Agenzie e banche d’affari tutti contro l’Italia

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Tutte le misure adottate dalle banche nell’emergenza coronavirus

Riduzione degli orari di lavoro e dei giorni aperti al pubblico, interventi straordinari di turnazione del personale e telelavoro. Così si attrezzano gli istituti di credito

smart working (Afp)

I grandi gruppi bancari si organizzano e mettono in campo misure di sicurezza contro il coronavirus: riduzione degli orari di lavoro e dei giorni aperti al pubblico e interventi straordinari di turnazione del personale. Molti istituti applicano, inoltre, il lavoro da remoto. Nel protocollo siglato oggi tra Abi e sindacati si chiede il prioritario utilizzo da parte della clientela dei canali internet/mobile banking e degli sportelli automatici all’esterno delle filiali. Ecco nel dettaglio le principali misure prese:

INTESA SANPAOLO
– Continuità operativa assicurata dalla filiale online e dalla piattaforma di home banking.
– Sportelli automatici e bancomat per la consueta operatività e accessibilità.
– Interventi straordinari di turnazione del personale: le filiali più grandi sempre aperte al pubblico, dal lunedì al venerdì, con orario 9-13 (26% degli sportelli, circa 900 complessivamente); le filiali di media dimensione aperte al pubblico dalle 9-13, a giorni alterni (lunedì, mercoledì e venerdì). Chiuse solo le filiali più piccole e situate in Comuni in cui vi siano altre filiali di maggiore dimensione aperte, in tutto 122. Le filiali con meno di 3 persone localizzate in Comuni in cui al contrario non sono presenti altre filiali resteranno aperte al pubblico a giorni alterni con orario 9-13.

UNICREDIT
– Un numero limitato di agenzie aperto in ciascuna regione del Paese (si può consultare l’elenco delle agenzie aperto sul sito unicredit.it)
– Attivazione per rendere tutti i servizi bancari accessibili da remoto.
– Applicazione flexible working su larga scala.

MONTE DEI PASCHI DI SIENA
– Filiali operative nei giorni di lunedì, mercoledì e venerdì, ad esclusione delle Filiali Paschi Valore Top che manterranno l’apertura giornaliera, con apertura al pubblico la mattina. Pomeriggio nessun accesso consentito alla clientela.
– Applicazione del lavoro agile.
– Turnazione tra due team di colleghi (ciascuno del 50% del personale).

CRÉDIT AGRICOLE ITALIA
– Chiusura pomeridiana al pubblico di tutte le filiali. Il lavoro continuerà normalmente anche al pomeriggio, ma a porte chiuse.
– Chiusura al pubblico delle filiali da 1 a 3 addetti se nello stesso comune è presente un’altra filiale più grande. Personale in filiale lunedì, mercoledì e venerdì per le operazioni contabili e contattare a distanza i clienti per evitare che si spostino verso le altre filiali.
– Inizio installazione lastre di plexiglas.

BNL
– Completamente operative tutte le attività commerciali, sia in presenza sia a distanza e i canali di contatto sono normalmente funzionanti.
– Adottate misure più restrittive per garantire sicurezza all’interno di tutti gli uffici e intensificazione delle operazioni di pulizia e sanificazione degli ambienti di lavoro.
– Ingresso consentito a un solo cliente per lavoratore mattino attività daily banking (operazioni di sportello) e di consulenza; al pomeriggio operative solo le attività di consulenza previo appuntamento.

BPER
– Chiusura degli sportelli leggeri.
– Chiusura di alcune filiali a giorni alterni (chiusura martedì/giovedì).
– Riduzione delle presenze (-33%) dei dipendenti in alcune categorie di filiali.
– Riduzioni delle presenze (-50%) dei dipendenti in altre categorie di filiali.
– Riduzione dell’orario in cui viene svolto il servizio di cassa in tutte le filiali (nuovo orario 8.40 – 13.00 salvo per quelle filiali che avevano un orario di chiusura già anticipato rispetto alle 13).

