Il paradigma del tacchino di Russell

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Il paradigma del tacchino di Russell

Bertrand Arthur William Russell (nato a Trellech il 18 maggio 1872 e deceduto ad 87 anni a Penrhyndeudraeth, il 2 febbraio 1970) è stato un filosofo, logico, matematico ed attivista gallese; famoso ed autorevole esponente del movimento pacifista e un divulgatore della filosofia specie delle correnti filosofiche del razionalismo, dell’antiteismo e del neopositivismo. Nel 1950, Russell fu insignito del Premio Nobel per la letteratura “quale riconoscimento ai suoi vari e significativi scritti nei quali egli si leva in alto a campione degli ideali umanitari e della libertà di pensiero“.

Il tacchino induttivista

Con “tacchino induttivista” ci si riferisce ad una celebre metafora del 1912 ideata da Russell in “I problemi della filosofia” e ripresa anche da Karl Popper, per confutare le pretese di validità in senso assoluto dell’inferenza induttiva per enumerazione, cioè dell’approccio all’interpretazione scientifica basato su un procedimento che parte da singoli casi particolari e cerca di stabilire una legge universale grazie alla numerosa ripetizione dei casi.

“Fin dal primo giorno questo tacchino osservò che, nell’allevamento in cui era stato portato, gli veniva dato il cibo alle 9 del mattino. E da buon induttivista non fu precipitoso nel trarre conclusioni dalle sue osservazioni e ne eseguì altre in una vasta gamma di circostanze: di mercoledì e di giovedì, nei giorni caldi e nei giorni freddi, sia che piovesse sia che splendesse il sole. Così arricchiva ogni giorno il suo elenco di una proposizione osservativa in condizioni più disparate. Finché la sua coscienza induttivista non fu soddisfatta ed elaborò un’inferenza induttiva come questa: “Mi danno il cibo alle 9 del mattino“. Questa concezione si rivelò incontestabilmente falsa alla vigilia di Natale, quando, invece di venir nutrito, fu sgozzato“.

Spiegazione

Il filosofo riflette sul fatto che – per quanto elevato sia il numero di casi studiati in un ragionamento induttivo – nulla può garantire che il successivo caso rientrerà anch’esso nell’inferenza che abbiamo indotto dalle osservazioni, in quanto gli esperimenti concepibili e le osservazioni possibili sono infiniti per numero e tipologia. Veder ripetere un evento, seppur 364 giorni l’anno, e presupporre che si riverificherà anche il 365esimo giorno come ha fatto il povero tacchino, è una ipotesi induttiva fondata su un pregiudizio ontologico e – seppur apparentemente logica – è in realtà priva di fondamento logico.

La nascita del razionalismo critico

Secondo Russell, ripreso fortemente dal grande filosofo Karl Popper, l’unico metodo scientifico valido è il metodo ipotetico-deduttivo, basato sull’elaborare una ipotesi e metterla alla prova tramite le asserzioni che se ne possono dedurre, presupponendo l’obbligo per il ricercatore di formulare le sue asserzioni in modo tale che esse siano falsificabili (smentibili, confutabili, in opposizione agli asserti verificabili giudicati sensati dall’empirismo tradizionale) in sede di esperimento. E’ un passo fondamentale, che trasporta l’uomo da empirismo e positivismo logici ad una dimensione di razionalismo critico: senza questo step concettuale la scienza moderna non sarebbe probabilmente mai esistita. Nel 1935, grazie a “La logica della ricerca” di Popper, la ricerca scientifica cessa infatti di essere routine dell’enumerazione degli eventi e diventa quello che è ancora oggi: sfidare la conoscenza già acquisita ipotizzando nuove congetture, in una ricerca continua dell’errore che sfortunatamente (o fortunatamente per la verità!) non cesserà mai.

