ArcelorMittal patisce la crisi europea

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ArcelorMittal patisce la crisi europea

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Alcune aziende, con i chiari di luna del mercato borsistico, stanno davvero patendo molto. Una di queste, l’ArcelorMittal inizia a preoccuparsi seriamente delle condizioni del Vecchio Continente. Il fatto è che l’ArcelorMittal è un’azienda di riferimento per il settore siderurgico.

Oggi deve confrontarsi con una domanda di acciaio sempre minore. I suoi stabilimenti, a dire il vero, hanno dovuto rallentare la produzione e in alcuni casi ci sono state delle chiusure. L’azienda non ha ritenuto opportuno, infatti, andare avanti più di un anno con le operazioni in perdita.

Il che vuol dire che il bilancio dell’ArcelorMittal è stato messo a dura prova dalla crisi economica europea. Ieri il gruppo in questione ha diffuso anche i dati ufficiali sulla produzione. Si parla di un utile netto crollato del 63% fino a 970 milioni di euro e si parla anche di un calo del fatturato del 5% fino al raggiungimento della quota di 45,2 miliardi di dollari.

La capacità produttiva dell’azienda è stata dunque ridotta ed è stato deciso di sospendere anche la produzione di alcuni altiforni che non erano stati chiusi.

Tag: crisi europea

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La Ue non può perdere l’acciaio

Mario Lettieri* e Paolo Raimondi**

Riceviamo e pubblichiamo un articolo di Mario Lettieri e Paolo Raimondi apparso su ItaliaOggi l’11 gennaio 2020.

La crisi e l’irrisolta questione della franco-indiana ArcelorMittal (ex Ilva) di Taranto pongono al centro il futuro della politica industriale in Italia e in Europa. Oltre alle molto dolorose conseguenze occupazionali, sociali, politiche e legali.

L’Unione europea è la prima produttrice al mondo di beni strumentari e di prodotti industriali. In molti settori è anche all’avanguardia dell’innovazione tecnologica. Una forza che si basa principalmente sull’iniziativa privata delle imprese di media dimensione, che rappresentano l’asse portante dell’economia. Una componente che finora ha potuto dialogare in modo produttivo con le restanti imprese di grandi dimensioni nei settori storici delle attività industriali che si sono grandemente sviluppate dopo la seconda guerra mondiale.

Nonostante tutte le difficoltà, l’Italia è ancora il secondo paese manifatturiero d’Europa. Da noi, però, l’onda lunga partita nel 1992 con le mal fatte privatizzazioni delle partecipazioni statali sta travolgendo le grandi imprese industriali italiane. Si è assistito, quindi, alla progressiva perdita di controllo di Ilva, Fiat, Pirelli, Magneti-Marelli, ma anche di molte aziende simbolo del made in Italy, come quelle dell’alimentare, della meccanica e della moda. Lo stesso è successo anche nel sistema bancario italiano, già di per sé fragile in mezzo ai giganti bancari internazionali too big to fail.

In quest’ottica, l’industria dell’acciaio è emblematica. Per un lungo periodo ha avuto un’importanza strategica nell’economia europea e italiana e ha promosso innovazione, crescita e occupazione. La crisi economica, figlia dello sconquasso finanziario globale del 2008, ha determinato un crollo nelle produzioni e nei commerci mondiali che hanno colpito tutti i settori economici, in primis quello dell’acciaio. Come è noto, esso è strutturalmente legato ai settori dell’auto, delle costruzioni, dell’elettronica e delle industrie rinnovabili. In questo periodo la siderurgia europea ha perso il 27% della produzione e oltre 40 mila posti di lavoro. Tanto che persino la Commissione europea ha dovuto impegnarsi con specifici programmi di rilancio.