CREDEM
– Esteso il remote working a circa 2.600 dipendenti.
– Contingentato l’ingresso in filiali e uffici aperti al pubblico, in considerazione delle dimensioni dei locali, per garantire la distanza minima di un metro tra le persone.

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– CREVAL
– Accesso consentito a piccoli gruppi e solo per il tempo strettamente necessario alle operazioni bancarie. ​
– Filiali aperte al pubblico nelle giornate di lunedì – mercoledì – venerdì dalle 08.30 alle 13​.00 (chiuse martedì – giovedì).

UBI
– Alcune filiali manterranno l’apertura al pubblico secondo il normale orario, ma con un presidio ridotto di personale (filiali con + 10 dipendenti).
– Altre osserveranno la chiusura pomeridiana e resteranno pertanto aperte fino alle ore 12:50 (filiali con -10 dipendenti).
– Altre ancora verranno temporaneamente chiuse, ma l’operatività sarà consentita presso la filiale aperta più vicina.
– Accesso consentito in numero non superiore al personale dipendente dedicato al pubblico presente, solo per il tempo strettamente necessario alle operazioni bancarie e con un cliente in coda per volta, mantenendo la distanza minima di due metri.

BANCO BPM
– 488 sportelli chiusi.
– Per 850 turnazione (turno a casa ovviamente a disposizione azienda).
– Per 395 filiali apertura lunedì e giovedì.
– Di quelle che aprono il lunedì e giovedì ce ne sono 132 (di cui 127 indipendenti e 5 hub) che necessitano della presenza fisica nei giorni di chiusura al pubblico per gestire l’arrivo e l’autorizzazione di flussi contabili. (AGI)

Classifica Banche Italiane: Quali sono le Migliori Banche in Italia

Banche Italiane più sicure: scopriamo insieme quali sono le banche più solide in Italia attraverso rating, CET1 e punteggi totali

Quali sono i migliori istituti di credito? I piccoli risparmiatori hanno necessità di avere informazioni maggiormente dettagliate per affidare i propri risparmi, cumulati in una vita di sacrifici, sulle banche più sicure e trasparenti.

Le Migliori Banche d’Italia

La situazione delle banche italiane è piuttosto precaria, gli istituti di credito “navigano in cattive acque”, in un contesto di perenne difficoltà macroeconomica a causa di miliardi di euro di crediti inesigibili e della sottocapitalizzazione della struttura patrimoniale.

Infatti, per ritenere una banca affidabile e migliore rispetto alle altre, occorre prendere in considerazione il livello di patrimonializzazione, proprio come ogni altra azienda operante sul mercato.

Banche Migliori: Guida Indice

Indicatori per determinare la solidità di una banca

Per semplificare il calcolo, si deve ricorrere al CET 1 RATIO (Tier 1 o Tier 1 Capital Ratio): più l’indicatore è alto, più la banca è affidabile e in buono stato di salute.

Oltre a questo ratio devono essere presi in considerazione altri fattori per valutare olisticamente l’affidabilità dell’istituto creditizio.

Alla luce delle turbolenze che hanno investito diverse banche negli ultimi mesi (crf. il caso delle Banche Venete), i correntisti italiani sono alla continua e costante ricerca di informazioni attendibili sulla solidità delle banche nelle quali hanno depositato o hanno intenzione di aprire un conto corrente.

I correntisti necessitano di reperire informazioni sulle banche più sicure a cui affidare i propri risparmi, in modo tale da poter scegliere se aprire un conto corrente o un conto deposito, con assoluta tranquillità.

Dunque, nello stillare la classifica delle migliori banche a cui affidare le proprie somme di denaro, occorre prendere in considerazione lo studio di particolari parametri: primo su tutti la quantità di crediti deteriorati che la banca ha in bilancio, ovvero di tutti i prestiti che l’istituto creditizio ha concesso ma che i debitori non riescono ad onorare puntualmente.

Tra le classifiche più importanti sulle banche italiane più affidabili, Altroconsumo, Banca Centrale Europea e l’Università Bocconi hanno stillato una Top list di istituti bancari più affidabili a cui affidare i risparmi.

