Le notizie di oggi da non perdere

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Le notizie di oggi da non perdere

A corto di tempo? Ecco le notizie più lette di oggi condensate in poche righe.

Scoppia un nuovo caso su Virginia Raggi, a innescarlo è stata la testimonianza di Salvatore Romeo, ex capo capo della segreteria del Comune di Roma.

Parla il padre di Italo D’Elisa, il 22enne ucciso da Fabio Di Lello, marito della donna che aveva investito pochi mesi fa.

La moglie di Trump, Ivanka, non sembra apprezzare la capitale americana e torna a New York.

Poliziotto insegue malvivente, lo raggiunge, ma la colluttazione finisce in tragedia.

Massimiliano Allegri saprebbe già qual è il suo futuro.

Una banale discussione tra fidanzati ha avuto conseguenze drammatiche in Inghilterra.

De Martino fa sul serio con la collega di Amici.

I fronti del coronavirus e altre notizie interessanti di oggi

Carta di Laura Canali.

La rassegna geopolitica del 24 marzo.

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I FRONTI DEL CORONAVIRUS [di Niccolò Locatelli]

I fronti interni
Con le misure annunciate ieri dal primo ministro britannico Boris Johnson, anche il secondo paese più neoliberista al mondo rinuncia a perseguire l’immunità di gregge (variante sanitaria del neoliberismo economico-finanziario) e adotta misure di quarantena. Vanno nella stessa direzione gli altri principali membri dell’Anglosfera (Australia, Canada, Nuova Zelanda) e, con riluttanza, i Paesi Bassi.
Ministeri, Stati, province e città di Brasile e Messico stanno adottando le misure standard per tutelarsi dalla pandemia, ignorando l’atteggiamento sprezzante dei presidenti Jair Messias Bolsonaro e Andrés Manuel López Obrador (Amlo).
La Cina termina la quarantena in buona parte della provincia di Hubei. Esclusa Wuhan, che resterà sigillata fino all’8 aprile.

Il fronte statunitense

Gli Stati Uniti sono diventati il terzo paese al mondo per numero di contagiati da coronavirus: una pessima notizia, oltre che per loro, per l’economia mondiale.
La reazione dell’amministrazione Trump continua a essere confusa: l’ordine esecutivo che dà al segretario della Salute la facoltà di designare come “essenziali” le forniture di alcuni beni sottraendone il prezzo alle dinamiche di libero mercato è stato firmato ma per ora rimane lettera morta. “Non siamo un paese fondato sulla nazionalizzazione delle imprese private”, ha detto il presidente, trovandosi a discutere un’opzione che potrebbe dominare la campagna elettorale e soprattutto ridefinire il concetto stesso di American Dream. Il condizionale è d’obbligo: molto dipenderà dalla durata dell’epidemia, dalla sua diffusione nell’heartland del paese, dalla profondità del suo impatto economico.
Gli appelli per un intervento pubblico nell’economia, oltre che nella sanità, sono destinati ad aumentare di pari passo con il numero dei contagiati e con l’incombere della recessione. La Federal Reserve (la Banca Centrale statunitense) ha annunciato passi giganteschi, in linea con la sfida: acquisto illimitato di debito pubblico, acquisto – per la prima volta nella storia – di debito delle aziende private, incentivi alle piccole e medie imprese.

I fronti internazionali
All’inizio della conferenza stampa di ieri, il capo del dipartimento della Protezione Civile italiana ha ringraziato nell’ordine la Russia, la Repubblica Popolare Cinese e Cuba (poi Francia e Germania) per l’assistenza sanitaria fornita al nostro paese. Non sono giornate gloriose per il soft power degli Stati Uniti.
A proposito di Stati Uniti, cui molti chiedono di sospendere le sanzioni contro Iran e Venezuela (sanzioni che a onor del vero non riguardano cibo, medicine e beni umanitari): l’Unione Europea appoggia le richieste di sostegno finanziario arrivate da questi due paesi al Fondo Monetario Internazionale e si impegna a inviare aiuti per 20 milioni di euro a Teheran. Nelle stesse ore, il segretario di Stato Usa Mike Pompeo dichiara: “il virus di Wuhan è l’assassino e il regime iraniano è il complice”.
La Turchia ha chiuso alle persone i valichi di frontiera con Grecia e Bulgaria per contenere la diffusione del coronavirus. I migranti arrivati nel paese anatolico da Siria, Afghanistan o altri teatri di conflitto sono quindi costretti a interrompere la loro marcia verso l’Unione Europea.
Con un appello à la John Lennon (ucciso a meno di 4 chilometri dal Palazzo di Vetro), il segretario generale delle Nazioni Unite ha chiesto un cessate-il-fuoco globale per concentrarci tutti nella guerra contro il coronavirus.