Possedere la verità, possedere la certezza

Karl Popper, seguace della rivoluzione copernicana di Kant e della differenza che questi poneva tra fenomeno e noumeno, distingue la possibilità oggettiva di approdare alla verità, che può avvenire anche per caso, e la consapevolezza soggettiva di possederla, che invece non si ha mai. Ad esempio la teoria einsteniana della relatività potrebbe effettivamente corrispondere alla realtà (noumenica), senza che tuttavia se ne abbia mai umana certezza, essendo impossibile una prova definitiva. Non potremo mai avere la certezza di essere nella verità, ma solo nell’errore:

«La base empirica delle scienze oggettive non ha in sé nulla di “assoluto”. La scienza non poggia su un solido strato di roccia. È come un edificio costruito su palafitte.» Karl Popper, Logica della scoperta scientifica.

Ciò non vuol dire affatto che occorra rinunciare alla ricerca della verità oggettiva, perché, proprio grazie agli errori, abbiamo la possibilità di approssimarci idealmente ad essa, attraverso un costante processo evolutivo di eliminazione del falso:

«Dobbiamo distinguere chiaramente tra verità e certezza. Aspiriamo alla verità, e spesso possiamo raggiungerla, anche se accade raramente, o mai, che possiamo essere del tutto certi di averla raggiunta. La certezza non è un obiettivo degno di essere perseguito dalla scienza. La verità lo è.» Karl Popper, Congetture e confutazioni.

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Il paradigma del tacchino di Russell

Il paradigma del tacchino di Russell spiega perché l’analisi tecnica tanto usata per l’interpretazione dei trend del mercato, il più delle volte si dimostra fallibile e nonostante questo continui ad essere considerata fondamentale per indirizzare gli investimenti.

La storia del tacchino non è autografata da Russell, anzi, è stata inserita in un libro molto interessante che è Il Cigno nero di Nassim Taleb. Russell l’ha presa poi in prestito e l’ha trasformata in un paradigma scientifico.

La storia vuole che il tacchino nasca in un pollaio, un ambiente dove ci sono delle regole molto ben definite, per esempio si conosce l’orario della sveglia, il momento in cui il contadino passa con il mangime e il momento del riposo.

Tutti i giorni sono prevedibili in questo modo, a parte il meteo che è ininfluente per fare previsioni. Si sa invece che il contadino passerà sempre alla stessa ora con cibo. La mattina di Natale stessi orari ma il contadino tira fuori dal pollaio il tacchino. E’ evidente che vuole mangiarlo ma non è altrettanto prevedibile questa evenienza per il tacchino.

Questa piccola storia dimostra che con l’analisi tecnica, che spesso indovina e in molti casi si rivela inadatta, non si può prevedere tutto perché con dati legati al passato punta a prevedere un futuro in movimento.

Il paradigma del tacchino di Russell

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Bertrand Russell, Karl Popper, Il tacchino induttivista

Può sembrare strano, ma la scienza non è verificabile empiricamente. Lo mostra Bertrand Russell con la storiella del tacchino induttivista, evidenziando l’errore di fondo dell’idea che l’osservazione empirica, condotta con metodo, porti alla scoperta di regolarità e leggi scientifiche.

Una storiella che ha messo Karl Popper sulla via del falsificazionismo.

Indice

1. Alessandro Gelain, Il tacchino induttivista
2. Fabio Cioffi, La triste storia del tacchino induttivista

2.1 Dal particolare all’universale
2.2 Contro l’induzione nella scienza
2.3 Non verificare, ma falsificare

2. Fabio Cioffi, La triste storia del tacchino induttivista

C’è una storia che i filosofi della scienza si sono raccontati per anni, forse nella penuria di barzellette, appannaggio piuttosto degli psicoanalisti. Si tratta della triste storia del tacchino induttivista (inductivist turkey), che il celebre logico Bertrand Russell racconta così:

«Fin dal primo giorno di permanenza nel suo nuovo allevamento il tacchino aveva osservato che alle nove del mattino gli veniva portato il cibo. Da buon induttivista non trasse precipitose conclusioni dalle prime osservazioni e ne eseguì altre in una vasta gamma di circostanze: di mercoledì e di giovedì, nei giorni caldi e in quelli freddi, sia che piovesse sia che splendesse il sole. Finalmente la sua coscienza induttivista fu soddisfatta e il tacchino elaborò allora un’induzione che dalle asserzioni particolari relative alle sue vicende alimentari lo fece passare a un’asserzione generale, una legge, che suonava così: “Tutti i giorni, alle ore nove, mi danno il cibo”. Purtroppo per il tacchino, e per l’induttivismo, la conclusione fu clamorosamente smentita la mattina della vigilia di Natale!» [The Problems of Philosophy].