Banche più sicure 2020

Lo studio più recente in materia di affidabilità del comparto bancario italiano è quello condotto da Altroconsumo, il quale ha stillato una classifica delle banche migliori e peggiori prendendo in considerazione un sample di 340 istituti bancari tra gruppi bancari, capogruppo e singoli istituti.

Lo studio ha preso in considerazione ogni istituto di credito attribuendo da 1 a 5 stelle in base alla loro affidabilità. Per calcolarla sono stati presi in considerazione due indicatori di solidità patrimoniale: il “common equity tier 1” (spesso indicato come Cet1 ratio) e il “total capital ratio“.

Il rating della classifica è espresso in stelline da 1 a 5, più è alto il punteggio, più la banca è sicura.

Elenco rating Banche Italiane

Classifica banche italiane per rating

Le migliori banche per l’anno 2020 sono ascrivibili alle seguenti:

Ranking Banca Punteggio Rating
1 Banca Progetto spa 953,57 5*
2 Aletti e. C Banca di Investimento Mobiliare 563,10 5*
3 Widiba 556,43 sospeso
4 ICCREA Banca (spa) 492,21 5*
5 BCC di Napoli 479,17 4*
6 BCC di Turriaco 463,98 4*
7 BCC di Laurenzana e Nova Siri 413,21 4*
8 Banca Leonardo (spa) 383,55 4*
9 Banca di Sconto e C.C. S. Maria Capua Vetere 382,50 4*
10 BCC Santeramo 376,19 4*
11 Binck Bank 373,81 5*
12 BCC la Riscossa di Regalbuto 369,33 4*
13 Credito cooperativo di Anagni 353,50 4*
14 Credito Fondiario 352,90 4*
15 BCC di Triuggio e della Valle del Lambro 351,69 4*

Un campione numeroso di banche ha solo una stella e un gruppo di istituti di credito ha un giudizio sospeso: tra queste rientra la Popolare di Bari in attesa che le recenti indagini facciano chiarezza sull’inchiesta aperta dalla Procura.

Banca Centrale Europea: la classifica delle banche più solide

Sarebbero cinque le Banche italiane che hanno superato i requisiti patrimoniali e di risk management che potrebbero essere considerate più affidabili e sicure.

L’indagine è stata condotta dalla BCE che ha analizzato lo stato di salute degli istituti bancari e dalla Top list figurerebbero Intesa Sanpaolo, Mediolanum, UBI Banca, Credem, Bper.

Si tratta di istituti bancari che figurano e sono riconfermati in un altro studio condotto dall’Università Bocconi di Milano, il quale ha utilizzato ratio differenti e ha riconfermato in cima alla lista delle banche più sicure Intesa Sanpaolo, Ubi Banca e Banco Popolare.

Supervisory Review and Evaluation Process (Srep) nell’analizzare il profilo di rischiosità e l’affidabilità ha preso in considerazione il Cet 1 o Common Equity Tier 1, ratio volto a misurare la solidità di una banca e il Cet1 ratio ovvero il rapporto che indica la soglia di capital guidance.

Intesa Sanpaolo svetta in classifica con il Cet 1 del 12,8% e il Total Capital Ratio del 17,2%,

UBI Banca deve soddisfare un Cet 1 del 7,5% ma, in effetti, a settembre 2020 era dell’11,68% e il Total Capital Ratio del’11% (a settembre 2020 era già del 14,55%).

Credem deve soddisfare un Cet 1 del 6,75% (13,51% a settembre 2020), un Tier1 Ratio dell’8,25% e un Total Capital Ratio del 10,25% (a settembre 2020 erano rispettivamente del 13,51% e del 14,69%).

Bper deve soddisfare un Cet 1 del 7,25% (14,47% di settembre 2020), un Total Capital Ratio del 10,75% (15,98% a settembre 2020).

Banche più sicure e solide d’Italia

Le due classifiche a confronto: Corriere.it e Università Bocconi

Il Corriere Economia in collaborazione con il prorettore dell’Università Bocconi ha condotto un interessante studio sulle banche più sicure in Italia nel 2020, attraverso i dati ottenuti alla fine di settembre dello scorso anno. Per compilare la classifica, è stato adottato un metodo analitico e complesso, basandosi su sette ratio differenti per definire le banche migliori.

