tragica sconfitta a Novara delle truppe di Carlo Alberto contro gli Austriaci che costrinse Carlo Alberto ad abdicare a favore di Vittorio Emanuele II. Gustavo Benso, fratello di Camillo conte di Cavour, dopo aver analizzato il bilancio dello stato, scriveva: “Il Piemonte è perduto, le sue finanze non si ristoreranno più” . Il debito complessivo del regno di Sardegna superava, nel 1859, il miliardo di lire dell’ epoca. L’ annessione del regno delle due Sicilie portò, nelle casse dello stato piemontese solo di moneta circolante convertibile, il corrispettivo di circa 1.500 miliardi di euro. La guerra di sottomissione delle popolazioni meridionali, durò dodici anni e in questi anni, l’ esercito piemontese si distinse per la crudeltà delle violenze inflitte alle donne che venivano violentate anche in chiesa e poi uccise mentre i bambini venivano sventrati con le baionette sotto gli occhi dei loro genitori. Interi paesi rasi al suolo e incendiati. Il bilancio complessivo di questa guerra fu la morte di circa un milione di persone e la fuga all’estero di 4 milioni di meridionali. Una guerra che ha distrutto il meridione d’ Italia, le sue speranze e le sue prospettive di sviluppo.

Il Risorgimento non è stato una copia della Rivoluzione francese né il frutto di una rivoluzione proletaria; il meridionalista Pasquale Villari sottolinea il carattere ristretto e aristocratico del Risorgimento e la separazione tra “paese legale” e “paese reale”, che rende fragile lo Stato italiano e spiega sconfitte militari come quella del 1866. Nel 1892, Alfredo Oriani (intellettuale e giornalista di tendenze repubblicane), pubblicò il libro: “La lotta politica in Italia”, che demitizza il Risorgimento, definendolo come il frutto del compromesso tra la monarchia sabauda e il movimento democratico, entrambi troppo deboli per agire da soli; questa doppia impotenza aveva dato vita ad uno stato debole. Nel 1927 Gioacchino Volpe scrisse “L’Italia in cammino”, in cui il Risorgimento è interpretato in chiave nazionalista, come un “fatto di potenza” più che di libertà, anche se una vera consapevolezza del proprio ruolo verrà raggiunta dal popolo italiano soltanto sotto il fascismo. Benedetto Croce si sforzò di presentare il Rinascimento come il risultato di una rivoluzione liberale cercando di mantenere una discontinuità tra risorgimento e fascismo ma senza riuscirci. Piero Gobetti scrisse “La rivoluzione liberale”, “Saggio sulla lotta politica in Italia”, “Risorgimento senza eroi”, “Studi sul pensiero piemontese nel Risorgimento”. Nel quadro del Risorgimento, come rivoluzione fallita, Gobetti salva solo due figure, rimaste immuni dalla retorica e dal compromesso: Cattaneo, realista, positivo, antiromantico e alieno dal demagogismo unitario e Cavour, un vero uomo di stato, che sa mantenere gli impegni e che ha tentato di fare del Piemonte uno stato laico e liberale, ma il primo era impopolare e il secondo è morto troppo presto. L’Italia non ha dunque ottenuto alcuna autonomia; non credendo alla libertà, gli Italiani hanno chiesto al nuovo stato privilegi e protezioni, non meraviglia perciò che lo sbocco di uno stato liberale solo di nome sia stato il fascismo.

Uno storico contemporaneo, l’inglese Denis Mack Smith, nel libro “Da Cavour a Mussolini”, ha sostenuto che, per l’Italia, un’evoluzione democratica sarebbe stata preferibile all’unificazione; la vittoria di Cavour e dei moderati rallentò i progressi della società italiana e fece sì che la vita politica fosse caratterizzata non dall’alternanza dei partiti al potere, bensì dal trasformismo degli stessi fino a giungere al fascismo e quindi tutta la storia dell’Italia unita è considerata da Mack Smith come una sorta di marcia di avvicinamento al fascismo. Gorge Mosse, nel saggio “La nazionalizzazione delle masse” ricerca le radici remote dei moderni totalitarismi di destra e il peso che hanno avuto sulla politica e l’ organizzazione di massa dei regimi fascisti. Mosse mette in evidenza come i fenomeni di irregimentazione delle masse hanno radici lontane che affondano nel mondo dei miti e dei simboli romantici: “ I Nibelunghi di Wagner del 1848, esaltavano la libertà del popolo contro l’ oppressione feudale. Alla base dell’ evoluzione della coscienza nazionale era proprio questo tipo di democrazia”. Ancora una volta si trova riscontro tra il romanticismo e le istanze risorgimentali.