AFGHANISTAN [di Federico Petroni]

Gli Usa incontrano un nuovo ostacolo nella strada per ritirarsi dall’Afghanistan. Nel suo più recente viaggio a Kabul, il segretario di Stato Mike Pompeo non è riuscito a mettere d’accordo le due fazioni rivali del governo, quella guidata dal neoeletto presidente Ashraf Ghani e quella del suo ex vice (nonché sconfitto alle elezioni) Abdullah Abdullah. Per costringere assieme i duellanti, il dipartimento di Stato ricorre alla minaccia, tagliando di un miliardo di dollari gli aiuti all’Afghanistan, ossia la principale fonte di risorse per le casse dello Stato.

Perché conta: La frustrazione americana è comprensibile: ora che si è accordata con i taliban per mettere fine alla guerra più lunga della sua storia vede i suoi clienti a Kabul litigare. Ma anche la reazione di questi ultimi è comprensibile: è dovuta proprio al manifestarsi della volontà statunitense di tagliare la corda. Manca il collante che ha tenuto assieme una coalizione eterogenea di milizie per vent’anni. Aumenta la paura di vedersi sopraffatti dal nemico talibano e ciascuno tenta di posizionarsi al meglio per resistere. D’altronde, nella storia solo l’intervento esterno è capace di coagulare gli Afghanistan, plurale obbligato perché non esiste una nazione, un popolo solo fra le gole dell’Hindu Kush. L’invasore o l’interesse di una superpotenza compattano. Quando entrambi vengono meno, le righe si rompono. Non è nemmeno escluso che qualcuno dei rivali degli Stati Uniti ne approfitti per allacciare legami con le varie anime del fronte anti-taliban: l’Iran lo ha sempre fatto, Russia e Cina potrebbero pensarci seriamente. Non ora però: il coronavirus ha bloccato il ritiro previsto per questi mesi di 3.600 dei 13 mila militari americani in loco. Nessuno entrerà o uscirà per qualche settimana. Quanto è difficile lasciare l’Afghanistan.

EMIRATI CONTRO SAUDITI IN YEMEN [di Daniele Santoro]

Nella città di Aden, capitale transitoria dello Yemen, sono andati in scena violenti scontri tra le forze sostenute dall’Arabia Saudita e il Consiglio di transizione meridionale appoggiato dagli Emirati Arabi Uniti.

Perché conta: È l’ennesima dimostrazione del fatto che in Yemen Arabia Saudita ed Emirati perseguono obiettivi contrastanti. Esattamente cinque anni fa i due paesi lanciarono l’operazione “Tempesta decisiva” per arrestare l’avanzata delle milizie huthi legate all’Iran, che nel settembre 2020 erano entrate nella capitale Sanaa e minacciavano la città portuale di Aden.

Le motivazioni che spinsero Riyad e Abu Dhabi a intervenire in Yemen erano divergenti fin dall’inizio. Per i sauditi si trattava di prevenire l’insediamento al proprio confine meridionale di un agente di prossimità della Repubblica Islamica. Gli emiratini – che non hanno un confine in comune con lo Yemen – colsero invece l’occasione per sostanziare la propria grande strategia, volta a esercitare un’influenza decisiva lungo la linea di comunicazione marittima che lega Hormuz a Gibilterra.

Per gli Emirati è di fondamentale importanza asserire la propria autorità su Aden – così come sull’isola di Socotra – prima che si concludano i negoziati in corso tra sauditi e huthi, dunque prima che venga congelato il conflitto. Abu Dhabi vuole sigillare il golfo di Aden, stante il controllo già esercitato sui principali porti del lato somalo dello specchio d’acqua, Bosaso e Berbera. Possedimenti ai quali va aggiunta la presa sull’Egitto di al-Sisi – dunque, sul Canale di Suez – dove gli Emirati hanno contribuito alla costruzione di una delle basi militari più grandi del Medio Oriente.

Grazie all’influenza decisiva esercitata su Suez e sul golfo di Aden, gli emiratini possono realizzare l’ambizione di affermarsi come l’attore chiave lungo la dorsale del Mar Rosso, arteria vitale del commercio internazionale e del mondo arabo.

JIHAD IN INDIA [di Francesca Marino]

La diffusione di una nuova rivista digitale islamista che mira a reclutare i musulmani indiani ha riportato l’attenzione sulla condizione dell’India quale terreno fertile per le organizzazione jihadiste.