Copyright Corriere.it – Infografica Migliori Banche del Paese

La ricerca è stata applicata ai primi 20 gruppi bancari italiani e i sette indici utilizzati sono ascrivibili ai seguenti:

  • ratio relativo all’andamento in Borsa nell’anno in oggetto,
  • ratio di redditività sul totale attivo: il margine d’interesse più il saldo da commissioni e altri ricavi,
  • tre indici relativi alla patrimonializzazione: Cet1, Tier 1, Total capital ratio;
  • due indicatori sintetici del costo annuo che fornisce un prezzo di riferimento del conto corrente.

La Classifica dell’Università Bocconi

Da un’analisi sulle banche italiane più sicure e dal rating più alto, condotta dalla Bocconi la classifica risultava sensibilmente diversa:

  • Intesa Sanpaolo, con 114 punti;
  • Ubi Banca con 111 punti;
  • Banco Popolare con 101 punti;
  • Credem con 101 punti;
  • Bpm con 95 punti;
  • Mps con 85 punti;
  • Bper con 85 punti;
  • Credito Valtellinese con 80 punti;
  • Banca Carige con 71 punti;
  • Unicredit con 81 punti.

In effetti da questo vecchio studio condotto dalla Bocconi due anni fa, in vetta alla classifica delle migliori banche italiane figurava Mediolanum che vantava il maggiore indice di solidità patrimoniale.

Tuttavia, Mediolanum Banca venne poi esclusa dalla Top 10 in quanto il suo modello di business era quello di lavorare mediante una rete di promotori finanziari. Inoltre, occorre osservare che dalla classifica delle banche più sicure è stata esclusa anche Mediobanca, dato che la propria offerta non è indirizzata alla clientela retail.

Come scegliere la banca più sicura: le variabili da considerare

Scegliere la banca più solida e sicura è una questione molto più complessa che tenere conto solo delle classifiche e degli studi stillati dalle istituzioni.

Non esiste un escamotage che meglio di altri possa aiutare a capire con certezza quale sia l’istituto di credito più affidabile in assoluto. Tuttavia, si possono incrociare variabili e fattori che aiutano a migliorare la stima e la valutazione.

Quali sono le grandezze e le variabili che un risparmiatore deve tenere in debita considerazione per valutare l’affidabilità di una banca?

Prima di tutto, occorre prendere in considerazione le dimensioni dell’istituto di credito e cercare di optare per un grande gruppo bancario in luogo di un istituto di credito di piccole dimensioni e a forte vocazione territoriale.

Ciò non è detto che il risparmiatore si tuteli da eventuali rischi di default del gruppo ma, sicuramente, la BCE è più attenta nel vigilare i grandi istituti bancari europei, con l’ausilio di Bankitalia.

Inoltre, i colossi bancari sono soggetti ad obblighi informativi nei confronti dei correntisti e risparmiatori, oltre che agli shareholders che possono reperire rilevanti notizie contabili ed extra-contabili sulla gestione economico-finanziaria dell’istituto.

Con un facile accesso alle notizie riguardanti la propria banca, il correntista può tenere d’occhio il proprio istituto di credito; parimenti, gli azionisti di maggioranza quali i grandi fondi di investimento, fondi pensione e altri intermediari finanziari vigilano costantemente sul patrimonio bancario.

Optare sempre per banche quotate in Borsa: monitorare personalmente l’andamento del titolo azionario è un punto di vantaggio per il risparmiatore e consente di avere indicazioni utili sulla situazione economica della banca.

Inoltre, la quotazione in Borsa fa sì che si possa fruire di un’ulteriore vigilanza sulla propria banca, quella della Consob.

Un’ultima considerazione riguarda quella di fare un’analisi di bilancio della banca, utilizzando i vari report finanziari trimestrali e semestrali pubblicati sul web.

Un parametro utile per la valutazione finanziaria della propria banca è quello rappresentato dal Common Equity Tier 1, il quale esprime la solidità di una banca e viene computato attraverso il rapporto tra il Cet 1 (costituito dal capitale) e le attività ponderate per il rischio.