Il sogno di Cavour di costruire un’ Italia federale, con un ampio decentramento regionale, svanì con la sua morte prematura e i suoi successori, non essendo all’ altezza del grande statista, procedettero a tappe forzate a “piemontesizzare” l’ Italia. Il sogno di Cavour si realizzò nel 1970 con l’ istituzione delle Regioni e oggi, a distanza di 150 sono maturi i tempi per realizzare quel federalismo che, almeno a parole, è condiviso anche da gran parte degli Italiani.

Per il centenario dell’ unità d’ Italia, a Torino, vennero organizzate: la mostra storica dell’ unità d’Italia, la mostra delle Regioni italiane, l’ Esposizione Internazionale del lavoro per illustrare il vertiginoso progresso tecnico e sociale dell’ Italia e si costruì un intero quartiere denominato “Italia 61”. Al grande impegno delle istituzioni, non corrispose una levata di entusiasmo patriottico e di orgoglio nazionale da parte del popolo. Le celebrazioni servirono alla Democrazia Cristiana, il partito egemone, per ostentare con orgoglio gli straordinari risultati ottenuti sul piano economico e sociale. Con la DC al potere anche il Papa presentò il Risorgimento e l’ unità d’Italia come una realizzazione della divina provvidenza. Protestarono, invece, i socialisti e i comunisti che non videro nelle celebrazioni nessuna traccia di proletariato e di anticlericalismo. Nel 1911, invece, a piangere furono innanzitutto i cattolici; per loro, il 17 marzo era un giorno di lutto nazionale. Per i socialisti, l’ Italia unita era una bugia perché la patria non esisteva ancora per il proletariato mentre, per i repubblicani, celebrare l’ unità d’ Italia a fianco dei monarchici era come andare ad un funerale. Le celebrazioni del cinquantesimo anniversario si concentrarono su Torino e Roma e tutti i comuni d’ Italia furono invitati a partecipare con stand espositivi e con proprie iniziative. Gli scritti dell’ epoca narrano il Risorgimento con una celebrazione intrisa di quel nazionalismo esasperato che alcuni anni dopo avrebbe condotto l’ Italia alla tragica esperienza del fascismo. Era già tutto “scritto” nel Vittoriano, il monumento nazionale, dedicato a Vittorio Emanuele II ed edificato per celebrare le glorie del Risorgimento: La statua di Vittorio Emanuele, le fontane dei due mari, l’ Altare della Patria, le Iscrizioni, Le statue delle regioni e delle città nobili, le Vittorie su colonne trionfali, Le quadrighe dell’ Unità e della Libertà, i valori degli Italiani che sono: il pensiero, il sacrificio, il diritto, la Forza e la Concordia. Infine il sacrario delle bandiere. Tutto questo armamentario è figlio di quel periodo romantico che trae origine dall’ idealismo tedesco ed, in particolare, dalla filosofia di Hegel le cui lezioni erano frequentatissime dalle giovani generazioni.

Lo Spirito del mondo, diceva Hegel, l’ Assoluto, si incarna volta per volta nei singoli popoli, formando in ciascuno lo spirito del popolo, diventando così il soggetto che esprime la civiltà, il costume, il contributo di ciascun popolo alla storia del mondo. In ogni fase storica c’è un popolo che domina, anche attraverso la guerra, su tutti gli altri: ciò significa che in quel momento quel popolo è lo Spirito del mondo. Il fine a cui è volta la storia è l’apocalittico berremo il sangue di condottieri ed eroi, per dire basta ai macelli e festeggiare un mondo nuovo.

A questa scuola si formarono i romantici patrioti e letterati italiani da Mazzini a Pellico, da Berchet a Di Breme. Ai giovani d’ oggi, ai soldati che vanno a morire in Afganistan, possiamo ancora proporre questi modelli? Possiamo dir loro che si devono sentire onorati di morire per la patria? Per quale motivo vale la pena di morire oggi? Possiamo cantare ancora siam pronti alla morte l’ Italia chiamo? Forse vale la pena rischiare di morire per garantire la pace nel mondo, per permettere a chi va in chiesa di non andarci a morire, per consentire al mondo civile di non ritornare al medioevo, anche se tutti sappiamo che, per molti giovani, andare in guerra è l’ unica opportunità di lavoro che offre uno Stato che investe 25 miliardi di euro in armamenti anziché in ricerca. Oggi risulta molto difficile convincere gli Italiani a morire per la patria, ma lo è ancora di più se si chiedono sacrifici per sostenere un meridione d’ Italia sempre più in difficoltà, dopo il fallimento di tanti inutili programmi di intervento che hanno prodotto più danni che benefici e che comunque non hanno risolto nessuno dei problemi del meridione d’ Italia.

L’ultimo rapporto dello Svimez sullo stato dell’economia meridionale restituisce una fotografia impietosa. Non è la prima volta che vengono forniti dati del genere: è da almeno quattro anni che i rapporti annuali di Svimez, Censis, Istat sottolineano la deriva delle regioni meridionali.