Perchè conta: In realtà, non c’è niente di nuovo. Da anni ormai le organizzazioni terroristiche, a cominciare da quelle sponsorizzate dal Pakistan, cercano di speculare sulla cosiddetta “agenda nazionalista hindu” del primo ministro indiano Narendra Modi. Anche quando − come nel caso del Citizenship Amendment Act (Caa)− la questione non riguarda affatto i cittadini indiani ma soltanto gli immigrati illegali. Negli ultimi mesi le campagne, online e non, per arruolare e sobillare i cittadini indiani di religione musulmana sono soltanto diventate più aggressive. Grazie soprattutto al provvedimento che il 5 agosto ha espunto dalla Costituzione indiana una disposizione transitoria che garantiva allo stato del Jammu e Kashmir uno statuto speciale − percepito da molti come un atto di aggressione contro i cittadini musulmani − e al conseguente isolamento, anche mediatico, della regione.

Da allora, sia lo Stato Islamico (Isis) sia i gruppi pakistani, che erano da mesi occupati a combattersi tra loro a Srinagar e dintorni, non hanno fatto altro che chiamare i musulmani indiani a raccolta chiedendogli di prendere le armi e combattere. Ottenendo un successo mediatico, più che risultati concreti. Perchè a raccogliere la chiamata sono state soprattutto le opposizioni che detestano Modi a prescindere e che hanno usato e continuano a usare in modo spregiudicato gli strati socialmente più vulnerabili della popolazione. Gli stessi che hanno mantenuto fino a stamattina una folla di donne nelle strade di Shaheen Bagh per protestare contro il Caa, nonostante il rischio concreto di contagio. Gli stessi che hanno applaudito Imran Khan quando ha mandato una figura di secondo piano al vertice Saarc (Associazione sud-asiatica per la cooperazione regionale) indetto per decidere misure in qualche modo comuni contro il coronavirus, imponendogli di parlare soltanto di Kashmir.

I musulmani indiani, a parte qualche sparuta minoranza, hanno resistito, continuano e continueranno a resistere alla propaganda jihadista per un semplice motivo: vivono in una democrazia, per quanto imperfetta e problematica. E non hanno nessuna intenzione di rinunciarci.

I tabù di Usa e Germania, tutti vogliono l’Italia e altre notizie interessanti

Carta di Laura Canali.

PREPARARSI AL PEGGIO [di Federico Petroni]

Nel corso del fine settimana, la diffusione del coronavirus ha messo Stati Uniti e Germania sotto enorme pressione, sia pure per motivi diversi.

La prima potenza del pianeta ha dovuto riconoscere che i contagi stanno aumentando esponenzialmente sulle coste, fino a spingere i governatori degli Stati più colpiti a ordinare a 100 milioni di americani di restare nelle proprie case. Intanto, a Washington il Senato non è riuscito ad approvare misure di sostegno all’economia senza precedenti: 2 mila miliardi di dollari. La ragione non è trascurabile: il piano dei repubblicani non prevedeva controlli, non impediva ai datori di lavoro destinatari di licenziare i dipendenti ed era rivolto più alle grandi aziende che ai singoli lavoratori.

Anche la prima potenza d’Europa è stata alle prese con misure finanziarie epocali: il governo ha proposto di ignorare il divieto costituzionale di un deficit di bilancio, indebitandosi di 150 miliardi di euro.

Perché conta: L’emergenza pone Usa e Germania di fronte ai propri tabù.

L’America non è avvezza all’intrusione dello Stato federale nella vita quotidiana. Basta vedere come il capo della Guardia nazionale, la riserva dell’Esercito attivata nei tre Stati più colpiti, ha dovuto rassicurare la cittadinanza che quei reparti non verranno impiegati per costringere la gente a casa. Per questo Washington resiste a estendere ovunque i divieti più stringenti e tentenna nel coordinare i singoli Stati. Al prezzo però di vederli scannarsi fra loro per accaparrarsi le sempre più scarse risorse sanitarie. New York conta il 5% dei contagiati mondiali. Qualora la percentuale continuasse a impennarsi, ed è molto probabile che lo faccia, sarebbe difficile resistere alla diffusione del panico.

L’addio al pari in bilancio della Germania è molto più che un obbligo costituzionale: è un argine culturale. Era la regola che sfruttava per attingere prosperità dal resto dell’Unione Europea, avendo imposto agli altri membri di adeguarsi all’austerità insita in tale principio. Segno che si attende il peggio da questa crisi. Ma non è la prova che è disposta ad abbandonarlo per sempre. Tutti i paesi dell’Ue si indebiteranno in questa fase. Ma non è detto che ciò avvenga in modo coordinato e che porti a un superamento definitivo dell’austerità. Proprio su questo si sta trattando in queste ore fra i membri del blocco.