Banca Centrale Europea consiglia che il Cet 1 ratio sia almeno superiore all’8% per ogni istituto di credito e, periodicamente, indica il Cet 1 ottimale per ogni banca sottoposta allo Stress Test. In genere, valori elevati del Cet 1 sono sintomo di un buon stato di salute dell’istituto creditizio.

L’Italia e le Agenzie di Rating

Scritto da Riccardo Pedrizzi il 19/04/2020 . Pubblicato in Economia e Politica.

Il COMPORTAMENTO del GOVERNO ITALIANO PEGGIORE di quello delle SOCIETA’ di RATING _________________una analisi di Riccardo PEDRIZZI *

Sembrava che con il passare del tempo si potesse incominciare a chiarire “l’affaire” del pagamento di 2,5 miliardi di euro alla banca d’affari MORGAN STANLEY da parte della Repubblica italiana a seguito del declassamento nel settembre 2020 attribuitoci dalla società di rating STANDARD & POOR’S.

Ma in questi giorni a Trani, dove si sta svolgendo il processo alle Società di Rating che avrebbero manipolato il mercato, è apparsa una relazione depositata alla Corte dei Conti dal dirigente generale del Ministero dell’Economia e delle Finanze, Maria Cannata, che conferma che l’accordo quadro sottoscritto nel 1994, quando era Direttore generale del Tesoro Mario Draghi (1994-2001), tra la Repubblica italiana e la Morgan Stanley “prevedeva il diritto di risoluzione anticipata dei contratti derivati al verificarsi di un determinato evento, definito anche in funzione del livello di rating”.

Nel frattempo la Procura di Trani ha depositato ulteriori elementi su intrecci, illegalità, e sui possibili collegamenti tra la bocciatura dell’Italia da parte di S & P, controllata da McGRAW HILL, colosso finanziario tra i cui azionisti c’ è proprio Morgan Stanley, e la decisione della banca Morgan Stanley.

La domanda da porsi, quindi, non è tanto, come da più parti si chiede, perchè si pagò senza nemmeno consultare l’Avvocatura dello Stato, una somma di quella portata. Ma piuttosto perché si sono sottoscritti in nome e per conto del popolo italiano contratti così rischiosi? E perché si erano utilizzati strumenti finanziari così opachi? Oltretutto non registrati in alcuna contabilità (per questo sono definiti OTC, Over the counter) né negoziati nelle Borse e nei mercati ufficiali.

In fondo la banca d’affari Morgan Stanley non ha fatto altro che il suo mestiere: speculare, fare affari e guadagnarci tanto, visto che ha chiuso il 2020 con un fatturato di 34,3 miliardi di dollari (+ 5,7% che ha consentito, nel 2020, a James Gorman (56 anni e ceochief executive officer della Morgan Stanley) di incassare 22,5 milioni di dollari, il 25% in più rispetto al 2020. Il suo stipendio base è pari a 1,5 milioni, ai quali però si sono aggiunti 14,5 milioni di bonus in contanti o in azioni, più altri 6,5 milioni di incentivi a vario titolo. Totale: 22,5 milioni (1).

Ma andiamo per ordine e cerchiamo di capirci qualcosa e di farlo capire ai nostri lettori.

La vicenda esplosa con gli addebiti avanzati dalla Procura di Trani contro Standard & Poor’s e Morgan Stanley, merita certamente un approfondimento. Tra il settembre del 2020 e il gennaio del 2020, S & P ha declassato due volte il debito sovrano italiano nonostante il Governo Monti stesse tentando di rimettere a posto la finanza pubblica. Il declassamento permise a Morgan Stanley di esercitare la clausola di uscita da un contratto di derivato e chiedere al M.E.F. una liquidazione di circa tre miliardi di euro; Morgan Stanley è azionista di McGraw Hill Financial Inc, società proprietaria di S &P, e quindi avrebbe avuto la possibilità di influenzare il giudizio dell’agenzia di rating per potersene avvantaggiare. Pur sapendo che a Trani c’era un procedimento penale in corso, il M.E.F. ha prontamente pagato quell’altissimo prezzo.