Oggi l’Europa, con 168 milioni di tonnellate annue, è ancora la seconda produttrice di acciaio, pari al 10% del totale mondiale. La Cina, però, produce più della metà di tutto l’acciaio! In Europa il settore rappresenta l’1,3% del pil. Nell’insieme dà lavoro a quasi 2,5 milioni di persone. Direttamente a circa 330 mila. È un settore ad alta intensità di capitale che investe ogni anno circa 4 miliardi di euro in macchinari più moderni. Nei costi di produzione dell’acciaio la parte relativa all’energia rappresenta il 40%. E l’industria europea, purtroppo, paga prezzi per l’energia più alti dei suoi concorrenti. È un problema che il governo dovrebbe affrontare perché riguarda l’intero comparto industriale nazionale.

In Italia l’industria siderurgica, con circa 33 mila occupati, rappresenta il 2% dell’occupazione manifatturiera. L’80% della produzione avviene già con il sistema a forno elettrico, che è molto meno inquinante rispetto a quello a ciclo continuo con altoforno. L’ex Ilva di Taranto è il più grande impianto a ciclo continuo d’Europa, produce 4,5 milioni di tonnellate annue e occupa 8.200 persone, con un indotto molto vasto. Il nuovo piano industriale deve essere una transizione verso la de carbonizzazione. La grande sfida è di mettere in campo riconversioni verso forni a idrogeno. La sostenibilità ambientale e la difesa della salute non possono in nessun modo essere messe in secondo piano.

La crisi del settore a livello mondiale sarebbe dovuta a una sovrapproduzione rispetto alla situazione di stagnazione economica generalizzata.

Detto ciò, però, la Cina, aumentando costantemente la sua produzione a prezzi più bassi, inevitabilmente mette in difficoltà i produttori europei. L’Europa, quindi, rischia di diventare dipendente dalle forniture estere di un materiale fondamentale per la sua economia. Senza considerare le garanzie e la qualità del prodotto importato. Di conseguenza, i produttori europei sono in crisi e molti hanno deciso di tagliare produzione e occupazione. Anche le loro azioni sono in caduta nelle borse. Secondo noi, l’Organizzazione mondiale del commercio non può essere indifferente nel gestire la qualità dei prodotti commerciati.

Per esempio, la British Steel, in bancarotta, è stata acquistata da un’impresa cinese. Altre acciaierie, se dovessero chiudere, rischiano di essere smantellate e trasportate in Cina, in India o in altri paesi, dove i controlli di qualità, il rispetto della salute e dell’ambiente e i diritti sindacali e civili sono spesso lacunosi. Questa è stata anche la strada dissestata delle localizzazioni, già sperimentata dagli stessi Stati Uniti alla ricerca di costi più bassi. Il risultato per Washington sono stati deficit nei commerci di beni (senza i servizi) per centinaia di miliardi di dollari. Nel 2020 il deficit è stato di quasi 900 miliardi!

Se alcuni settori industriali e altre infrastrutture sono considerati strategici, allora è necessario che restino attivi e sotto il controllo nazionale ed europeo. Non si tratta di ritornare a un passato in cui si producevano i panettoni di stato ma, se fosse necessario, e non vi fossero imprenditori all’altezza, la partecipazione pubblica non solo è auspicabile ma inevitabile. Non scordiamoci mai che l’Italia e l’Europa dovranno confrontarsi con la potenza economica cinese la cui gestione è notevolmente politica e statale. Per non parlare degli Stati Uniti che, al di là della retorica neoliberista, hanno una fortissima presenza statale nei settori considerati di interesse nazionale. Basti pensare che il solo bilancio militare del 2020 è di oltre 700 miliardi di dollari.

In Europa, la Francia e la Germania non sono mai arrossite quando lo stato è intervenuto come azionista stabile nei settori privati. Anche noi, come fanno le loro banche d’investimento, dovremmo mettere in campo la Cassa depositi e prestiti ogni qualvolta si reputi indispensabile difendere i livelli di produzione e di occupazione. Ovviamente in una logica di investimento produttivo e non di dissipazione com’è spesso avvenuto in passato (vedi Alitalia). Intanto il nostro paese, la partita Ilva non la può perdere.

* già sottosegretario dell’economia ** economista

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