I governi di Usa e Germania dimostrano di non voler ancora adottare le misure di contenimento più stringenti. E sanno perfettamente che i provvedimenti economici ora sul tavolo servono solo a rassicurare nel breve periodo i mercati, le imprese e chi a casa ha paura di perdere lavoro e futuro. Si rendono conto che la clausura non è sostenibile (per gli Usa si stima una disoccupazione al 30%). Non è detto che non vi saranno costretti. Ma hanno chiarito che le resisteranno fino all’ultimo. Ci si poteva aspettare tanta determinazione a Washington. Meno a Berlino. Non è un dato da sottovalutare.

TUTTI VOGLIONO L’ITALIA [di Federico Petroni]

L’invio dalla Russia di materiale e personale sanitario per aiutare l’Italia nell’emergenza del coronavirus è una manovra squisitamente d’influenza. E va letta assieme a misure simili, ancorché assai difformi fra loro per dimensioni e capacità, da parte di Cina e Cuba.

Perché conta: Questi tre paesi fanno parte del bestiario dei nemici d’America. Non sfugge loro la possibilità di guadagnare punti d’immagine e amicizie in uno dei ventri molli della sfera d’influenza statunitense in Europa. L’Italia riscopre, forse inconsapevolmente, una centralità geopolitica inedita.

È rilevante per tutti e tre i pesi massimi del pianeta. È il quinto paese al mondo per truppe americane, dotata di basi militari necessarie alla superpotenza per il quotidiano esercizio del proprio potere mondiale. È fra i meno antirussi in tutta Europa e a Mosca la sua benevolenza serve in chiave tattica a opporsi alle sanzioni e in chiave strategica a riabituare il continente alla pretesa russa di avere una sfera d’influenza a est. Peraltro l’invio di materiale è avvenuto tramite lo strumento militare, prediletto dal Cremlino. Infine, è ambita dai cinesi come attracco delle nuove vie della seta (progetto al momento in stallo assai prima dell’epidemia) e per testare le loro più avanzate tecnologie informatiche.

In questa fase l’America dà l’Italia per scontata, mentre i suoi due sfidanti la corteggiano. Washington avrebbe pure inviato materiale e un ospedale da campo, ma non lo ha fatto in quantità come i cinesi e senza la fanfara dei rivali. Riflesso dell’atteggiamento adottato verso il resto dell’Europa, tra l’antagonistico (vedi la chiusura di Trump ai voli dall’Ue) e il marziale (vedi il messaggio contenuto in Defender Europe). Per quanto duro, questo colpo al soft power non le costerà la perdita dello Stivale. Ma allo Stivale potrebbe costare qualche rappresaglia.

ESTREMA DESTRA IN GERMANIA [di Luca Steinmann]

Il ministro dell’Interno tedesco Horst Seehofer ha messo fuorilegge e sciolto l’associazione “Geeinte deutsche Völker und Stämme”. Faceva parte della rete dei cosiddetti Reichsbürger (Cittadini dell’impero), serie di individui o piccoli gruppi di persone sparsi su tutto il territorio nazionale privi di organizzazione centrale e di comunicazione reciproca strutturata ma accomunati nel non riconoscere la Repubblica Federale Germania, la sua sovranità e le sue leggi. Si identificano invece nel disciolto impero tedesco. È la prima volta che lo Stato ne scioglie un nucleo.

Perché conta: Questa presa di posizione si iscrive in una strategia più ampia dello Stato tedesco contro l’estrema destra. Punta a rimuovere ogni collegamento tra i neonazisti e il partito Alternative für Deutschland (AfD), dal 2020 presente nel Bundestag e nei parlamenti di tutti i Länder. Già lo scorso 12 marzo i servizi segreti avevano messo ufficialmente sotto osservazione la corrente radicale di AfD, chiamata der Flügel (l’Ala), dichiarandola di estrema destra e ostile all’ordine liberale democratico allo scopo di autorizzare l’uso di tutti i mezzi d’intelligence necessari per controllarla e arginarla. A seguito di ciò il comitato centrale di AfD ha deciso di sciogliere l’Ala, permettendo però ai suoi membri di rimanere all’interno del partito.

Questa decisa azione risponde a due importanti priorità politiche e geopolitiche tedesche. La prima è l’indebolimento delle forze radicali all’interno di AfD per favorire l’evoluzione del partito in un soggetto conservatore moderato e potenziale alleato di una Cdu in crisi di consensi. I recenti clamorosi successi elettorali di AfD nei Länder orientali di Brandeburgo, Sassonia e Turingia, infatti, avevano fatto notevolmente aumentare il peso all’interno del partito dell’Ala. A discapito delle forze più moderate e occidentali che puntano a rendere AfD accettabile per potenziali alleanze con i cristiano-democratici.