Il documento depositato a Trani costituisce in effetti una prova di quei contratti capestro, che ci costò 2,5 miliardi tra dicembre 2020 e gennaio 2020, pagati a Morgan Stanley dal Governo Monti. Peraltro la banca di affari era presieduta dall’ex direttore generale ed ex ministro dell’Economia Domenico Siniscalco. Quei contratti vennero sottoscritti nel 1994 da Mario Draghi (allora Direttore Generale) e da Carlo Azeglio Ciampi capo del Governo. I titoli derivati sottoscritti dallo Stato italiano negli anni ’90 ammontavano a circa 160 miliardi di euro, pari a 1/10 del Pil del nostro paese (ricordiamo che in quel periodo Mario Draghi era Direttore Generale del Tesoro) e su tale nozionale di 160 miliardi di derivati stipulati dal nostro Paese si registrano attualmente perdite potenziali per 34,4 miliardi (oltre il 20%, effettiva se si dovessero estinguere anticipatamente).

A causa della struttura dei derivati il Governo ha sborsato nel 2020 tre miliardi per pagamento di rate indicizzate, mentre nel 2020 sono stati pagati a Morgan Stanley in un’unica tranche 2,2 miliardi, in questo caso per un’opzione contrattuale come abbiamo già accennato. Tenuto conto che questi contratti prevedono dei pagamenti periodici, è altamente probabile che di quei 34,4 miliardi di perdita potenziale, almeno una parte potrebbe tramutarsi in perdita effettiva in pochi anni.

Il governo di Mario Monti (si ricordi che Monti è stato consulente di Goldman Sachs) in soli sei mesi, nel corso del suo governo, ristrutturò contratti per 30 miliardi di euro, consolidando 8,1 miliardi di perdite, sborsando “cash” quei 2,5 miliardi di euro a Morgan Stanley, dove lavora l’ex Ministro del Tesoro Domenico Siniscalco ed il figlio di Mario Draghi. Certo è veramente strano che Goldman Sachs abbia assunto Mario Draghi nei primi anni novanta; Morgan Stanley abbia cooptato l’ex Ministro del Tesoro Domenico Siniscalco; Credit Suisse abbia arruolato l’ex direttore e poi ministro Vittorio Grilli.

In una recente audizione alla Camera dei Deputati nell’ambito della “Indagine conoscitiva sui derivati”, la dottoressa Maria Cannata, responsabile del debito pubblico, ha confermato che il Ministero dell’Economia aveva un ammontare totale dei derivati sottoscritti dal Tesoro di 160 miliardi di euro; un mark to market negativo per 42 miliardi di euro, con una perdita del 30% ma che i parlamentari non avrebbero alcun diritto di accesso ai contratti. Quello che sorprende in tutta questa vicenda è la reticenza del Tesoro nello spiegare ai cittadini l’origine dei 36.9 miliardi di euro di perdite contabili in derivati fin qui accumulate.

La dottoressa Cannata si è difesa dicendo che l’unico paese a fornire questi dati è la Danimarca. Non ha specificato quanti paesi, oltre alla Danimarca, fanno uso di derivati cosiddetti “over-the-counter”, ovvero derivati non trattati in Borsa e quindi per loro natura molti opachi nelle condizioni e nel prezzo. Nella sua relazione alla Commissione della Camera, la dottoressa Cannata inoltre ha fornito risposte così poco credibili da squalificare tutto lo staff del MEF che gestisce queste operazioni dicendo, per esempio, che il Tesoro ha difficoltà a fare il mark-to-market dei derivati in portafoglio a causa del fatto che il database a disposizione contiene «ben poche informazioni, praticamente il nozionale iniziale, le scadenze e poco altro».

Ma allora perché si sono assunti questi rischi non quantificabili? E come stanno facendo oggi a gestire questa bomba ad orologeria?