2.1 Dal particolare all’universale

Quasi tutti sappiamo che cos’è un’induzione; ma forse ad alcuni di noi sfuggono le implicazioni metodologiche del suo uso. L’induzione è quella forma di ragionamento che, dall’esame di una serie di casi particolari, conduce a una conclusione universale. Per esempio, da un certo numero di constatazioni del tipo “i corvi italiani sono neri, i corvi americani sono neri, i corvi greci sono neri ecc.” si indurrà che “tutti i corvi sono neri”. L’induzione procede dunque da dati singolari, secondo lo schema qualchetutti. Come è chiaro, in un’induzione, la verità delle premesse (anche se esse sono numerose) non garantisce mai la verità della conclusione: un solo controesempio (un corvo bianco) fa cadere la conclusione di un’induzione. Nella vita quotidiana, tuttavia, facciamo continuamente uso di induzioni. Esse ci forniscono previsioni sugli effetti delle nostre azioni e sulle interazioni che possiamo avere con l’ambiente. Senza induzioni, il nostro mondo sarebbe caotico, in quanto non avremmo nessuna ragione per credere che il futuro sia analogo al passato. Tutte le regolarità a cui siamo abituati verrebbero messe in dubbio.

2.2 Contro l’induzione nella scienza

Nella prima metà del Novecento era molto diffusa la convinzione che la stessa scienza, nella sua capacità di operare previsioni teoriche sulla base di ripetuti esperimenti, si basasse su metodi induttivi. Per il neopositivista Hans Reichenbach, per esempio, l’induzione è la via che consente di stabilire la verità della scienza: se non fosse possibile alcun principio d’induzione crollerebbe l’idea di verità scientifica e «la scienza non avrebbe più il diritto di distinguere le sue teorie dalle creazioni fantastiche della mente del poeta». Proprio per responsabilità del tacchino induttivista, però, questa concezione oggi non viene più sostenuta.

È stato infatti Karl Popper, riferendosi alla storiella, a sostenere che non è logicamente giustificato provare la verità di asserzioni universali mediante la verità di proposizioni singolari, per quanto numerose siano queste ultime: qualsiasi conclusione ottenuta in questo modo può sempre rivelarsi falsa.

2.3 Non verificare, ma falsificare

Karl Popper (1902 – 1994)

Qual è allora la proposta di Popper? La sua idea è che, una volta ammessa l’inesistenza di procedure induttive che consentano di stabilire la verità di ipotesi e teorie, vada lasciata cadere anche la pretesa di poter attribuire alle affermazioni scientifiche una verità stabilita una volta per tutte tramite il ricorso all’esperienza.

La scienza non è verificabile empiricamente. Il rapporto tra teoria ed esperienza deve essere posto invece in una prospettiva falsificazionista. Infatti, per quanto grande sia il numero di asserzioni singolari di cui possiamo disporre, queste non permettono di verificare definitivamente un’asserzione universale, mentre è sufficiente una sola asserzione singolare per falsificarla.

Mentre un controllo su popolazioni comunque numerose di cigni bianchi non potrà mai provare la verità della legge “tutti i cigni sono bianchi”, basterà l’osservazione di un solo cigno nero per dimostrarla falsa. Se la verifica empirica è impossibile, la falsificazione tramite l’esperienza è invece possibile. Popper propone dunque di caratterizzare la scienza come l’insieme delle proposizioni falsificabili.

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