In secondo luogo è da tenere in considerazione la virata in corso nella CDU, di cui fa parte il presidente dei servizi segreti Thomas Haldenwang. Con le dimissioni di Annegret Kramp-Karrenabuer da segretario del partito, sta perdendo di peso la corrente di Angela Merkel. Per frenare il calo di consensi in favore di AfD, i volti emergenti del partito, a partire dal segretario generale Paul Ziemiak, stanno assumendo posizioni rigide in termini di difesa dei confini nazionali ed europei che hanno trovato principale espressione nella presa di posizione di Ursula von der Leyen in merito alla crisi migratoria in Grecia. Per legittimare questa virata agli occhi dell’opinione pubblica e soprattutto della stampa è necessario svincolare le proprie posizioni da ogni spettro neonazista.

MACEDONIA DEL NORD [di Simone Benazzo]

Dopo aver incassato la ratifica del parlamento spagnolo, la Macedonia del Nord ha ufficializzato la richiesta di entrare nella Nato.

Perché conta : Per i crismi dell’ufficialità manca ormai solo lo scontato imprimatur del Pentagono. Si conclude così un percorso iniziato 25 anni fa, quando Skopje aderì alla Partnership for Peace . Da allora qualunque approfondimento della relazione tra questo Stato emerso dalla frantumazione della Federazione jugoslava e l’Alleanza atlantica aveva incontrato il veto della Grecia a causa della querelle sul nome, risoltasi soltanto nel 2020. Meno di due anni dopo esser stata ribattezzata “Macedonia del Nord”, la repubblica post-jugoslava si avvia quindi a diventare il 30° membro della Nato, che aggiunge un altro – sudato – tassello alla sua espansione verso est . Nei Balcani restano ora solo i due clienti più difficili, gli unici dove la Russia mantenga ancora un minimo di influenza: Serbia e Bosnia-Erzegovina .

Intanto, l’Ue sarebbe pronta ad aprire i negoziati di adesione con Macedonia del Nord e Albania, rimediando alla decisione improvvida imposta lo scorso ottobre su diktat franco-olandese. L’entrata nella Nato e il varo del processo per entrare nell’Ue, ora ampiamente rivisto per incontrare le richieste di tutti gli Stati membri, potrebbero favorire le forze del governo uscente alle prossime elezioni parlamentari, che si preannunciano decisive. La tornata, prevista per il 12 aprile, è stata rimandata a causa dell’emergenza coronavirus. La realizzazione della “prospettiva europea” di Skopje passa molto per la riconferma delle forze filo-Ue, mentre un trionfo dei nazionalisti potrebbe risospingere il paese balcanico verso l’isolazionismo come nell’era dell’autocrate Nikola Gruevski (2006-16), al momento esiliato in Ungheria.

L’URUGUAY OSA [di Federico Larsen]

L’uruguaiano Luis Almagro è stato riconfermato segretario dell’Organizzazione degli Stati americani (Osa) con 23 voti contro i 10 ottenuti dall’ecuadoriana María Fernanda Espinoza, appoggiata dai governi progressisti.
Perché conta: Sotto Almagro, l’Osa aveva assunto un indirizzo favorevole agli Stati Uniti. Questo approccio continuerà nel suo secondo mandato (2020-25). A proporre una ricandidatura del segretario è stata infatti la Colombia, principale alleato di Washington in Sudamerica, non il governo uruguaiano, fino a poche settimane fa in mano alla sinistra del Frente Amplio, da cui lo stesso Almagro è stato espulso per le sue posizioni intransigenti contro il governo venezuelano.
Sin dalla sua nascita nel 1948, l’Osa è uno strumento dell’egemonia statunitense nel continente. Se ne è avuto conferma in queste ore: Almagro ha insistito fino all’ultimo per mantenere la seduta a Washington, nonostante la richiesta di sospensione inoltrata da 17 dei 34 membri a causa del coronavirus. L’Osa aveva perso influenza durante la stagione dei governi progressisti latinoamericani (2005-15), a causa della proliferazione di organismi di integrazione alternativi come Unasur, Celac o Alba. Grazie alla nuova ondata di conservatorismo, Almagro è riuscito durante il suo primo mandato a ridarle centralità, contribuendo a isolare i governi di sinistra in Nicaragua, Venezuela o Bolivia.
Per approfondire: Il paisito deve stare al centro: geopolitica dell’Uruguay

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