Ma quello che è grave – scrivono Andrea Buraschi e Luigi Zingales su “Il Sole 24 Ore” – è che la Cannata dice che non c’è bisogno di prezzare i derivati detenuti dal Tesoro ai valori di mercato, perché si tratta di evidenze puramente contabili, che saranno riassorbite quando i mercati si regolarizzeranno.

Ma allora perché Morgan Stanley ha incassato 2.5 miliardi di euro?

Per completezza di informazione, però, va ricordato che la procura di Roma ha riconosciuto recentemente che la clausola di estinzione anticipata «era stata in origine legittimamente apposta» ed è stata «legittimamente esercitata da Morgan Stanley nell’ambito delle sue facoltà contrattuali», chiedendo al Tribunale dei ministri l’archiviazione della posizione di Mario Monti, premier all’epoca dei fatti ed anche invitando il GIP, giudice delle indagini preliminari, ad archiviare la richiesta di indagini su Maria Cannata per manipolazione del mercato, truffa ed abuso di ufficio.

La verità è che questi contratti danno alle controparti la possibilità di incassare anticipatamente il valore del derivato. Queste opzioni trasformano immediatamente una perdita contabile in un esborso di cassa, come già accaduto nel 2020. E poiché la Cannata ha dichiarato che ci sono in essere 13 contratti di questo tipo, sarebbe opportuno conoscere quanti di questi contratti danno alla controparte l’opzione di risoluzione anticipata, in caso di abbassamento del rating dell’Italia? E quanti di quelle perdite contabili di 36.9 miliardi potrebbero trasformarsi in esborsi di cassa?

Eppure il Ministro Padoan ha anche il coraggio di far dichiarare al suo portavoce che i derivati dello Stato italiano erano stati sottoscritti a scopo prudenziale, come si fa per assicurare un’auto contro i rischi di furto ed incendio. … e che il diniego all’accesso agli atti opposto dal MEF era giustificato per evitare “possibili giochetti degli speculatori”. In pratica il nostro Ministro dell’Economia ha messo il “segreto di Stato” sui derivati “in pancia” allo Stato italiano.

Ma mi faccia il piacere, Signor Ministro… Lo Stato italiano rischia e le banche d’investimento, tanto generose nell’assumere ex funzionari del Tesoro, fanno affari e si arricchiscono.

Ultima notizia: a fine 2020 il Tesoro possedeva un portafoglio di derivati pari all’8,95°% del totale di titoli di Stato in circolazione. Il nozionale è di 159,5 miliardi con un mark-to-market negativo di 42 miliardi. Alla faccia… Eppur nonostante abbia riconosciuto che la banca di affari detenga partecipazioni nella società di rating S & P, il nostro sottosegretario al MEF, Pier Paolo Baretta ha dichiarato, rispondendo ad una interrogazione del capogruppo di F.I. Renato Brunetta, che non c’era nessun legame tra quella bocciatura e la risoluzione di quel contratto capestro.

Hanno perciò veramente fatto bene quei parlamentari che hanno richiesto l’istituzione di una commissione di inchiesta per indagare sui fatti dell’estate-autunno del 2020. Tra questi Renato Brunetta, capogruppo alla Camera di Forza Italia, al quale è stato dato il «pieno sostegno di Fratelli d’Italia per accertare le cause della rimozione dell’ultimo Esecutivo eletto dagli italiani (quello di Berlusconi) e del commissariamento dell’Italia con governi al servizio delle cancellerie europee e delle lobby economico-finanziarie».

C’è da tener presente, però, ad onor del vero, come scrive Claudio Gatti, il brillante giornalista del “Il Sole 24 Ore”, che in tutti i ragionamenti sviluppati dalla Procura di Trani non è stato tenuto conto che un mese prima del declassamento iniziale dell’Italia (per la precisione il 5 agosto di quell’anno), S & P annunciò un declassamento ben più pesante: a) quello del debito sovrano degli Stati Uniti, che per la prima volta dal 1941 perdevano così la tripla A; b) che nel gennaio 2020, assieme a quello italiano, S & P declassò il debito sovrano di altri otto Paesi europei facendo tra l’altro perdere la tripla A anche a Francia e Austria e portando il Portogallo sull’orlo del default con un BB-; c) il 20 novembre 2001, tra l’altro, S & P declassò la stessa Morgan Stanley, assieme ad altre 14 grandi banche americane.