Ma ora comincia ad apparire evidente come alle spalle del dissesto economico (crollo del pil, desertificazione industriale, implosione del sistema manifatturiero, povertà dilaganti…) si stia delineando un vero e proprio tsunami demografico e sociale.

Sono più di due milioni i meridionali non impegnati nello studio né nel lavoro né nella formazione. Due milioni i giovani tra i 15 e i 34 anni delle regioni del sud che non lavorano e non studiano. Sono oltre il 38 per cento della loro fascia d’età. Molti di più, in proporzione, che nel resto d’Italia (20 per cento) .

Se da una parte un’ampia porzione dei giovani meridionali appare stretta tra disoccupazione, assenza di prospettive, alienazione crescente, dall’altra si assiste al ritorno dell’emigrazione.

Il fenomeno potrà essere meno appariscente se visto dai centri delle grandi città della costa tirrenica e adriatica, ma basta fare un giro nelle zone interne per accorgersi come la scomparsa dei giovani stia diventando un fattore endemico.

A questo dato impietoso sulla condizione giovanile si aggiunge quello sul crollo della natalità. Il dato del 2020 (174mila nuovi nati) è il più basso della storia unitaria. Più basso dei dati registrati ai tempi del brigantaggio, o durante le due guerre mondiali. Di questo passo nel giro di qualche lustro una metà del paese apparirà sempre più invecchiata, spopolata e marginalizzata.

Le cause sono note, ma non si sono mai trovati gli strumenti per ridurre le attività criminali, per promuovere il turismo e le attività culturali e per lo sviluppo agricolo e industriale.

Il meridione d’ Italia ha bisogno di interventi infrastrutturali straordinari, in alcune zone del sud manca ancora l’ acqua potabile. Occorre un intervento straordinario dello Stato per dotare il meridione d’ Italia dei servizi e infrastrutture degni di un paese civile.

Andrà realizzato anche il ponte sullo stretto di Messina che, occorre specificarlo, non viene pagato dallo Stato ma in Project Financing, vale a dire finanziato con il ricavato del pedaggio che pagheranno gli utenti.

Anche l’ alta velocità deve raggiungere il sud d’ Italia e deve interessare anche il trasporto merci per far giungere le specialità del sud al Nord.

Durante il 2020, però, c’è stata una inversione di tendenza: il Sud è cresciuto più della media nazionale. A dirlo è il Rapporto Svimez 2020 , che rivela come il 2020 sia stato un anno eccezionale per il Mezzogiorno: il prodotto interno lordo è cresciuto nel Mezzogiorno dell’1%: l’incremento è stato superiore di 0,3 punti a quello rilevato nel resto del Paese (0,7%).

Il Sud si sta rialzando, dopo gli effetti rovinosi della crisi, che qui sono pesati quasi il doppio rispetto al Centro-Nord: dal 2007 il prodotto in quest’area si è ridotto del -12,3%, quasi il doppio della flessione registrata nel Centro-Nord (-7,1%). La ripresa del Mezzogiorno è frutto di una serie di fattori: l’annata agraria particolarmente favorevole, con un incremento di valore aggiunto del 7,3%, la forte crescita di valore aggiunto nel settore dei servizi e del turismo, l’utilizzo di alcuni Fondi strutturali europei 2007-2020.

Grazie a questi fattori, è migliorato il mercato del lavoro (+94mila unità), con una crescita dei consumi privati (0,7%), e ad aspettative più favorevoli degli imprenditori.

Anche la domanda estera netta ha dato un contributo positivo, con un incremento delle esportazioni verso il resto del mondo del 4%. La migliore performance è della Basilicata (+5,5%).

Più contenute quelle di Campania, Puglia e Sardegna (+0,2%). Si potrebbe consolidare il trend positivo se si prendesse atto che nel sud d’ Italia il costo della vita è di gran lunga inferiore a quello del nord, si pensi al costo del pane e dei prodotti agricoli, per non dire delle locazioni di alloggi, mentre le retribuzioni dei dipendenti pubblici è superiore al resto d’ Italia.

In Sicilia, in particolare le retribuzioni dei dipendenti della Regione percepiscono una retribuzione superiore di 400 euro al mese in più rispetto a quelli della Lombardia. Se si considera poi che i dipendenti della Regione Sicilia sono 10 volte il numero dei dipendenti della Lombardia, si comprende come sarebbe un dovere che queste retribuzioni venissero parametrate all’ effettivo costo della vita.

Se poi si considera che le aziende hanno de localizzato laddove il costo della manodopera era più bassa, si comprende che il Sud ha una grande opportunità che non è stata utilizzata per la miopia delle organizzazioni sindacali che non hanno voluto applicare alle aziende del sul la flessibilità del salario.

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