Insomma – scrive Gatti – si era nel pieno di un ciclo di rigore dopo le rivelazioni sull’“indulgenza” dimostrata nelle valutazioni dei pacchetti di mutui tossici, che crearono la più grande crisi finanziaria che si ricordi.

La Procura di Trani, inoltre, ritiene una prova “tecnica” del suo teorema giudiziario la pubblica denuncia di Monti (e di altri politici o economisti italiani). Ma ignora – continua il giornalista de “Il Sole 24 Ore” – che di fronte agli analoghi declassamenti, i politici di tutti gli altri Paesi reagirono nello stesso modo per l’“iniquità” della bocciatura.

Una ulteriore questione controversa, infine, è quella del presunto conflitto d’interesse tra S & P e Morgan Stanley per la quota che Morgan Stanley aveva in McGraw Hill Financial. Effettivamente una quota di circa il 2,75 era all’epoca attribuita a Morgan Stanley, ma, innanzitutto, non si trattava della banca, cioè di Morgan Stanley & Co. International Plc, bensì di MSIM – Morgan Stanley Investment Management, cioè della società di gestione che opera in modo del tutto autonomo dalla banca. Non solo: quel 2,75% rappresentava la quota “aggregata”, in altre parole era il totale delle quote gestite da Msim di vari fondi (ben 5) che avevano partecipazioni frammentate e strategie diversificate, ciascuna delle quali difficilmente avrebbe potuto influenzare le società di rating.

E’ altrettanto vero che vari dossier redatti dalle commissioni americane hanno accertato il ruolo nefasto delle agenzie di rating nel favorire la crisi finanziaria globale più devastante della storia. Ad esempio nel rapporto del 2020 della bipartisan Financial Crisis Inquiry Commission di Phil Angelides, al termine di centinaia di pagine piene di dettagli comprovanti le varie responsabilità, dice: «Sosteniamo che i comportamenti fallimentari delle agenzie di rating siano stati le componenti essenziali nel meccanismo della distruzione finanziaria. Le tre agenzie sono state gli attori chiave del meltdown finanziario».

Ed anche la commissione d’indagine del senato americano, guidata da Carl Levin e Tom Coburn, nel rapporto «Wall Street and the Financial Crisis: The Role of Credit Rating Agencies» del 2020 scriveva: «La commissione ha provato che le suddette agenzie di rating hanno permesso a Wall Street di influenzare le loro analisi, la loro indipendenza, la loro reputazione e la loro credibilità. E lo hanno fatto per soldi. Esse hanno operato con un inerente conflitto di interesse in quanto venivano pagate dagli stessi istituti che emettevano i titoli a cui loro davano il rating».

Da tutta questa “storiaccia”, che abbiamo cercato di ricostruire, emerge, da un canto, una responsabilità delle società di rating in genere, per la quale bene fanno i magistrati ad indagare, dall’altro, la avventatezza, il pressapochismo, l’incompetenza, forse la malafede dei vari esponenti (politici e dirigenti) del governo italiano e del MEF nell’aver stipulato contratti, i cui rischi quantomeno erano sconosciuti e non quantificabili, e nell’aver utilizzato strumenti finanziari opachi, UTC (fuori da ogni contabilità ufficiale) gestiti prevalentemente dalla speculazione internazionale, la cui quantificazione è ancora poco nota tanto che il capogruppo di Forza Italia alla Camera, Renato Brunetta, e i deputati della Commissione Bilancio di Montecitorio Rocco Palese, Giuseppe Galati, Cosimo Latronico, Lorena Milanato e Stefania Prestigiacomo, hanno inviato al direttore generale del Tesoro presso il Ministero dell’Economia e delle finanze, Vincenzo La Via, una richiesta formale per poter prendere visione ed estrarre copia di tutti i contratti derivati sottoscritti dalla Repubblica italiana dagli anni novanta fino ad oggi. Una richiesta che ad oggi non ci risulta sia stata ancora soddisfatta.

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